venerdì, Dicembre 4, 2020
BLOG Novità del mese

” I demoni di Wakenhyrst” di Michelle Paver edito da Neri Pozza, traduzione di Alessandra Repossi e Francesca Cosi da oggi in tutte le librerie e on-line. Estratto

Trama

Wakenhyrst, un minuscolo borgo del Suffolk, sorge Wake’s End, un maniero dai tetti dissestati spruzzati di licheni arancioni e dalle finestre che si fanno a stento largo tra l’edera. Un posto fuori dal tempo, reso ancora più tale dalla Palude di Guthlaf, la landa selvaggia e intrisa d’acqua che circonda la tenuta.
A Wake’s End, un tempo, vivevano Edmund Stearne, ricco proprietario terriero e stimato storico, e sua figlia Maude. Ma nel 1913 la sedicenne Maud Stearne vide il padre scendere i gradini con un punteruolo da ghiaccio e un martello da geologo e massacrare la prima persona che gli capitò a tiro nel modo più assurdo e raccapricciante. Internato in un manicomio, Edmund Stearne dedicò il resto della sua vita alla realizzazione di tre sbalorditivi dipinti. Opere che paiono uscite da un incubo: grottesche, macabre, malvagie… Opere che celano la chiave dell’omicidio? Nel 1965, per rispondere a questa domanda, la storica dell’arte Robin Hunter decide di contattare e interrogare l’ormai anziana Maude. La ricerca della risposta, tuttavia, trascina con sé altre domande. I fatti del 1913 hanno forse a che fare con il rinvenimento di uno spaventoso dipinto medievale chiamato l’Apocalisse, scoperto da Edmund nel camposanto di Wakenhyrst?
E i diavoli raffigurati nella pala… sono loro la causa dell’inspiegabile e improvvisa perdita di senno dell’irreprensibile e stimato storico? O a farlo precipitare nel baratro della follia sono stati invece i demoni del suo passato?

Romanzo storico che spazia da Mary Shelley a Bram StokerI demoni di Wakenhyrst ha conquistato i lettori al suo apparire in Inghilterra. Con la sua impeccabile trama, in cui i generi si mescolano in un avvincente thriller, ha sancito la definitiva consacrazione di Michelle Paver.

«Originale e avvincente… Paver fonde magistralmente i generi narrativi, mescolando demoni, mistici e la condizione delle donne nell’Inghilterra edoardiana». Observer
«Una storia di orrore e bellezza». Sunday Telegraph

Estratto

Il mistero di Edmund Stearne di Patrick Rippon

Un’esclusiva del Sunday Explorer Magazine

Come il covo della strega di una favola, l’antico maniero se ne sta tutto raccolto in mezzo a un giardino inestricabile. Non riesco a staccare gli occhi dalla finestra ricoperta di edera sopra il portone d’ingresso. Fu da lì che nel 1913 la sedicenne Maud Stearne vide il padre scendere i gradini con un punteruolo da ghiaccio, un martello da geologo e intenzioni omicide.

Abbiamo sentito tutti parlare di Edmund Stearne. Siamo rimasti meravigliati di fronte alle sue opere d’arte e sconvolti dal suo crimine. Perché l’ha commesso? Ha davvero confidato i propri segreti alle pagine di un taccuino? Perché sua figlia non rivela la verità?

Per oltre cinquant’anni Maud Stearne ha vissuto da reclusa: io sono il primo estraneo che l’ha incontrata e ha messo piede a Wake’s End, e ciò che ho scoperto farà senz’altro riaprire il caso di suo padre.

Maud fu l’unica testimone

È strano pensare che fino all’anno scorso nessuno avesse mai sentito parlare di Edmund Stearne fuori dal minuscolo borgo del Suffolk chiamato Wakenhyrst. Gli abitanti del posto lo ricordano come un ricco proprietario terriero e uno storico stimato, un uomo dalla reputazione impeccabile, fino al giorno d’estate in cui massacrò la prima persona che gli capitò a tiro nel modo più strano e orrendo.

