Berthe Morisot Le luci,gli abissi di Adriana Assini

Berthe Morisot Le luci,gli abissi di Adriana Assini

Crocevia di menti fervide e spiriti trasgressivi pronti a rovesciare il mondo, l’effervescente Parigi della seconda metà dell’Ottocento è teatro di innovazioni epocali e senza precedenti. La luce elettrica illumina le strade, spuntano cabaret e café-chantant, scorrono fiumi del verde assenzio e di nuove parole d’ordine in ogni campo, mentre un gruppo di borghesissimi pittori si appresta a rivoluzionare la visione accademica dell’arte con idee dirompenti e un uso spregiudicato dei pennelli. Si chiamano Manet, Degas, Pissarro, Monet, Renoir. Danno scandalo e passeranno poi alla Storia come impressionisti. Tra loro, una sola donna: Berthe Morisot. Figlia di un funzionario della Corte dei conti, la giovane dalla personalità enigmatica e la volontà di ferro è una nubile impenitente, capace di infrangere le regole di una società conformista e benpensante per fare di forme e colori la sua ragione di vita, in un periodo in cui la pittura non è un mestiere per donne. Passioni nascoste, amicizie indissolubili, oscuri tormenti segneranno l’esistenza di Berthe, un’anima avvolta dall’ombra ma destinata a diventare “la signora della luce”.

A Zoe e a Leonardo

Il vento del Nord assediava Parigi in quella fine di novembre del milleottocentosessantotto. Piatto e muto, il cielo virava allo stesso grigio cangiante dello zinco e dell’ardesia che ammantava i tetti. Dalle finestre dell’atelier al numero 81 della rue Guyot arrivavano, stemperate, le grida dei caldarrostai e dei venditori ambulanti di giornali. Attraverso i vetri, una luce plumbea e pungente planava su tavolozze, stracci e secchielli con mazzi di fiori freschi, per poi stagliarsi sul volto severo di Berthe, scivolando sulla sua capigliatura corvina per andare poi a disperdersi nel bianco latteo del suo abito. Lei, l’enigmatica mademoiselle Morisot, tuttora nubile malgrado i suoi ventisette anni suonati e numerosi pretendenti, posava già da ore, incurante della stanchezza e d’altri fastidi. Di tanto in tanto tratteneva il respiro: era forse per via del corsetto, che le imbrigliava il busto? O forse per l’emozione d’essere lì, seduta a una spanna dal pittore più chiacchierato e charmant della Capitale? Lui, Édouard Manet, procedeva con rapidissime pennellate per ultimare l’opera, oltre un metro e mezzo di tela raffigurante tre persone affacciate a un balcone. Un soggetto infrequente, ispirato da un quadro di Goya, ammirato durante un breve soggiorno a Madrid. In realtà, un ulteriore azzardo che i parigini avrebbero rifiutato e deriso, come s’era già verificato con il suo ardito Déjeuneur sur l’herbe, e ancora peggio con l’invereconda Olympia, costretta fra due gendarmi per tutto il periodo dell’esposizione, dopo che alcuni visitatori avevano usato la punta dei parapioggia per provare a ridurla in brandelli. 

«Esploderà un’altra gazzarra» prevedevano quelli della sua cerchia. Profezia facile tenendo conto di quanto la zelante giuria del Salon fosse refrattaria alle proposte “fuori dal coro” delle avanguardie. 

Con la fierezza di un grido di guerra, Manet tirava dritto: per rompere con la tradizione era giocoforza provocare, indicando vie mai esplorate prima. D’altronde, tutto ormai era in grandissimo fermento.

Ah, che meraviglia la modernità! Preannunciata vent’anni prima in un romanzo di Baudelaire, stava entrando a gamba tesa nelle strade, nei salotti, nei Caffè e nella politica. Ora, con la legge che tutelava la libertà di stampa, nelle redazioni dei quotidiani si respirava un’aria più frizzante, e la gente commentava le notizie senza peli sulla lingua. Nel frattempo, nel parco di Saint-Cloud s’era svolta la prima corsa ciclistica, un tale Ducos du Hauron aveva brevettato la fotografia a colori. Insomma, in quella ridda di menti luminose e repentini mutamenti, anche l’arte doveva fare un passo avanti, e l’intrepido Manet era stato tra i più solerti a raccogliere la sfida, usando i suoi dipinti come palle incendiarie lanciate contro il conservatorismo delle accademie. Peccato che i suoi quadri fossero ben più sfrontati di quanto, in verità, non lo fosse lui: di fronte alla ferocia dei critici e all’irritazione del pubblico, si macerava ogni volta per la delusione, facendo trapelare insospettabili fragilità nella sua indole. 

