“Un regalo sotto l’ albero” di Jenny Gladwell

“Un regalo sotto l’ albero” di Jenny Gladwell

Proprio quando uno scoop stava per far decollare la sua carriera, Jane Brook, giornalista, è stata piantata in asso dal fidanzato e tutto è andato a rotoli. Con il Natale alle porte, Jane vorrebbe soltanto chiudersi in casa e prendersi cura del suo cuore spezzato, ma il capo ha altri progetti per lei e la invia in Norvegia per un reportage sulla “Regina della Foresta”, l’albero di Natale che ogni anno il Paese scandinavo regala alla città di Londra. La aspetta una settimana di hotel di lusso e festeggiamenti, il tutto in compagnia dell’affascinante ma scorbutico presentatore televisivo Philip Donnelly. Forse è proprio questo ciò di cui Jane ha bisogno per riprendersi dai fallimenti amorosi… È arrivata solo da pochi giorni, quando, nel cuore della foresta innevata, fa una scoperta: un plico di lettere, spedite durante la guerra, scambiate tra un giovane soldato e una ragazza misteriosa. L’ultima lettera termina con una supplica appassionata che non ha mai ricevuto risposta. Jane sa che è quasi impossibile riuscirci, ma l’istinto le suggerisce di mettersi sulle tracce dei due innamorati e provare a regalare a questa storia d’amore un finale perfetto. Chissà che, così facendo, non trovi il suo personale lieto fine…

Per Alex

Nybergsund, Norvegia, 11 aprile 1940

Cadeva la neve.

Il giovane soldato fumava accanto a un furgone, con gli occhi scuri fissi sul gruppetto di uomini. Il silenzio lo innervosiva molto più delle bombe. Fece un ultimo tiro di sigaretta e la gettò via. Aveva un sapore amaro in bocca.

Almeno sembrava che si fosse deciso qualcosa, infatti gli uomini si girarono e si avviarono verso di lui. Erano imbacuccati in giacconi invernali, indossavano le muffole e camminavano svelti sulla neve fresca. Uno di loro era il suo ufficiale superiore. Gli altri erano membri del gabinetto, i loro volti erano inespressivi ma stanchi. Il quinto uomo era re Haakon.

Quindi è deciso, pensò il soldato: se ne vanno. Dopo settimane di discussioni, prevaricazioni e negoziati, re Haakon avrebbe abbandonato il suo popolo e il suo Paese. Una decisione maturata in quegli strani tempi non per codardia, ma per puro e ostinato coraggio. Quell’improbabile monarca, a cui nessuno aveva mai dato tanto credito, forse aveva più fegato di quanto tutti avessero immaginato. Rifiutandosi di avallare un governo fantoccio, si era inimicato il regime nazista e ogni momento passato lì era un rischio per lui e per la gente di Nybergsund.

Il soldato conosceva il piano, se così si poteva chiamare. Dovevano arrivare a Molde, il centro della resistenza norvegese e da lì al confine con la Svezia. Poi solo Dio lo sapeva. Il re pensava di poter formare un governo a distanza. Forse in Inghilterra. Per la Norvegia rappresentava l’opportunità di tracciare una linea sulla sabbia. Di battersi per la democrazia e per la libertà.

Se ne fossero usciti vivi.

Il confine non era mai parso così vicino eppure così lontano.

Gli uomini si avvicinarono e il soldato raddrizzò le spalle. Il suo respiro formava nuvolette nell’aria. La neve cadeva fitta e gli ammantava le spalle. Incrociò lo sguardo del suo superiore.

«Il re parte adesso», disse. «Sei pronto?»

«Sissignore», rispose il soldato.

«Prego, Sua Maestà». L’ufficiale accompagnò il monarca al veicolo.

Il soldato si era abituato alla faccia del re, dopo l’ultima settimana. Era solo una faccia come le altre. Piuttosto scarna, resa agguerrita dalle preoccupazioni degli ultimi tempi, con grossi mustacchi e folte sopracciglia.