Maud fu l’unica testimone. Al processo contro il padre parlò brevemente, dopodiché non disse più nulla. Maud, Maud: si torna sempre a lei.

Il padre trascorse il resto della vita in manicomio, dove dedicò ogni istante delle sue giornate alla realizzazione di tre sbalorditivi dipinti che hanno incontrato un successo travolgente in tutto il mondo. In questo periodo li si vede ovunque. La stamperia d’arte Athena vende più poster di Stearne che di tutti gli impressionisti messi insieme. Eppure alla sua morte i quadri erano stati ceduti per quattro soldi all’Istituto Stanhope di storia della psichiatria.

Sono rimasti a languire nell’oblio per lungo tempo, finché l’anno scorso un’accademica si è imbattuta in una polverosa cassa da tè conservata in un deposito. «Mi si sono drizzati i capelli!» esclama con la sua vocetta acuta la dottoressa Robin Hunter, trentasei anni, una rossa che porta la minigonna e stivali di vinile bianchi. «Ho capito subito di avere scoperto qualcosa di grosso».

Il resto è storia: i dipinti sono stati esposti e hanno fatto scalpore. Edmund Stearne era un edoardiano, ma le sue opere sono curiosamente moderne: è perfettamente in linea con la nostra era, quella dei beatnik, degli hippy e dell’LSD. Ma ciò che ha davvero colpito la fantasia del pubblico è stato il mistero.

E io sono andato a Wake’s End per risolverlo.

Appuntamento alla palude

«Wake’s End non è su una strada che porta da qualche parte» mi ha avvertito la cameriera dell’Eel Grigg di Wakenhyrst. «Ci vai solo se ci devi andare».

E io dovevo andarci: ero stato invitato da Maud Stearne in persona.

Dal paese ho attraversato il Parco e superato la chiesa. La tenuta di Wake’s End è a poco meno di un chilometro e mezzo dalla chiesa di San Guthlaf, ma è isolata. Accoccolata presso l’ansa di un ruscello bordato dai salici, è protetta sul davanti da una siepe alta tre metri che pullula di cartelli scritti a mano: PROPRIETÀ PRIVATA! DIVIETO DI CACCIA, DI PESCA DELLE ANGUILLE E D’ACCESSO! VIETATO ENTRARE!

Ma non è solo la siepe a rendere Wake’s End un posto fuori dal tempo. È la Palude di Guthlaf.

Oggigiorno quelle che chiamiamo “paludi” sono in sostanza campi battuti dal vento e attraversati da canali di drenaggio. Invece la landa selvaggia e intrisa d’acqua che protegge Wake’s End è una palude vera, l’ultimo degli acquitrini che un tempo sommergevano tutta l’East Anglia. Si dice che sia la più antica, profonda e putrida che si sia mai vista. Qui vivevano le temibili “tigri della palude”, gente selvaggia che curava la “febbre terzana” con l’oppio fatto in casa e che non aveva paura di niente se non degli spiriti che infestavano gli stagni.

Nel corso di una precedente ricognizione mi sono avventurato all’interno: dopo dieci passi mi ero già perso. Le canne erano altissime e morte: ho avuto la strana sensazione che volessero vedermi andar via. La luce si faceva sempre più fioca. Percepivo il tanfo paludoso del marciume. Ho sentito un fruscio dietro di me e ho visto le canne dividersi come per far passare una creatura invisibile. Ho pensato: non c’è da meravigliarsi che Maud sia pazza. Come ha fatto a passare tutta la vita in un posto del genere?

Ma è davvero pazza? Ognuno dà di lei una descrizione diversa.

«La tipica zitella, morbosamente devota a suo padre» sostiene la cognata Tabitha Stearne, sessantasei anni.

«La signorina Maud odiava il padre» bofonchia uno zotico al pub.

«Di notte gira per la palude» dice un altro. «Quello noi non lo facciamo mai».

E Tabby Stearne, di nuovo: «Temo che quella cara vecchietta sia alquanto suonata. Ho saputo che hanno trovato alcuni animaletti morti appesi agli alberi».

