sabato, Ottobre 24, 2020
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Segnalazione: “Il maestro di Auschwitz di Otto B Kraus edito da Newton Compton dal 2 Gennaio in tutte le librerie e on-line

Otto B Kraus

IL MAESTRO DI AUSCHWITZ

3.0 
In uscita il 2 gennaio 2020
Traduzione: Laura Miccoli

Pagine: 288
Prezzo: € 9.90
E-book: € 5.99


Un romanzo autobiografico ispirato alla vita del suo autore, Otto B Kraus, che durante la sua prigionia ad Auschwitz sfidò le regole dei nazisti e diede lezione di nascosto ai bambini ebrei raccolti nel Blocco 31.
 
«Impressionante. Quando ho letto il manoscritto ho pensato che dovesse essere assolutamente pubblicato.»
Elie Wiesel
 
«Fa commuovere profondamente. Questo libro è parte di una memoria collettiva che deve essere preservata.»
Yossi Sarid, ex ministro dell’istruzione israeliano
 
«È fondamentale che storie come questa vengano pubblicate. Mi aspetto che questo libro diventi un bestseller.»
Judith Kestenberg
 
«Otto Kraus unisce un talento narrativo eccezionale alla potenza di un’esperienza personale incredibile, tra le baracche immerse negli orrori di Auschwitz. Da oggi in poi il suo nome entrerà di diritto tra gli scrittori fondamentali del ventesimo secolo.»
Antonio Iturbe

Alex Ehren è uno dei prigionieri di Auschwitz-Birkenau. Ogni giorno che passa la lotta per sopravvivere all’orrore del campo di concentramento si fa sempre più dura. Eppure Alex ha deciso di contravvenire agli ordini dei suoi spietati aguzzini e, di nascosto, dà lezione ai bambini raccolti nel famigerato Blocco 31. È un piccolo gesto di coraggio, che ha però un incredibile valore sovversivo, perché è il solo modo per tentare di proteggerli dalla terribile realtà della persecuzione che sperimentano sulla propria pelle. Eppure, insegnare ai bambini non è l’unica attività proibita a cui Alex si dedica…
Questo romanzo è ispirato alla vera storia di Otto B Kraus, che durante la prigionia nel campo di concentramento osò sfidare le inflessibili regole imposte dai nazisti e creò per i suoi piccoli allievi un’oasi di normalità.



OTTO B KRAUS è nato nel 1921 a Praga. Lui e la sua famiglia furono deportati nel maggio 1942 nel Ghetto Terezin e da lì ad Auschwitz. Fu tra i mille uomini inviati nel campo di concentramento di Schwarzheide-Sachsenhausen in Germania. Dopo la guerra, tornò a Praga dove apprese che né i suoi genitori, né suo fratello erano sopravvissuti. Si iscrisse all’università per studiare Letteratura, Filosofia, Inglese e Spagnolo. Ricevette una modesta borsa di studio e iniziò a ricostruire la sua vita. È morto il 5 ottobre 2000, a casa, circondato dalla sua famiglia.




Estratto

A mia moglie Dita, senza la quale questo libro non sarebbe mai stato scritto

Come son belle le tue tende,
o Giacobbe, le tue dimore, o Israele

Numeri, 24:5

Prologo

La storia narrata in questo libro è basata sui diari di Alex Ehren. Ho dovuto ritoccarne il testo, che sarebbe risultato oscuro a lettori che non hanno familiarità con il Campo famiglie ceco di Auschwitz-Birkenau. Ho colmato i vuoti laddove mancavano pagine, perché perdute o semplicemente non presenti all’interno della frettolosa copia che ho ricevuto da Antonin Dominicus. Ho mantenuto il racconto fedele all’originale, sebbene abbia cambiato i nomi dei personaggi; molti di essi sono morti, ma quanti sono ancora in vita potrebbero provare imbarazzo per gli episodi menzionati nel diario.