Negli ultimi istanti prima di partire, il soldato non guardò né il re né il suo superiore, ma la donna che stava alle loro spalle. Aveva capito che forse non avrebbe avuto altre occasioni di rivederla.

Doveva assorbire tutti i dettagli del suo volto, gli zigomi alti e fieri, gli occhi azzurri, i capelli scuri e mossi che le coprivano la fronte. Doveva stamparseli nella memoria per non dimenticarli mai.

L’ufficiale gli posò brevemente una mano sulle spalle, mentre il re saliva sul furgone. «Il Paese conta su di te», disse. «Il re non è un soldato», aggiunse seccamente. «Fai quel che devi per portarlo al confine».

Il soldato annuì.

A quel punto la donna fece un passo verso di lui, nel buio, e gli porse una mano. Lui la afferrò, sentì il battito attraverso i guanti. La trasse a sé velocemente e per brevissimi istanti premette la guancia gelida sulla sua.

«Prenditi cura di te», mormorò, con voce rauca.

«Anche tu».

«Ti scriverò».

Poi si allontanò di corsa e salì sul furgone, dove gli uomini sedevano in silenzio. Premette sull’acceleratore e, mentre tagliavano faticosamente la distesa di neve, la guardò dal finestrino posteriore finché scomparve, inghiottita dal bianco infinito.

Caro Thomas,

questa sarà l’ultima lettera che ti scrivo.

All’inizio ho cercato di passarci sopra, ma dopotutto è difficile scrivere senza ottenere risposta. Che cosa pensi quando ricevi una delle mie lettere? Il tuo cuore scalpita?

Sai che è finita, non serve che te lo dica io. Ma ti scrivo un’ultima volta perché voglio che qualcuno sappia quanto sono stata in gamba. Ci sono riuscita, vero? Quindi ho pensato che ti sarebbe piaciuto avere questo ricordo. “Brava, Marit”, vorrei che mi dicessi.

Sei il custode del mio segreto e forse un giorno lo vedrai alla luce del sole.

Fallo per me. E ti chiedo un altro favore. Torna. Torna dove abbiamo passato l’ultima notte insieme, prima che le nostre vite cambiassero completamente. Dopo potrai ripartire e vivere una vita bella e rispettabile con la tua ragazza altrettanto bella e rispettabile. Ma torna da me, soltanto una volta.

La tua Marit

1

Londra, novembre 2017

Cadeva la neve.

Nel suo appartamentino su una strada tranquilla a Stoke Newington, Jane Brook era seduta alla finestra a guardare i grossi fiocchi che scendevano dal cielo. Era prevista neve per tutta la settimana; forse anche a Natale. Non le dava nessuna gioia. La neve non era fatta per essere guardata dalla finestra, in solitudine. La neve era bella se condivisa con qualcuno. Con Simon, per esempio.

Pensò a quella settimana dell’inverno precedente in cui pure aveva nevicato e lei e Simon erano felici. Lui l’aveva convinta a prendersi una settimana di ferie, cosa inaudita per lei. Si erano seduti per un caffè nel bar turco vicino casa e avevano semplicemente parlato, euforici per la novità, emozionati per la loro relazione segreta. Si guardavano negli occhi e scoppiavano a ridere per un nonnulla. Ogni contatto faceva scintille.

Lui aveva risvegliato in lei un senso di spensieratezza che non ricordava di avere. Mentre lei era calma e ordinata, lui era caotico e spontaneo. Aveva scoperto la gioia di stare abbracciati a letto, sonnecchiando al calduccio. Avevano passato lunghi pomeriggi al pub. Lei comprava un mucchio digiornali per le ricerche e si sedevano a leggere e a bere, a spettegolare sui giornalisti, mangiando patatine e uscendo piacevolmente brilli.