Chi è la vera Maud Stearne?

Un incontro storico
Maud Stearne ha sessantanove anni, la schiena curva tipica delle persone alte. Vestita con maglia e pantaloni informi, vecchi stivali di gomma e impermeabile, ha l’ossatura forte del padre, ma non il suo aspetto incredibilmente attraente. In piedi sulla soglia di Wake’s End, evita di incrociare il mio sguardo e si muove di continuo, come se scrutasse qualcosa che solo lei può vedere.

Non mi stringe la mano: in fondo sono solo uno sporco scribacchino che sarebbe dovuto entrare dalla porta di servizio. «Sto uscendo!» tuona con accento snob. «La cuoca le farà dare un’occhiata in giro». E in un attimo la vedo andare a grandi passi sul retro della casa, attraversare un ponticello pedonale traballante e dirigersi nella palude.

«Che cosa significano i dipinti?» le grido dietro.

«Non li ho mai visti!»

Non ha mai visto i dipinti? Se la mia teoria è corretta, al centro di quelle opere c’è proprio lei.

Nessuno dimentica i dipinti di Edmund Stearne. La prima impressione che se ne ricava è quella di un’esplosione di colori, come di vetrate in frantumi. Se ci si avvicina, ci si accorge della presenza di minuscole faccine ostili che ti guardano maliziose. Vorresti tirarti indietro ma non puoi, e tuo malgrado vieni trascinato sempre più a fondo nel mondo distorto dell’assassino.

I tre dipinti sono senza titolo e rappresentano la stessa scena misteriosa: al centro del quadro a tinte scure c’è una donna dal lungo abito nero. Di lei si vedono solamente la schiena e i capelli biondi e crespi, e tutto intorno brulica un turbinio di creature ultraterrene. Sembrano uscite da un incubo e sono dipinte con dettagli così ossessivi che paiono vive. Grottesche, seducenti, persino malvagie… Non sorprende che Stearne venga paragonato al maestro medievale del macabro, Hieronymus Bosch.

Ma chi sono le sue creature? Elfi? Piccoli demoni? Fate? Rappresentano forse la chiave dell’omicidio? E chi è la donna sconosciuta?

Entrando a Wake’s End

La cuoca è una montagna di donna in tuta da lavoro che trasuda la forza e la violenza di una guardia carceraria. Potrebbe avere un’età qualsiasi fra i cinquanta e i settantacinque anni – capelli a onde, bocca scarlatta e tirata – e mi lancia un’occhiata gelida. Da queste parti se non sei nato nel Suffolk vieni da “sopra le Contee”. In altre parole, sei un marziano.

Non è certo una chiacchierona, ma mentre mi accompagna a fare il giro della casa vengo a sapere che lei e «la signorina Maud» si odiano di quell’odio che giunge alla perfezione dopo decenni. Il mio giro mi pare decisamente organizzato: mi viene mostrato solo quello che Maud vuole farmi vedere. Mi chiedo se ci sarà anche il leggendario taccuino.

A Wake’s End non hanno soldi, questo è certo. Le spesse mura medievali sono impregnate di umidità e i mobili ammuffiti sono antecedenti alla Prima guerra mondiale. Il tempo qui si è fermato al 1913.

Lo «studio del Padrone» dà la strana impressione che Edmund se ne sia appena andato. Sul catino si vedono due spazzole dal dorso d’argento con ciocche di capelli biondi aggrovigliati. Sulla scrivania c’è una pila di fogli dattiloscritti ingialliti: Il libro di Alice Pyett (1451-1517), mistica. Trad. ed esegesi a cura di E.A.M. Stearne, Dott. in Fil. a Cambr. Stava lavorando a quello, prima dell’omicidio.

Ma ancora niente taccuino.

La scrivania di Maud si trova nella biblioteca, dall’altra parte del corridoio. È affacciata su un prato incolto con alcuni alberi e quello che pare un pozzo dei desideri: muretto circolare di pietra, secchio attaccato a una corda. È il pozzo accanto al quale hanno trovato Edmund dopo l’omicidio, e quello è il frutteto dove ha compiuto il misfatto. Questa è la scena che Maud ha davanti agli occhi anno dopo anno.

