“Violeta” di Isabel Allende

“Violeta” di Isabel Allende

Disponibile dal 3 Febbraio 2022

Violeta nasce in una notte tempestosa del 1920, prima femmina dopo cinque turbolenti maschi. Fin dal principio la sua vita è segnata da avvenimenti straordinari, con l’eco della Grande guerra ancora forte e il virus dell’influenza spagnola che sbarca sulle coste del Cile quasi nel momento esatto della sua nascita. Grazie alla previdenza del padre, la famiglia esce indenne da questa crisi solo per affrontarne un’altra quando la Grande depressione compromette l’elegante stile di vita urbano che Violeta aveva conosciuto fino ad allora. La sua famiglia perde tutto ed è costretta a ritirarsi in una regione remota del paese, selvaggia e bellissima. Lì la ragazza arriva alla maggiore età e conosce il suo primo pretendente… Violeta racconta in queste pagine la sua storia a Camilo in cui ricorda i devastanti tormenti amorosi, i tempi di povertà ma anche di ricchezza, i terribili lutti e le immense gioie. Sullo sfondo delle sue alterne fortune, un paese di cui solo col tempo Violeta impara a decifrare gli sconvolgimenti politici e sociali. Ed è anche grazie a questa consapevolezza che avviene la sua trasformazione con l’impegno nella lotta per i diritti delle donne. Una vita eccezionalmente ricca e lunga un secolo, che si apre e si chiude con una pandemia.

A Nicolás e a Lori,
pilastri della mia vecchiaia.
A Felipe Berrios del Solar,
amico molto amato.

Dimmi, che cosa intendi fare
con la tua unica, selvaggia e preziosa vita?
Mary Oliver, The Summer Day

Caro Camilo,

lo scopo di queste pagine è di lasciarti una testimonianza, perché credo che in un futuro lontano, quando sarai vecchio e penserai a me, la memoria ti verrà meno dato che sei sempre sovrappensiero, difetto che si accentua con l’età. La mia vita merita di essere raccontata, più che per le mie virtù per i miei peccati, molti dei quali nemmeno sospetti. E quindi ora te li racconto e ti accorgerai che la mia vita è un romanzo.

Sei il depositario delle mie lettere, su cui è riportata la mia intera esistenza, a eccezione di alcuni peccati cui accennavo prima, ma devi tener fede alla promessa che quando morirò le brucerai, perché sono sentimentali e spesso astiose. Queste pagine sostituiranno quell’eccessiva corrispondenza.

Ti amo più di chiunque altro al mondo,

Violeta

Santa Clara, settembre 2020

Prima parte
L’esilio
(1920 – 1940)

1.

Sono venuta al mondo un venerdì di tempesta del 1920, l’anno del flagello. La sera della mia nascita era saltata la corrente, come spesso succedeva durante i temporali, ed erano state accese le candele e i lumi a petrolio, sempre a portata di mano per le situazioni di emergenza. María Gracia, mia madre, sentì le contrazioni, che ormai riconosceva facilmente dopo aver già partorito cinque figli e, rassegnata all’arrivo di un altro maschio, si abbandonò al dolore aiutata dalle due sorelle che, avendola assistita in quel frangente diverse volte, riuscivano a mantenersi lucide. Il medico di famiglia lavorava senza sosta da settimane in uno degli ospedali di campagna e sembrò loro un’esagerazione farlo chiamare per una cosa banale come un parto. Nelle occasioni precedenti avevano potuto far conto sull’ausilio di una levatrice, sempre la stessa, ma la donna era stata una delle prime vittime dell’influenza e non ne conoscevano un’altra.

Mia madre aveva calcolato di aver trascorso tutta la sua vita di donna adulta o incinta o puerpera o in convalescenza dopo un aborto spontaneo. Il suo primo figlio, José Antonio, aveva compiuto diciassette anni, di questo era sicura perché era nato l’anno di uno dei nostri peggiori terremoti, che aveva raso al suolo mezzo paese con un bilancio di migliaia di morti, ma non ricordava con precisione l’età degli altri figli né quante gravidanze non portate a termine aveva avuto. Ogni gravidanza la limitava per mesi, ogni parto la lasciava sfinita e malinconica per molto tempo. Prima di sposarsi era stata la debuttante più bella della capitale, snella, con un viso indimenticabile dagli occhi verdi e la pelle luminosa, ma le gestazioni avevano sformato il corpo e svuotato l’anima.

In teoria amava i suoi figli, ma nella pratica preferiva tenerli a debita distanza, perché quel drappello di ragazzi irrompeva con la turbolenza di un battaglione nel suo piccolo regno femminile. In un’occasione rivelò al suo confessore di essere predestinata a partorire solo maschi per una maledizione del diavolo. Come penitenza dovette recitare il rosario ogni giorno per due anni e fare una significativa donazione per i lavori di rifacimento della chiesa. Suo marito le proibì di tornare a confessarsi.