Tornavano al suo appartamento con le guance arrossate e gli occhi lucidi, barcollando tra i cumuli di neve e tenendosi l’uno all’altra quando scivolavano. Con la sciarpa di Simon intorno al collo, intrisa del suo odore, la mano guantata nella sua. Le pigre serate sul divano, con i suoi piedi in grembo, quando bevevano i whisky costosi che portava lui e guardavano i vecchi film che lei amava tanto. La vita è meravigliosa a Natale. L’appartamento, il suo preferito, alla vigilia. Simon aveva riso di lei quando aveva pianto, alla fine.

«Credevo che fossi una dura», aveva detto, prendendola in giro.

Nevicava più forte. Jane alitò sul vetro e disegnò una faccia allegra e sorridente che cancellò subito dopo. Dalla strada giunse uno scroscio di risate e passò un bambino con l’impermeabile e gli stivaletti di gomma, la neve gli arrivava quasi alla vita. Seguì una coppia, un uomo e una donna che camminavano abbracciati. Jane chiuse gli occhi e appoggiò la fronte al vetro.

Con Simon aveva capito quanto sarebbe stato meraviglioso dividere la vita con qualcuno. Gli aveva aperto il suo mondo composto e ordinato e le cose non sarebbero mai state più le stesse.

Le sue migliori amiche, Margot e Kate, l’avevano portata fuori a cena, la sera prima, in un ristorante in centro che adoravano. Le avevano riempito un enorme bicchiere di vino e avevano ordinato per lei una bistecca con contorno di spinaci e purè di patate. Margot era incinta, al terzo trimestre, e Kate, la sua compagna, era piena di accortezze e le massaggiava spesso la schiena. Malgrado si fossero sforzate di evitarlo, erano finite a parlare di piani per il parto e cura dei bambini, congedi di maternità, mutui e installatori di cucine. Jane le aveva ascoltate, osservando il ritmo gentile e amorevole di una relazione, e aveva sentito crescere la tristezza. Loro c’erano sempre quando aveva bisogno di confidare il suo dolore, la guardavano con compassione, ma Jane sapeva di doversi tirare fuori da sola da quella tetraggine.

Non poteva stare ancora lì, seduta alla finestra, a guardare cadere la neve. Aveva le mani e i piedi freddi. Non mangiava in modo decente da giorni. Aveva bisogno di farsi una doccia, lavarsi i capelli. Gettare il cibo andato a male nel frigorifero. L’ultima volta che l’aveva aperto, conteneva un pezzo di formaggio scaduto, mezzo vasetto di pesto e un cespo di lattuga appassita.

Perché l’indomani doveva partire per un viaggio di lavoro in Norvegia. Gemette. Tra tutti i posti, proprio la Norvegia.

Significava solo altra neve.

Era stata Nadine, il suo capo, a suggerire l’incarico. “Suggerire” era un eufemismo: Nadine dava ordini, non suggerimenti.

Il giorno prima era uscita dal suo ufficio e aveva mollato il comunicato stampa sulla scrivania di Jane. Carta spessa color crema, eleganti caratteri in corsivo, foto a colori di un abete sotto la neve e di un fuoco scoppiettante.

«Ti mando in Norvegia a guardare il taglio dell’albero di Natale di Trafalgar Square», aveva detto. «Un viaggio di lavoro extra lusso».

«Vuoi farmi scrivere un articolo su un albero?», aveva domandato lei, incredula.

Lavorava al «London Courier» da quasi dieci anni. Fin dall’inizio aveva idolatrato Nadine, che portava sempre corti i capelli biondo cenere, indossava tailleur pantaloni e scarpe da ginnastica, non si truccava e gestiva il giornale con calma efficienza.

Nadine aveva anche qualcosa che, come Jane con il tempo aveva compreso, era rara nel settore: l’integrità. Il «Courier» era rispettato per l’imparzialità delle notizie, un aspetto di per sé degno di nota, grazie anche al recente reportage, scritto proprio da lei, su un drammatico scandalo nell’immigrazione che aveva mostrato la corruzione al centro del governo.

Jane aveva sperato che la storia successiva sarebbe stata altrettanto interessante.