Sulla sua scrivania ci sono un’ala di porcellana azzurra (proprio così, un’ala) e un massiccio volume rosso su cui sono stampigliate in oro le iniziali E.A.M.S., Edmund Algernon Montague Stearne. Mi manca il fiato: eccolo, è il suo taccuino. Maud si è sempre rifiutata anche solo di confermarne l’esistenza, eppure l’ha lasciato in bella mostra perché lo vedessi. A che gioco sta giocando? Anzi, la vera domanda è: posso dargli un’occhiata?

«Cinque minuti» ringhia la cuoca. «Non uno di più».

Sono troppo emozionato per replicare. Le sue parole gridano dalla pagina. «Edmund Stearne – Privato, 1906»: sette anni prima dell’omicidio.

All’inizio sono solo appunti, poi più niente per cinque anni. Dal 1911 le pagine sono tutte scritte fittissime. La grafia è minuta e illeggibile, ma qua e là spicca qualche frase comprensibile. E alcune sono davvero strane.

… un corridoio stretto e lungo rivestito di piastrelle di ceramica color sangue di bue, calde al tatto e scivolose in modo ributtante…

… il rigonfiamento carnoso sul labbro superiore…

Ci sono anche gli angeli, ma non tanti quanti sono i demoni.

Era orribilmente cambiata.

Ci sono anche degli schizzi ben fatti: volti medievali grotteschi, un pipistrello, un rospo, una gazza. Sono tutti così verosimili da risultare inquietanti e vagamente minacciosi.

So che cos’hai fatto.

È solo un dipinto: non può farmi alcun male…

… un grido acuto e lontano proveniente dalla palude…

Troverò la risposta nel libro della Pyett.

L’ultima pagina è bianca, a parte una frase scarabocchiata e sottolineata due volte: Buon Dio, spero di sbagliarmi.

Assassinio nel frutteto

Perché Maud non ha consegnato il taccuino alla polizia? Che cosa nasconde?

Al processo ha affermato che il giorno dell’omicidio si trovava al piano di sopra e che quando guardò dalla finestra a oblò in fondo al corridoio vide il padre scendere i gradini dell’ingresso principale con in mano un punteruolo da ghiaccio e un martello.

Gridò al garzone: «Chiama aiuto! Il Padrone è impazzito!» Poi corse nel frutteto, ma troppo tardi. Edmund era già inginocchiato accanto a un cadavere.

Il medico legale disse che il colpo mortale era stato il primo, quello assestato con il punteruolo perforando bulbo oculare e cervello. Speriamo che sia vero, perché Edmund fece lo scalpo al corpo, tagliò via un pezzetto di cranio e scavò nella materia grigia come se stesse cercando qualcosa. E Maud vide tutto.

Quel che accadde dopo è uno dei grandi misteri del caso. In qualche modo Edmund finì in fondo al pozzo e si mise a urlare terrorizzato, lottando contro un esercito di anguille vive che si contorcevano.

Maud disse di non aver visto niente perché, per l’appunto, stava fissando il cadavere. Quello che ricorda è che arrivò la domestica, la quale non vide il corpo nell’erba alta, ma sentì il Padrone gridare e corse a chiamare aiuto.

«Lasciatelo andare!» gridò Maud, rendendosi odiosa agli occhi dell’opinione pubblica. La stampa l’ha definita «insensibile e per nulla femminile», e il suo aspetto insignificante non l’ha certo aiutata.

Ma che il padre fosse colpevole era fuori discussione. Quando i poliziotti lo trascinarono via, si calmò e confessò: «Sono stato io, ma non ho fatto niente di male».

Non spiegò mai perché l’avesse fatto e non c’era alcuna ostilità tra lui e la vittima: si era limitato a uccidere la prima persona capitatagli a tiro. La polizia gli trovò nelle tasche frammenti di vetro verde identici a quelli incastrati nei bulbi oculari, nelle orecchie e nella lingua del cadavere, oltre a quattro foglie di una pianta chiamata “sigillo di Salomone”. Altre tre foglie come quelle erano infilate nella gola della vittima.