Con Baudelaire, suo estimatore, s’era lamentato che le offese gli piovevano addosso come grandine. E quello, pur di tirargli su il morale, non aveva esitato a strapazzarlo: Credete d’essere il primo a ritrovarvi in una tale situazione? Avete forse più genio di Chateaubriand e di Wagner? Nondimeno, perfino costoro sono stati presi in giro. E non ne sono morti…

Purtroppo, Charles se n’era andato l’anno prima, fra i triboli di droghe, alcol e malanni. Sconvolto per la sua perdita, Édouard s’era sentito più indifeso di una città senza mura, pur potendo contare sul soccorso di nuovi intenditori, tra i quali Zola, licenziato a causa sua dalla redazione de l’Événement, per un articolo in cui aveva sentenziato: «Il posto di Manet è al Louvre».

Impermeabile a quella farandola di scandali, ruggini e pruriti, Berthe si allineava senza condizioni a fianco del collega bistrattato, e non per pura e mera simpatia: lei stessa pittrice di spessore, era tra i pochi in grado di riconoscerne il valore. Alto, altissimo.

Sicché, quando il Maestro l’aveva pregata di fargli da modella, s’era riempita d’orgoglio, suscitando lo stupore dei parenti. Lei, che passava le giornate davanti al cavalletto, trascurando persino di mangiare; proprio lei, che pareva estranea a tutto ciò che non riguardasse la pittura, aveva accettato la proposta senza esitazioni, noncurante di perdere il suo preziosissimo tempo per spostarsi dalla campestre tranquillità di Passy, sulla collina del Trocadero, fino a Batignolles, il quartiere ai piedi della Butte di Montmartre, pullulante di artisti e di Caffè, non lontano dalla stazione di Saint-Lazare. Peraltro, le sedute da Manet, oltre che lunghe, erano estenuanti e senza interruzioni. Ma lei, pur di non saltare un solo appuntamento, rinunciava volentieri sia al lavoro che ai piacevoli riti quotidiani, compresi i tè fra amiche, serviti in casa, ogni giorno alle cinque.

Il boato di un tuono la fece sussultare, e mentre Manet sbirciava fuori i vetri mugugnando, ne approfittò per protestare: «Toglietemi una curiosità, Monsieur, per quale motivo mi avete fatto gli occhi più scuri del carbone? Non vi siete accorto che sono verdi come le muffe degli stagni?». 

Lui abbozzò un sorriso: «Dipingo ciò che vedo, ma chère, e nel vostro sguardo non scorgo riflessi di acque palustri, bensì un regno di ombre, imponderabile e magnetico, che esige un nero implacabile e profondo…». 

Ah, le noir! Un colore assoluto, luttuoso, avvolgente, impregnato di allusioni forti, di sangue e di ferro. Édouard lo idolatrava e ne faceva un uso largo, calcando sui chiaroscuri per esasperare i contrasti. Rivoluzionario nell’arte, ma borghese fino all’osso nella quotidianità, aveva adottato quella tinta austera per il tight, il cappello a cilindro, i gilet di velluto. In fin dei conti, per sdrammatizzare quella sobrietà da funzionario pubblico, gli bastava mettere un bel fiore all’occhiello, assumendo un’aria goliardica e disarmante.

foto presa dal web

Adriana Assini vive e lavora a Roma. Sulla scia di passioni perdute, gesta dimenticate, vite fuori dal comune, guarda al passato per capire meglio il presente e con quel che vede ci costruisce un romanzo, una piccola finestra aperta sul mondo di ieri. Dipinge. Soltanto acquarelli. E anche quando scrive si ha l’impressione che dalla sua penna, oltre alle parole, escano le ocre rosse, gli azzurri oltremare, i luccicanti vermigli in cui intenge i suoi pennelli. Con Scrittura & Scritture, dal 2017, ha pubblicato diversi libri, tutti a sfondo storico.

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