Aveva dato una scorsa alla patinata rassegna stampa. «Sembra una marchetta», aveva detto e Nadine aveva inarcato un curatissimo sopracciglio. «Pensavo solo che forse è meglio se resto qui», aveva continuato Jane, più diplomaticamente. «Voglio buttarmi su qualcosa di nuovo. Ho tantissime idee…».

Nadine l’aveva scrutata da sopra gli occhiali per un lungo momento, con qualcosa di strano e insolito nello sguardo.

«Voglio che ti prendi una pausa», aveva detto alla fine. «Hai lavorato sodo e ho visto giornalisti con più esperienza di te avere un esaurimento dopo una storia importante come quella. Inoltre, ho la sensazione che tu non te la stia passando molto bene qui, ultimamente».

Era il suo turno di essere diplomatica, evitando di menzionare Simon.

«Dovresti prenderti una vacanza», aveva aggiunto. «È quello che farebbe chiunque dopo il mese che hai appena trascorso. Ma siccome so che non lo farai mai di tua iniziativa, sì: ti mando in Norvegia per scrivere di un albero. È il prossimo grande evento».

Jane aveva preso la rassegna stampa e aveva cominciato a leggere.

I riflettori dei social media di tutto il mondo, a novembre, saranno puntati sulla Norvegia, dove un gruppo scelto di blogger e giornalisti ci raggiungerà per un magico viaggio nel passato…

Fin dal 1947, la città di Oslo, ogni anno, ha donato un albero di Natale alla città di Londra, come segno di gratitudine per l’aiuto fornitole durante la seconda guerra mondiale.

Nel 1940, nel pieno dell’occupazione, re Haakon di Norvegia rifiutò di mettere un simpatizzante dei nazisti a capo del governo. Sfuggì miracolosamente ai bombardamenti dei tedeschi e istituì un governo temporaneo a Londra. Per il resto della guerra, la Norvegia si batté instancabilmente contro il regime nazista. Ogni anno, un magnifico albero di Natale, noto come “Regina della Foresta”, viene attentamente scelto nel bosco alle porte di Oslo e trasportato a Londra su un autocarro e su una nave da carico. Il regalo ai londinesi da parte dei norvegesi ha un ruolo centrale nelle decorazioni natalizie della città ed è parte integrante di molti eventi festivi nel corso della stagione.

Jane si era interrotta per protestare e Nadine aveva alzato una mano. «Continua a leggere».

Quest’anno, l’ente norvegese per il turismo, la rivista «Luxury Travel» e una selezione dei marchi di alta gamma della moda e del lifestyle sponsorizzano un viaggio sontuoso per i nostri ospiti attraverso i paesaggi mozzafiato della Norvegia per assistere al taglio dell’albero prescelto. Soggiorneranno nei nostri migliori alberghi e gusteranno le prelibatezze della cucina norvegese e i piatti tradizionali natalizi. Il viaggio culminerà con un gran ballo d’inverno prima del ritorno a casa per vedere l’albero installato a Trafalgar Square.

Un simbolo di pace per i nostri tempi, condiviso con il mondo.

«Mando anche Andersen», aveva annunciato Nadine. Poi, a voce più alta: «Hai sentito, Ben?».

Ben Andersen, un fotografo freelance, noto per essere sempre allegro nonostante coprisse una serie di desolanti zone di guerra, aveva alzato la testa.

«Sono appena tornato», aveva obiettato in tono mite. «Sono stato via per sei mesi. Devo ancora disfare le valigie».

Era stata la cosa più vicina a una protesta che avesse mai fatto.

«Pensalo come un piacevole cambio di routine», aveva risposto gaiamente Nadine. «Sei troppo gentile per dire di no. È perfetto. Tu poi sei norvegese, vero?»

«Sì», aveva detto Ben. La sua faccia si era illuminata. «Immagino che andremo lì per i mercatini natalizi».

Nadine aveva fatto un gran sorriso. «Questo è lo spirito giusto. Prendi esempio da Ben, Jane. Allora, se sta bene a entrambi…».

