“Colette” Un sogno audace di Nicoletta Sipos

“Colette” Un sogno audace di Nicoletta Sipos

Femminile Singolare
Collana diretta da Sara Rattaro

Alla scoperta di Sidonie Gabrielle Colette, autrice di ClaudineGigiChéri, mito della letteratura mondiale e scrittrice che, a settant’anni dalla scomparsa, attira ancora una folta schiera di lettori. Una pioniera, un’esploratrice, una donna che ha sfidato le regole e le convenienze del suo tempo. Mima, attrice di vaudeville, amante onnivora, grand’ufficiale della Legion d’onore, presidente dell’Accademia Goncourt, anima inquieta, narratrice di emozioni e sentimenti con una prosa godibilissima, frutto di lavoro raffinato. A narrare la sua storia in queste pagine è la figlia – Colette de Jouvenel – che filtra i ricordi attraverso il complesso rapporto che le unì ben oltre la morte. Con una serie di sorprese coloratissime – come le loro vite.

Rinascere non è mai stato al di sopra delle mie forze.
Colette

Un incontro particolare

La signora, chiamiamola così per il momento, è sdraiata su un divano che con l’aiuto di numerosi cuscini le permette di sollevare il busto e allungare le gambe in una posizione abbastanza comoda. L’artrosi invalidante di cui soffre da una decina d’anni la condanna a una immobilità quasi totale. Alzarsi le risulta faticoso, camminare quasi impossibile. Quando scrive, cosa che capita spesso, sempre rigorosamente a mano, si serve di una graziosa scrivania sulla quale sistema i fogli di carta – sempre azzurri per non affaticare la vista – e sgancia le parole come fossero proiettili, muovendo la stilografica a un ritmo vertiginoso. Ha pubblicato una sessantina di romanzi e duemila articoli, ma dopo tutti questi anni scrivere le piace ancora, per fortuna, quasi a rompere la monotonia delle ore. E tiene ancora fede al proposito formulato tanti anni fa: “Bisogna, con le parole di tutti, scrivere come nessuno”.

La luce che filtra dalla grande finestra sembra accarezzare la sua pelle. L’abbondante strato di cipria maschera le macchie lasciate dall’età e leviga un poco le rughe, ma non può restituirle la giovinezza perduta. Il naso è marcato, gli occhi sono velati, la bocca sottolineata da un rossetto che tende al viola. Una nuvola di capelli color malva le circonda il capo con un curioso effetto corona. Sembra una regina, è giusto dirlo, anche se non ha una sola goccia di sangue blu nelle vene.

La sua famiglia è di robusta estrazione borghese. Tra i suoi parenti si contano un paio di editori, diversi giornalisti, qualche militare e donne di grande personalità. Lei stessa si è lasciata molti nomi alle spalle. Nomi che, messi in fila, ricordano un pappagallo dalle piume colorate: Gabrielle Sidonie Colette, Colette Gauthier-Villars, Colette Willy, Colette de Jouvenel. Al tempo di questo incontro è madame Goudeket, moglie di un ex commerciante di perle ebreo diventato editore per amor suo. A qualcuno è parso incredibile che abbia trovato l’amore vero alla vigilia della terza età, ma la vita – e la sua vita in particolare – ha un debole per le sorprese. E il colpo di fulmine per Maurice, il più incolore dei suoi mariti e il meno affascinante dei tanti amici che le hanno tenuto compagnia, pare aver soddisfatto i suoi desideri segreti. Questa è la spiegazione più romantica. Ma forse non si sbaglia a pensare che l’età e la malattia avessero placato la sua voglia di avventura. Quale che sia la ragione, i fatti parlano chiaro: mentre i primi due matrimoni sono durati una decina d’anni l’uno, turbati da reciproci tradimenti, il legame con Maurice è rimasto sereno a dispetto delle tante difficoltà (se mi chiedete quali, vuol dire che non avete vissuto gli anni della guerra in Europa e che, soprattutto, non avete idea di chi fosse mia madre).

La vecchia e la ragazza si studiano in silenzio. L’anziana osserva con occhi severi il volto della giovane. Ha l’aria delicata, teneri occhi da gazzella, il naso all’insù. Il sorriso appena accennato la fa sembrare accorta. L’anziana intuisce che la ragazza si finge calma, ma ha i nervi a fior di pelle. Impossibile darle torto: non ha la minima idea di cosa voglia da lei la signora che l’ha invitata con insistenza, ma che ora sembra già stufa di averla vicina. D’un tratto le pare perfino che somigli a un vecchio mastino pronto ad azzannarla.