Sotto la supervisione di mia zia Pilar, Torito, il ragazzo tuttofare, si arrampicò su una scala e assicurò le corde, conservate in un armadio per quelle occasioni, a due ganci di acciaio che lui stesso aveva attaccato al soffitto. Mia madre, inginocchiata in camicia da notte e aggrappata alle corde, spinse per un tempo che le parve eterno, prorompendo in imprecazioni da scaricatore di porto cui non era mai ricorsa in altre circostanze. Mia zia Pía, china tra le sue gambe, era pronta a ricevere il neonato prima che toccasse terra. Aveva già preparato gli infusi a base di ortica, artemisia e ruta da somministrare dopo il parto. Il frastuono della tempesta che si abbatteva sulle persiane e sollevava le tegole del tetto attutì i gemiti e il lungo grido finale che mi accompagnò appena iniziai a mettere fuori la testa e poi il corpo, ricoperto di sangue e sostanze così viscose che scivolai tra le mani di mia zia schiantandomi sul pavimento di legno.

“Ma che imbranata che sei, Pía!” gridò zia Pilar tirandomi su per un piede. “È una bambina!” aggiunse, meravigliata.

“È impossibile, guarda bene,” biascicò mia madre, esausta.

“Fidati, non ha il pistolino,” rispose sua sorella.

Quella sera, dopo aver cenato e giocato alcune partite a briscola al Club, mio padre tornò a casa tardi e andò direttamente nella sua camera a spogliarsi e a farsi una frizione con l’alcol prima di incontrare la famiglia. Chiese un bicchiere di cognac alla domestica di turno, alla quale non venne in mente di dargli la notizia perché non era abituata a parlare al padrone, e poi andò a salutare sua moglie. L’odore rugginoso del sangue gli rivelò quanto era successo ancor prima di varcare la soglia. Trovò mia madre a letto, rossa in viso, i capelli madidi di sudore, con indosso una camicia da notte pulita, che riposava. Avevano già tolto le corde dal soffitto e i secchi con gli stracci sporchi.

“Perché non mi avete avvisato?” esclamò dopo aver baciato sua moglie sulla fronte.

“E come facevamo? L’autista era fuori con te e nessuna di noi poteva venire a piedi con questo temporale, ammesso poi che i tuoi zoticoni armati ci lasciassero passare,” rispose Pilar in tono poco gentile.

“È una bambina, Arsenio. Finalmente hai una figlia,” intervenne Pía, mostrandogli il fagotto che teneva tra le braccia.

“Dio sia lodato!” sussurrò mio padre, ma il sorriso svanì alla vista dell’esserino che spuntava dalle pieghe dello scialle. “Ha un bozzo in fronte!”

“Non ti preoccupare. Alcuni bambini nascono così e dopo pochi giorni tutto torna normale. È segno di intelligenza,” improvvisò Pilar, per non dirgli che sua figlia era atterrata nella vita di testa.

“Come la chiamerete?” chiese Pía.

“Violeta,” disse mia madre con fermezza, senza dare al marito la possibilità di ribattere.

È l’illustre nome della bisnonna di mia madre, che ricamò lo stemma della prima bandiera dell’Indipendenza all’inizio dell’Ottocento.

La pandemia non aveva colto la mia famiglia di sorpresa. Non appena si era sparsa la voce dei moribondi che si trascinavano per le strade del porto e del numero allarmante di corpi blu all’obitorio, mio padre, Arsenio del Valle, calcolò che la piaga ci avrebbe messo meno di due giorni a raggiungere la capitale e non perse la calma, avendolo previsto. Si era preparato a quell’eventualità con l’impazienza che metteva in ogni cosa e che gli era tornata utile negli affari e per fare soldi. Era l’unico dei suoi fratelli che sembrava avviato a recuperare il prestigio di uomo benestante di cui si era fregiato il bisnonno e che il nonno aveva ereditato, perdendolo tuttavia nel corso degli anni a causa dei troppi figli e della sua onestà. Dei quindici figli che il nonno aveva avuto, ne rimanevano vivi undici, numero considerevole che attestava la forza del sangue dei del Valle – mio padre se ne vantava –, ma mantenere una famiglia numerosa richiede fatica e denaro, e il patrimonio gradualmente si era esaurito.

Prima che la stampa iniziasse a riferirsi alla malattia con il suo vero nome, mio padre sapeva già che si trattava dell’influenza spagnola, perché si teneva aggiornato sulle notizie dal mondo sui giornali stranieri – che giungevano sì con ritardo al Club de la Unión, ma che contenevano più informazioni rispetto a quelli locali – e grazie a una radio che lui stesso aveva montato seguendo le istruzioni di un manuale, con la quale rimaneva in contatto con altri radioamatori; e così, tra il gracchiare e gli stridii della comunicazione a onde corte, era a conoscenza della devastazione che la pandemia stava provocando altrove. Aveva seguito l’avanzare del virus fin dall’inizio, sapeva che il suo passaggio era stato come un vento funesto in Europa e negli Stati Uniti e aveva dedotto che se le conseguenze erano state così tragiche in paesi civilizzati, ci si poteva aspettare che nel nostro, dove le risorse erano più limitate e la gente più ignorante, sarebbe andata molto peggio.