«È solo che non capisco dove sia la storia», aveva borbottato Jane, esaminando di nuovo il fascicolo. «Come se non bastasse, io odio il Natale».

«Ebbene, Scrooge», era intervenuto Ben, «se c’è qualcosa che può convertirti è una quindicina di giorni in Norvegia. È dove hanno inventato il Natale, in pratica».

«Ma smettila», gli aveva detto Jane. «Il Natale è stato inventato dai grandi magazzini per vendere alla gente altra roba di cui non ha bisogno».

«Il Natale come lo conosciamo è stato inventato da Dickens», aveva precisato Nadine e si era seduta accanto a lei, cominciando a scrivere distrattamente un’email sul suo cellulare, già assorta in qualcos’altro. «È una storia che fa bene al cuore. Non significa che sia senza valore». Ben aveva annuito vigorosamente e Jane gli aveva lanciato uno sguardo truce. «I nostri lettori hanno bisogno di un po’ di buoni sentimenti, qualcosa che gli ricordi che le persone sono fondamentalmente buone.

Una storia positiva sulla solidarietà e la collaborazione tra i Paesi europei forse è proprio quello che ci vuole».

«Esatto!», aveva rincarato Ben.

Jane si era concessa un accenno di sorriso.

«Inoltre», aveva aggiunto Nadine, «quando mai ti capita una bella vacanza come questa quando scrivi per un giornale vecchio e noioso? Pensa ai caminetti, ai cestini da picnic e alle vasche idromassaggio. Ho dovuto litigarmi questo posto con Chrissy della rivista “Travel”».

Si era interrotta per bere un sorso di caffè e Jane era intervenuta.

«Chrissy di “Travel” è esattamente la persona che dovrebbe coprire questa…».

«Per finire, la cosa più importante è che eviterai questo posto nel periodo prenatalizio», aveva continuato Nadine. «Pensaci, Jane. Niente feste in ufficio. Niente pranzi in qualche scadente tavola calda dove dovremo sborsare trenta sterline per indossare cappellini di carta».

«Anche se ti stanno benissimo», si era intromesso Ben. «Anche se sei nata per indossarli».

Jane aveva emesso un gemito di frustrazione. «Manca un secolo a Natale. E mi stai già facendo passare la voglia».

«Arriverà prima di quanto credi. Ma almeno sarai rilassata, dopo qualche settimana in Norvegia», aveva detto Nadine, alzandosi e lisciandosi i pantaloni.

“Gli sguardi allusivi dei colleghi quando lei e Simon si evitavano”, aveva pensato Jane.

«Va bene», aveva detto. «Accetto. Anche se non mi stai dando altra scelta».

«Ottimo», aveva concluso velocemente Nadine. «Ti passo il contatto con la PR dell’evento. Si chiama Natasha. Attenta, è un po’ irritante». Le fece l’occhiolino. «Ben, ti affido l’incarico di far divertire Jane. Voglio che torni più felice di Scrooge la mattina di Natale».

«Oh, oh, oh», aveva celiato Jane, senza allegria, accasciandosi sulla sedia.

Jane si era sempre vantata di non farsi coinvolgere troppo quando si trattava di uomini. Il suo sudato lavoro come reporter per l’illustre e pluripremiato «London Courier» le aveva procurato una felicità così intensa che si concedeva di ammetterla solo con una sorta di cautela superstiziosa. Dopo una giornata deprimente, doveva ancora darsi un pizzicotto per ricordarsi che, nonostante la sua istruzione frammentaria, stava lavorando al fianco dei migliori giornalisti del Paese. Aveva giocato bene le sue carte al «Courier», trovato qualcosa che le piaceva fare e si era buttata nel lavoro.

Poi era arrivato Simon Layton, poco più di un anno prima, per occuparsi di arte e cultura. «Stare seduto al buio in una stanza a guardare film. A chi non piacerebbe?», le aveva detto una volta.