Tutti questi dettagli provavano la sua colpevolezza, ma per me significano molto di più, perché per secoli il sigillo di Salomone è stato usato nelle pratiche di stregoneria.

Non è stato lui

Che cosa c’entrano le streghe con Edmund Stearne? C’entrano parecchio, perché io sono convinto che fosse innocente.

Quando era in fondo a quel pozzo non urlava perché era pazzo: aveva il terrore delle anguille fin da quando era bambino. Il suo medico al manicomio di Broadmoor scrisse: «Si comporta in modo perfettamente razionale. La sola indicazione di mania è il suo terrore per gli esserini minuscoli che si sente costretto a dipingere, eppure a quanto pare non riesce a smettere di farlo».

La sola indicazione di pazzia! Edmund non era pazzo, il giorno dell’omicidio: lo è diventato dopo, in manicomio.

Quanto all’omicidio, abbiamo solamente la parola di Maud che sia stato lui a commetterlo! E la sua deposizione è piena di lacune.

Perché ha gridato: «Il Padrone è impazzito», se l’unica cosa che aveva fatto era uscire di casa con un punteruolo e un martello?

Perché mandare il garzone a cercare aiuto? Era un ragazzo robusto di sedici anni, avrebbe potuto benissimo fermare Edmund.

Come ha fatto Edmund a finire nel pozzo? L’ha forse spinto qualcun altro, primadell’omicidio, per toglierselo dai piedi? È stato qualcun altro a infilargli quegli oggetti in tasca e a buttargli addosso le armi del delitto e le anguille?

Ma che c’entrano poi le streghe con tutto questo?

Non è solamente il sigillo di Salomone a far pensare a loro, è anche il vetro. L’ho ritrovato nel minuscolo museo di Wakenhyrst: secondo gli esperti è di epoca medievale e reca tracce di urina e della letale belladonna, entrambi ingredienti comunemente usati per la “fiala della strega”, un antico incantesimo contro il malocchio.

E non può essere una coincidenza il fatto che uno degli antenati di Edmund fosse un “pungolatore di streghe”, cioè una di quelle persone incaricate di ispezionare l’accusata per verificare se avesse nei o verruche rivelatori. Oppure che John Stearne fosse in combutta con il famigerato Witchfinder-General che nel 1645 fece impiccare quaranta persone a Bury St Edmunds. (Un altro giudice finì a Salem, in Massachusetts, al processo per stregoneria più celebre di tutti i tempi. Chi lavora nel cinema la chiama “prospettiva americana”, ed è per questo che Hollywood ha messo gli occhi sulla storia di Maud.)

E poi c’è un elemento decisivo: Fonti di Wakenhyrst affermano che Maud Stearne è convinta di essere una strega.

Attenzione, non sto dicendo che lo sia, ma nel 1913, credendo di esserlo, non può forse aver commesso il crimine incastrando poi suo padre, il quale, per proteggerla, si è addossato generosamente la colpa?

E perché l’ha fatto? Svelerò tutti i dettagli nel mio libro; il punto è che ogni cosa quadra e contribuisce a risolvere il mistero di Edmund Stearne.

I suoi dipinti sono in realtà messaggi in codice che puntano il dito sulla colpevolezza di Maud. La donna al centro dei suoi quadri è una strega e le creature che le vorticano intorno sono i suoi demoni domestici.

E la strega è Maud.

L’ Autrice

foto presa dal web

Michelle Paver è nata in Africa Centrale, in Malawi, da madre belga e dal padre che dirigeva un piccolo giornale, il Nyasaland Times e all’età di tre anni si è trasferita in Inghilterra. Dopo una laurea in biochimica a Oxford, ha lavorato in uno studio legale della City e poi ha lasciato l’avvocatura per dedicarsi alla scrittura. È autrice delle Cronache dell’era oscura e delle Cronache dell’età del bronzo .

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