Non sa come le sia venuto in mente quel paragone violento. Forse esagera. Anzi, esagera di sicuro. Dopo tutto, fragile com’è, quella vecchia signora non potrebbe farle del male. Delle due lei è la più forte. Se si arrivasse a una colluttazione – che idea ridicola, mio Dio, perché dovrebbero mettersi a lottare? – la vecchia non potrebbe cavarsela. La giovane lo sa, eppure non riesce a rilassarsi. Neanche un po’. Cerca di accattivarsi le simpatie della sua ospite che, silenziosa e distratta, fa danzare tra le dita una stilografica nera come un prestigiatore.

«Madame, vorrei capire perché sono qui» balbetta la ragazza spezzando il silenzio diventato troppo pesante. Ma non va oltre, anche se le domande sarebbero una infinità.

«Hai ragione, mon enfant. È il momento di parlare chiaro. O quasi.»

Dice mon enfant, bambina mia, ma tiene la sconosciuta a distanza. Non le dirà che attendeva quell’incontro con ansia, non scenderà dal suo piedistallo. Finché resta distaccata, conserva la posizione di comando che detiene da mezzo secolo.

Dopo tutto lei è Colette, una scrittrice che si firma con un solo nome che comunque basta e avanza. Non occorre altro per individuare in lei un mito «Oui madame…» mormora la ragazza, che ha gli occhi lucidi come se avesse voglia di piangere.

Di nome fa Audrey Hepburn ed è un’attrice esordiente che qualche critico ritiene talentuosa. La signora aveva sottoscritto con entusiasmo quel giudizio positivo. Ora però, a vederla così impacciata, rischia di ricredersi. E dire che, guardandola recitare sul set di Vacanze a Montecarlo nella hall dell’Hotel de Paris, aveva telegrafato ad Anita Loos che si preparava a mettere in scena il suo Gigi a Broadway: “Non cercare più la protagonista, l’ho trovata io”. L’aveva creduta formidabile, invece adesso la trova rigida e insicura. In una parola: noiosa. Ma rifiuta di essere troppo severa. Nonostante tutto, Audrey ha alcune qualità.

Per cominciare, essendo di padre inglese e madre franco-belga, parla fluentemente sia l’inglese che il francese. Osservandola sul set di Vacanze a Montecarlo l’ha trovata convincente nel ruolo di diva isterica. Conosce anche molte dive isteriche, per essere stata lei pure un’attrice. Forse lei stessa è andata sopra le righe molte volte nelle sue apparizioni a teatro. Senza contare che Colette trova attraente quel volto da gatta, e non ammette dubbi su questo punto. Adora i gatti ed è sensibile ai tratti felini degli umani. L’amore per i gatti nasce con te, dice, non è una cosa che si impara. Solo per questo motivo non rinuncia ai suoi piani anche se l’incontro procede a stento.

«Mademoiselle Hepburn, vengo al punto.»

Audrey sorride. È più rilassata ora, ma ha imparato a tacere. Qualunque cosa voglia da lei l’illustre autrice, la valuterà e prenderà la sua decisione senza fretta.

«L’ho chiamata per proporle il ruolo di protagonista di Gigi. Si tratta, come lei certamente sa, della commedia tratta dal mio romanzo. Andremo in scena a Broadway.»

Audrey accoglie la proposta con un piccolo cenno della testa. Mai scoprire le proprie carte, si dice.

«Lei conosce la storia, vero?»

La giovane non si sbilancia. Non dice se ha letto il romanzo ed è rimasta incantata come tanti, o se si è unita ai critici che giudicano eccessivamente commerciali i libri di Colette. È troppo intimidita per manifestare il suo pensiero, e del resto alla scrittrice interessa poco il suo parere. Che sia dalla sua parte, o contro, non ha alcuna importanza. Madame è, ormai, un monumento nazionale. Un personaggio cult. Ha deciso di portare la Hepburn a New York e vincerà lei costi quello che costi. È lei a condurre i giochi. Quella ragazzina dovrà stare ai suoi piani.

Ecco una storia che non mi ha stupita affatto quando me l’hanno riferita. Colette aveva un modo tutto suo di imporsi anche a uomini e donne di potere, figuriamoci a una ragazzetta sconosciuta. Il suo prestigio e il ricordo di certe sue apparizioni anticonformiste le 

procuravano in pari misura ammirazione e condanne. Perché aveva infranto molte delle regole che al tempo suo paralizzavano le donne. Senza indietreggiare di un solo passo.

