Segnalazione: “Costanza di Svevia” di Chiara Curione

Segnalazione: “Costanza di Svevia” di Chiara Curione

Intrighi e tradimenti, guerre civili, lotte per la conquista del regno di Sicilia e di Puglia, nell’avvincente romanzo di Costanza di Svevia.
In questo quadro dei Vespri Siciliani, la regina Costanza, moglie di Pietro d’Aragona, rivendica il trono di suo padre facendo emergere la forza, la tenacia e la capacità di tenere gli equilibri in un posto dove tutto scoppia facilmente come in una polveriera. Accanto a lei risaltano due figure femminili: la baronessa Macalda sua rivale anche in amore e Imelda, donna medico, una delle poche donne formate alla Scuola Medica Salernitana e vista con sospetto per le sue doti e la voglia di indipendenza.
I personaggi maschili, mossi dal desiderio di potere, sono forti e astuti, a volte mostrano debolezza, ma emerge in loro sempre il lato umano facendone nel bene e nel male uomini degni d’onore.
Una storia controversa che tocca direttamente e indirettamente tutta l’Europa, in Sicilia dove tutti bramano il potere di una zona strategica che era ed è di fondamentale importanza politica.

A mio padre, che mi ha trasmesso la passione per la storia.

Vuoi essere felice per un istante? Vendicati
Vuoi essere felice per sempre? Perdona!
Tertulliano

Introduzione

Il romanzo di Costanza di Svevia ci riporta al periodo storico in cui scoppiò la sanguinosa guerra che durò novant’anni e cambiò il destino di Nazioni e istituzioni di grande rilievo.

I Vespri siciliani, nati da una rivolta scoppiata a Palermo il 30 marzo 1282, non furono un avvenimento vissuto esclusivamente dalla Sicilia e dagli angioini, suoi oppressori, ma furono un evento che ebbe ripercussioni in tutta l’Europa fino all’ Inghilterra: Spagna, Francia, Germania e i Paesi del vicino Oriente furono tutti coinvolti. La storia dell’area del Mediterraneo nella seconda metà del XIII secolo fu influenzata da questa tragedia, in un quadro affollato di personaggi e di luoghi in cui si combatterono numerose battaglie.

L’isola di Sicilia − in ragione della sua posizione geografica inevitabile campo di battaglia tra le forze dell’Europa e dell’Africa e possedimento irrinunciabile per chiunque volesse dominare il mondo mediterraneo − diventò con la guerra dei Vespri teatro di intrighi, ribellioni, tradimenti.

In questo quadro s’inserisce la storia di una regina che, ultima e legittima erede della casata di Svevia, spinse il marito Pietro III d’Aragona a rivendicare il trono di Sicilia, sottraendolo a Carlo d’Angiò. Tutto era cominciato con un complotto tra Bisanzio e 

Barcellona prima che scoppiasse la rivolta a Palermo e che i siciliani offrissero la corona a Pietro d’Aragona, suo sposo; negli anni precedenti la rivolta, la regina aveva accolto a Barcellona tutti gli esuli politici che erano stati fedeli alla casata di Svevia e che si erano ribellati al regno angioino, incrementando ogni attività diplomatica con Bisanzio e attendendo l’occasione di poter ritornare in Sicilia.

Costanza aveva un sicuro motivo di vendetta contro l’ambizioso principe Carlo d’Angiò, poiché quest’ultimo, dopo la morte in battaglia di suo padre, re Manfredi, aveva sterminato la sua famiglia uccidendo e imprigionando.

Il carattere amabile ma forte della regina, e la diplomazia di cui era capace, la guidarono a tenere il governo difficile dell’isola, dove era forte il desiderio di indipendenza dei siciliani.

Nel romanzo, Costanza è una donna che affronta vicende complicate e una guerra infinita nell’ambito della quale spesso è dibattuta tra la visione religiosa del mondo e quella politica che le si oppone in netto contrasto, costringendola a occuparsi di armamenti e approvare battaglie.

Accanto a lei emergono le figure di Macalda Scaletta e di Imelda.

Macalda Scaletta è un personaggio noto in Sicilia per essere stata una donna bellissima e anticonformista, cinica e ambiziosa, solita far ricorso al grande fascino che esercitava sugli uomini per fini politici e mire di potere. Ambiva a diventare amante dell’affascinante e valoroso re Pietro, ma pur avendo tentato in ogni modo, non riuscì mai nell’intento, ragion per cui ardeva di gelosia contro la regina e complottava a suo svantaggio.

Imelda rappresenta una delle rare donne medico dell’epoca; si tratta di un personaggio immaginario, ispiratomi dal testo Trotula il medico di Ferruccio Bertini nel libro Medioevo al Femminile, che riporta numerose fonti riguardo le Mulieres Salernitanae, donne esperte in medicina. Si tratta di testimonianze di alcune donne medico vissute a Salerno tra il XIII e XV come Abella, Francesca di Romana e Costanza Calenda; quest’ultima – grazie agli insegnamenti paterni – si laureò in medicina all’università di Napoli. Per quanto attiene alle cure operate da Imelda, nel romanzo ho attinto al testo attribuito a Trotula, Le malattie delle donne prima dopo e durante il parto. Imelda è una donna che si rifiuta di seguire le regole del tempo e preferisce vivere liberamente in un tempo in cui la libertà per la donna non sposata poteva essere solo quella della vita monacale.