Mentre sfoglio le pagine rivedo mentalmente il nascondiglio che scavammo sotto la nostra cuccetta. A turno tirammo via la terra con le nostre ciotole sgangherate e poi la spargemmo sulla strada del campo, dove si mischiò al fango. Lavorammo con i cucchiai, facendo molta attenzione a non romperne il manico perché, se avessi perso il mio prezioso strumento, sarei stato costretto a leccare la zuppa come un cane. Coprimmo il buco con un’asse, che Shashek aveva staccato da dietro la sua branda, dove era buio anche di pomeriggio. Se qualcuno avesse denunciato la scomparsa della tavola, il responsabile del Blocco ci avrebbe condannati a venti sferzate con la verga. Conservammo parte del terriccio e lo spargemmo sull’asse in modo che si confondesse con la terra battuta del pavimento. Aprivamo il nascondiglio soltanto di notte, per metterci dentro le pagine che Alex Ehren aveva scritto durante il giorno. Verso la fine di giugno, che era il periodo stabilito per la nostra esecuzione, avevamo accumulato centoventitré fogli di diario scritti nella minuta grafia di Alex, nella quale le estremità finali delle parole si incurvavano verso l’alto come code di maialini e la lettera G assomigliava al numero otto.

Vivevamo in una cuccetta costruita per quattro, ma in tempi di sovraffollamento – ovvero prima della partenza del carico di settembre e dopo l’arrivo del contingente di maggio – ci si dormiva in sette, talvolta persino in otto. C’era così poco spazio sulla cuccetta che, quando uno di noi voleva riposare il fianco, dovevamo girarci tutti in un intrico di gambe e petti e pance vuote come se fossimo un’unica creatura dai molteplici arti, una sorta di divinità indù o di millepiedi. Fra noi nacque una certa intimità, non solo nel corpo ma anche nella mente, perché sapevamo che, pur non essendo nati dallo stesso ventre, saremmo di certo morti insieme.

Decidemmo di scrivere un diario per stabilire un contatto con il mondo. Eravamo come un sasso gettato nel vuoto dell’universo, fuori dal tempo, dannati, abbandonati e completamente soli. Credevamo che, lasciando una testimonianza scritta, non saremmo svaniti dalla memoria dell’umanità, come una parola strappata via dal vento o una lettera scritta sull’acqua. Sapevamo che le possibilità che qualcuno potesse mai leggere il diario erano molto scarse. Le pagine sarebbero potute finire nelle mani del responsabile del Blocco, chele avrebbe ridotte in cenere. E se anche la cartellina fosse sopravvissuta avrebbe potuto non essere mai ritrovata, una volta che avessimo portato a termine la marcia verso le camere a gas. Eppure, la nostra impresa illuminava le notti e temprava lo spirito durante le giornate piene di fumo. Scegliemmo Alex Ehren per scrivere le nostre memorie perché aveva accesso a carta e matite. Aveva anche a disposizione un tavolo e l’intimità della baracca nei momenti in cui i bambini incontravano i genitori, prima dell’appello serale. Inoltre, Alex Ehren era un poeta e se la cavava con le parole. Ricordo ancora poche briciole dei suoi versi, anche se dopo così tanti anni probabilmente avrò cambiato alcune parole, dimenticato il ritmo o confuso le frasi con quelle di altre poesie lette in seguito. I suoi versi potrebbero sembrare banali oggi, ma noi restavamo ammutoliti e colpiti quando li sussurrava nell’oscurità della baracca.

Alex Ehren era un poeta, ma le memorie non erano interamente sue. Non condividevamo solo lo spazio ristretto della cuccetta, ma anche i pensieri e le paure che Alex plasmava in frasi e paragrafi ben smussati. Eravamo tutti attori di un’opera teatrale e, nonostante non fossimo su un palco, le nostre voci recitavano una parte. Non so se Alex tenesse per sé alcune battute, pensieri ed episodi che era troppo timido per condividere.

Avvolgevamo il diario nella carta catramata strappata dal soffitto e in una fodera di tela cerata, che avevamo barattato per una razione di pane con un prigioniero di guerra russo. La 

tela cerata doveva essere appartenuta a un pescatore baltico, perché puzzava di sirene e di pesce e di alghe marce. Quando la toccavamo chiudevamo gli occhi e sognavamo la libertà dell’oceano, navi che veleggiavano verso mete esotiche, isole profumate di spezie e litorali pervasi dal dolce profumo di limoni in fiore. Ogni volta che sotterravamo il plico, il suo odore mi restava sulle dita e mi ricordava che, nonostante fossi destinato a dissolvermi in un filo di fumo, quelle memorie sarebbero rimaste e avrebbero testimoniato che eravamo vissuti.