Su questo non mi sbaglio. Non per niente sono la figlia in ombra della grande Colette. Di nome faccio Colette pure io, Colette de Jouvenel per l’esattezza, e posso giurare sulla mia vita che maman non è mai stata tenera con giovani donne dall’apparenza fragile. Cominciò a tormentare pure me già pochi istanti dopo la mia nascita. Mi sono immaginata mille volte la scena: vedo mio padre radioso, finalmente una bambina, non ci sperava più dopo aver avuto due maschi da due donne diverse, viva la famiglia purché allargata. Mia madre appare invece stanca e irritata. Ha quarant’anni, si sente troppo vecchia per la maternità e non sa che farsene del fagottino che l’ostetrica le ha messo tra le braccia.

Dopo quell’avvio stentato il nostro legame proseguì a fasi alterne: l’amore tra noi non è mai durato a lungo, sono prevalsi il rifiuto e la negazione. In alcune occasioni lei confidò alle amiche – mai direttamente a me, per pudore o per paura che mi montassi la testa – che era orgogliosa di avermi per figlia. Ma alla resa dei conti preferì a me il suo terzo marito, il tenero Maurice, il suo schiavo. L’uomo che non sono mai riuscita a farmi piacere. Fu lui a togliermi ciò cui tenevo di più. Alla sua morte, maman affidò a lui la curatela delle sue opere. A lui, l’estraneo, tutto. A me solo briciole. E la minaccia che se avessi cercato di contestare quelle atroci ultime volontà avrei perso anche la metà del patrimonio che mi veniva riconosciuto.

Non so a chi attribuire l’infame trovata, se a mia madre o al mio patrigno. Suppongo che la prima idea sia stata di Maurice. Aveva investito tutto ciò che aveva nella ristampa delle opere di mia madre e voleva disporne liberamente. Il punto è che la mia celebre genitrice non mosse un dito per difendermi. Al contrario, confermò di considerarmi solo una inutile appendice della sua vita.

Mi ferì, lo confesso, ma non pensai per un attimo ad arrendermi. Portai il caso in tribunale per far rispettare i miei diritti morali, questa fu la dizione scelta dai miei avvocati. Una figlia ha il diritto di occuparsi del lascito della madre, molto più di un marito incontrato nell’ultimo quarto della vita. Infatti, vinsi io. Però l’insopportabile Maurice si prese la rivincita, chiedendomi un affitto nient’affatto simbolico per farmi entrare nella casa di maman.

Fu l’ultima delusione che Colette mi diede. Ma a ben vedere la guerra tra noi iniziò quando mi impose come nome il suo cognome – Colette – e mi passò il soprannome creato per lei da suo padre: Bel Gazou, l’espressione provenzale per il dolce cinguettio degli uccelli. Con ciò mi rese due volte parte di lei, costringendomi a domande scomode come: chi sono io? Che faccio? Dove vado? Domande angosciose che maman insisteva a ignorare. 

Parenti e amici misero fine alla questione chiamandomi petite Colette, piccola Colette, per distinguermi dalla grande che era il modello originale al cui confronto io ovviamente sfiguravo.

Una volta un giornalista mi chiese cosa significasse per me avere una madre così famosa. Risposi: «Ci vuole tutta una vita per riprendersi». Era la storia del mio fallimento.

Eppure ogni medaglia ha il suo rovescio. Molti biografi sostengono che maman non volesse avermi intorno e che proprio per questo mi avesse relegata a Castel-Novel, nel Corrèze, una delle case di mio padre. Io però ho concluso che non ero stata esiliata per disinteresse, ma perché mi temeva. Avete presente lo specchio della matrigna di Biancaneve? “Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?” Guai a noi se la risposta fosse stata: “Tua figlia. È più giovane, più flessuosa, più ribelle di te”. Mille volte meglio chiudermi in un vecchio castello assieme a miss Draper, …

foto presa dal web

Nicoletta Sipos è nata a Békéscsaba (Ungheria) nel 1941. Giornalista e scrittrice, ha lavorato per diversi quotidiani («Avvenire», «Il Giorno»), è stata inviata speciale del settimanale «Gente» e, dal 1994 al 2009, redattore di «Chi», sulle cui pagine tiene ancora la rubrica dei libri. Ha pubblicato racconti, saggi, romanzi e due storie al femminile.

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