Jane all’inizio non gli aveva dato molta attenzione: altezza media, capelli mossi e scuri, un cantilenante accento irlandese. Ma all’improvviso aveva cominciato a vederlo ovunque. Scherzava con lei nel cucinino, le chiedeva il suo parere con una frequenza lusinghiera su questioni di lavoro. Si fermava alla sua scrivania con qualche piccola perla sui colleghi, facendola ridere. Discuteva con lei di politica, benché, come gli aveva fatto notare, non ne capisse niente. Le faceva trovare il caffè tutte le mattine sulla scrivania, esattamente come piaceva a lei, forte, con tanto latte. A fine giornata inventava sempre una scusa per aspettarla e fare un pezzo di strada assieme.

Era diventato parte del tessuto della sua vita, anche se lei non sapeva bene come ci fosse riuscito.

“Quindi è così quando ti prendi una sbandata per un collega”, pensava. Avere qualcuno per cui mettersi in tiro. Era costantemente consapevole della presenza di Simon. Quando lui era nella stessa stanza, si metteva il burrocacao, si sistemava i capelli, sedeva più composta. La mattina sceglieva con più attenzione cosa indossare e si spruzzava il profumo con particolare cura. Simon era una di

quelle persone sempre cordiali con tutti: non sapeva se per lui era speciale o no. L’incertezza rendeva quel corteggiamento, se di questo si trattava, ancora più eccitante.

Aveva scoperto che si era appena lasciato con la ragazza con cui stava dai tempi dell’università, Emily.

«Voleva il pacchetto completo della perfetta famigliola borghese», le aveva confidato un giorno davanti alla macchinetta del caffè. «Sai, due o quattro figli, una brutta villetta in un quartiere residenziale, il SUV. Le scuole migliori. Le vacanze nei villaggi turistici». Aveva fatto spallucce. «Non fa per me. Non ancora, comunque». Aveva sorriso, gli occhi che gli illuminavano tutta la faccia.

Jane aveva cercato Emily su Facebook appena era tornata alla scrivania. Una ragazza acqua e sapone: un viso dolce, capelli scuri lunghi e lucidi, lentiggini sul naso, denti bianchissimi e regolari. Aveva sfogliato le foto di lei e Simon – campeggio, escursioni, facce sorridenti che guardavano in camera davanti a due pinte di birra – poi aveva chiuso la pagina, soddisfatta.

La tensione, reale o immaginaria, aveva fermentato per settimane. Poi finalmente, a novembre, dopo che erano usciti a bere qualcosa per il compleanno di Nadine, si erano ritrovati da soli, un po’ brilli, all’angolo di Lamb’s Conduit Street. Era una perfetta serata londinese, freddo secco, lucine natalizie, il loro fiato che si addensava nell’aria gelida. La mano di Simon sul suo braccio, per fermarla. Il suo cuore impazzito che sembrava pronto a scoppiare quando lui si era chinato verso di lei, infine le loro labbra che combaciavano alla perfezione.

Dopo quella sera, erano diventati inseparabili. Al lavoro erano discreti, ma lo sapevano tutti. Per quasi un anno era stato tutto perfetto.

O quasi.

Guardando indietro, Jane doveva ammettere che c’era stata qualche crepa. Quando l’aveva presentato a Margot e Kate, lui non avrebbe potuto essere più affascinante, ma aveva avvertito un insolito riserbo da parte loro. Kate aveva riso alle sue battute, ma Margot le era sembrata distante. Non aveva parlato molto, il che per Margot era un campanello d’allarme. Era stata per tutto il tempo rigida sulla sedia a osservare Simon con sospetto.

La mattina dopo, Jane aveva esordito sul loro gruppo WhatsApp con un eccitato:

E allora???

foto presa dal web

Jenny Gladwell è lo pseudonimo di Genevieve Herr. È nata e cresciuta a Londra e ha iniziato a lavorare nell’editoria dopo l’università. Ha conseguito un master in Scrittura creativa mentre lavorava come editor di libri per bambini. La sua tesi è stata premiata con il Sophie Warne Memorial Essay Prize per l’eccezionale talento. Vive in Scozia.

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