Dopo la guerra sono stato troppo occupato per tornare ad Auschwitz-Birkenau e recuperare dalla terra i ricordi che avevo cercato di dimenticare. Mi stavo riprendendo da un accesso di febbre tifoidea che avevo contratto in un campo di quarantena sovietico e, quando finalmente tornai a Praga, non vedevo l’ora di costruire un mondo tutto mio per sostituire quanto avevo perduto. Non avevo famiglia, non avevo una casa, non avevo amici e i diari di Alex Ehren sembravano poco importanti.

Assaporavo la mia nuova libertà e camminavo per le strade, osservavo la corrente del fiume che fluiva sotto il ponte Carlo e mi arrampicavo su per i gradini della collina di Petřín. Era emozionante essere vivo e poter vagare ovunque desiderassi. I lillà fiorivano nei parchi e io me ne stavo seduto sotto la loro ombra odorosa, a osservare l’incedere delle giovani donne e a bramare i loro seni oscillanti. Per la prima volta dopo cinque anni non ero considerato un subumano, un mostro o un parassita che doveva essere sterminato. Dopo mesi di fame smisurata, avevo abbastanza pane per riempirmi lo stomaco e, dal momento che la gente non si allontanava più da me come se avessi la lebbra, stavo imparando a sentirmi di nuovo un essere umano.

In realtà mi ero rifiutato di tornare ad Auschwitz per cercare il diario. Non volevo sprofondare nell’abisso del dolore e riaprire le ferite che avevano appena iniziato a guarire. Non volevo scavare nella melma di Birkenau, che conteneva le ceneri di mio padre, dei miei amici e le ossa delle ragazze a cui avevo sfiorato il gomito nell’intimità di un cinema durante i miei anni acerbi prima della guerra. E, soprattutto, volevo dimenticare i volti scarni dei bambini con cui avevo lavorato negli ultimi mesi a Birkenau.

Tutto questo mi trattenne dal cercare di recuperare i diari di Alex Ehren. Secondo un mito, l’uomo non può sopravvivere a un incontro faccia a faccia con Dio. Eppure, se un uomo esposto alla luce pura muore, se sperimenta il male supremo non è forse destinato a perdere la sua anima? Ci sono state volte in cui ho assistito a episodi talmente innaturali che, se non mi fossi fatto crescere una corazza di insensibilità intorno al cuore, sarei morto per il terrore o sprofondato nella follia. Oppure, pur sopravvivendo, mi sarei guastato a vita. Non era una marea che si limitava ad andare e venire; non era una calamità improvvisa – il trapasso di una persona amata – ma piuttosto una continua esposizione alla morte, durante la quale a una mattinata di atrocità seguivano notti intrise di paure ancora peggiori. Avevo gli incubi ma, quando mi svegliavo sul mio pagliericcio, i sogni impallidivano di fronte agli orrori della realtà. Più venivo a contatto con la paura e la disperazione, più spessa diventava la mia gelida corazza, finché non restava quasi più nulla del cuore sotto il ghiaccio dell’insensibilità.

Nel corso degli anni la corazza di ghiaccio si è assottigliata, sebbene non si sia mai sciolta del tutto. So quando è il momento di ridere e quando è il momento di piangere, ma le mie lacrime e le mie risate sono solo una maschera. Perché sono un uomo separato dal resto dell’umanità, capace solo in parte di amare, di odiare e di provare emozioni.

Non esistono fatalità nella vita, perché gli eventi sono il risultato di tutto ciò che è già accaduto: qualunque cosa ci capiti doveva succedere e non poteva essere evitata. Mi ero rifiutato di recuperare i diari di Alex Ehren perché ero restio all’idea di dover affrontare il passato. La mente umana immagazzina il dolore nelle sue cantine e io non volevo nemmeno avere le chiavi per aprire stanze che avevo chiuso e dimenticato. E ciononostante le memorie mi ritrovarono in un modo e in un luogo che non mi sarei mai aspettato.

 

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