L’influenza spagnola, detta solo “la spagnola”, giungeva con quasi due anni di ritardo. Secondo la comunità scientifica il contagio ci aveva risparmiato fino a quel momento per via dell’isolamento geografico – la barriera naturale delle montagne da una parte e l’oceano dall’altra –, delle buone condizioni climatiche e della lontananza, che ci proteggeva dal traffico inutile di stranieri infettati, ma l’opinione popolare attribuì il merito all’intervento di padre Juan Quiroga, a cui dedicarono processioni preventive. È l’unico santo che vale la pena onorare, perché in fatto di miracoli nazionali non lo batte nessuno, nonostante il Vaticano non lo abbia canonizzato. Tuttavia, nel 1920 arrivò il virus in gloria e maestà con più impeto di quanto ci si potesse immaginare, spazzando via le teorie scientifiche e quelle religiose.

Il flagello iniziava con un freddo d’oltretomba che nulla riusciva a mitigare, le sabbie mobili della febbre, le randellate del mal di testa, il bruciore ardente agli occhi e alla gola, il delirio accompagnato alla visione spaventosa della morte in agguato a mezzo metro di distanza. La pelle assumeva un colore blu violaceo sempre più scuro, i piedi e le mani diventavano neri, la tosse impediva di respirare, una schiuma insanguinata inondava i polmoni, la vittima gemeva in preda all’angoscia e la fine giungeva per asfissia. I più fortunati morivano nel giro di poche ore.

Mio padre aveva il fondato sospetto che durante la guerra, in Europa, l’influenza avesse causato tra i soldati in trincea, ammucchiati ed esposti al contagio, più morti delle pallottole e dell’iprite. Con la stessa ferocia aveva devastato gli Stati Uniti e il Messico e successivamente si era spostata verso il Sudamerica. I giornali dicevano che in altri paesi i cadaveri venivano accatastati come tronchi nelle strade, perché non c’erano né tempo né cimiteri a sufficienza per seppellirli, che un terzo della popolazione mondiale era infetta e che le vittime erano più di cinquanta milioni, ma le notizie erano contraddittorie tanto quanto le terribili voci che circolavano. Dopo diciotto mesi dall’armistizio che aveva posto fine ai quattro spaventosi anni della Grande Guerra in Europa, si iniziava piano piano a conoscere la portata reale della pandemia, che la censura militare aveva tenuto nascosta. Nessuna nazione comunicava il numero delle proprie perdite; solo la Spagna, che si era mantenuta neutrale nel conflitto, diffondeva notizie riguardo alla malattia, e fu per questo motivo che finì per essere chiamata influenza spagnola.

foto presa dal web

Isabel Allende scrittrice e giornalista cilena. Dopo aver terminato gli studi a Santiago del Cile, lavora dapprima per la FAO, quindi si dedica a un giornalismo impegnato, scrivendo anche per il cinema e la televisione. Nipote di Salvador Allende, vive in esilio dal 1973, anno del golpe organizzato dal generale Augusto Pinochet Ugarte, al 1988, anno della caduta di Pinochet.
In esilio scrive il primo romanzo, La casa degli spiriti (1982; ebbe una trasposizione cinematografica nel 1993).
Ha scritto romanzi basati sulle sue esperienze di vita, ma ha anche parlato delle vite di altre donne, unendo insieme mito e realismo. In Italia è pubblicata da Feltrinelli.
Tra le prime scrittrici latinoamericane a raggiungere fama mondiale, continua la sua esplorazione del tema politico e di quello personale nei due romanzi successivi – D’amore e ombra (1984) ed Eva Luna (1987) – e nella raccolta di novelle Eva Luna racconta (1992). Del 1992 è anche il romanzo Il piano infinito. Nel 1995 pubblica Paula. Tra gli altri romanzi ricordiamo Afrodita. Racconti, ricette e altri afrodisiaci (1997), La figlia della fortuna (1999), Ritratto in seppia (2001), Il mio paese inventato (2002), La città delle bestie (2003), Il regno del drago d’oro (2003), La foresta dei pigmei (2004). Zorro. L’inizio della leggenda (2005), Inés dell’anima mia (2006), La somma dei giorni (2008), L’isola sotto il mare (2009), Il quaderno di Maya (2011), Il gioco di Ripper (2013), L’amante giapponese (2016), Per Paula. Lettere dal mondo (1997), che raccoglie le lettere ricevute da Isabel Allende dopo la pubblicazione di Paula, La vita secondo Isabel di Celia Correas Zapata (2001), Amore (2013), un miscellanea delle più belle pagine della scrittrice sull’amore, e il sesso, i sentimenti.
E ancora ricordiamo: Oltre l’inverno (Feltrinelli 2017), Lungo petalo di mare (Feltrinelli 2019) che racconta la storia del Winnipeg, una nave che ha portato in Cile 2200 rifugiati spagnoli che fuggivano dalle rappresaglie franchiste e Donne dell’anima mia (Feltrinelli 2020)
, Violeta (Feltrinelli 2022).

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