Il romanzo include anche avvenimenti descritti nelle Cronache catalane del Desclot e del Muntaner dei quali sono protagonisti i personaggi maschili che hanno avuto un ruolo fondamentale nelle vicende di Costanza di Svevia, tra questi il principale è re Pietro d’Aragona.

Pietro infatti amò profondamente Costanza e ne fu ricambiato, fatto noto ai cronisti catalani dell’epoca e desunto anche dalla corrispondenza tra i due.

Gli altri personaggi maschili fondamentali sono il principe Carlo d’Angiò, detto Lo Zoppo, il quale fu fatto prigioniero durante la battaglia di Napoli. In ultimo Federico, noto per il carattere indomito degli Svevi, colui che diventò re di Sicilia, scontrandosi con il fratello Giacomo.

Costanza è riuscita a mantenere l’equilibrio in un contesto in cui tutto scoppiava come in una polveriera; donna dolce ma ostinata, alle prese con vicende familiari complicate, che viene ricordata dalla Chiesa tra i beati.

Cartine
L’Europa nel basso Medioevo

Regno di Sicilia

Prologo

Palermo, 29 marzo A.D. 1282

C’era una strana elettricità nell’aria mentre si avvicinava l’ora del vespro, e il sole diventato come sangue rosso purpureo si rifletteva sul verde delle campagne, filtrando con i suoi ultimi raggi tra i rami degli alberi e gettando ombre sui fiori di primavera.

Era giorno di festa e la gente giungeva numerosa alla periferia della città, per pregare nella chiesa dello Spirito Santo, a circa mezzo miglio a sud delle antiche mura di Palermo, come accadeva sempre ogni lunedì di Pasqua. Poco distante, gruppi di uomini e donne facevano merenda sui prati. Alcuni intonavano canti tradizionali, i giovani danzavano con le ragazze al suono di zufolo e tamburello, famiglie con bambini passeggiavano nella campagna in attesa di entrare in chiesa per la messa, quando i canti e le danze cessarono.

La ronda serale dei soldati francesi giunse disordinata e rumorosa. Alcuni soldati attraversarono i prati e senza riguardo spintonarono i ragazzi che ballavano, deridendoli e allontanandoli dalle ragazze per ballare con loro. Alcuni tentarono di reagire, ma furono minacciati con le armi, quando il sergente della squadra tolse l’elmo da cui uscì una folta chioma nera, porgendolo al suo soldato e afferrò il braccio di una delle giovani per ballare con lei. Il fidanzato di questa si fece avanti per proteggerla, ma era senz’armi e il pugno sferrato dal sergente che indossava guanti con guarnizioni di metallo lo colse in volto, stendendolo all’istante. «Incapable de défendre leurs femmes!» disse tra le risa sghignazzanti dei suoi uomini cui porse i guanti appena sfilati.

«Lascia stare mia sorella!» esclamò un ragazzino di nove anni che era seguito da un cane e si precipitò per difendere la ragazza che si stava ribellando e si rifiutava di ballare col sergente francese. Mentre il ragazzino lanciava calci e pugni, questo lo afferrò scuotendolo in malo modo, tra le derisioni degli altri soldati, quando il cane meticcio cominciò a ringhiare contro di lui. Prima che il sergente facesse del male al bambino, un vecchio si parò davanti a lui, offrendogli da bere.

«Su, su, è giorno di festa!» disse insistendo con il boccale del vino e invitando anche gli altri soldati.

Il sergente girò di spalle il ragazzino, con un calcio sonoro al sedere lo fece rotolare nel terreno e afferrò il boccale offertogli.

Ne annusò l’odore: «C’est bon!» esclamò e bevve avidamente mentre il liquido scivolava ai lati della bocca e sulla barba nera che asciugò strofinandosela con il braccio, soddisfatto, passando il boccale ai suoi sottoposti.

«È giorno di festa, lasciate stare le figliole, stiamo in pace!» lo ammonì il vecchio.

«Va-t’en, vieil imbécile!» rispose il sergente con uno spintone, suscitando risate sguaiate da parte degli altri soldati che si passarono il boccale e bevvero.

Intanto il sergente notò qualcosa di più interessante e lasciò il grosso della compagnia seguito da due dei suoi uomini.

Giungevano Giovanni da Procida e il caro amico Ruggero Mastrangelo. Giovanni, naso pronunciato, capelli bianchi e leggera barbetta, per passare inosservato tra la gente, indossava un saio, tanto da sembrare un frate mendicante, nonostante la sua età era ancora energico, dallo sguardo vivace e penetrante, non perdeva nulla di quello che accadeva intorno. I due uomini erano seguiti dalla giovane consorte di Ruggero in compagnia di Imelda, la figlia di Giovanni, una ragazza snella, dai capelli ramati.

«Fanno la ronda ma sono già ubriachi» commentò Giovanni accortosi del tafferuglio più giù.

«Li odio questi francesi, se avessimo le nostre spade, li avremmo già infilzati come spiedi!» esclamò Ruggero con rabbia per il divieto che gli angioini avevano imposto ai siciliani di portare le armi.

«Nessuno meglio di te saprebbe maneggiare una spada, ma devi avere pazienza! Conquisteremo la libertà, attendiamo il momento opportuno per reagire e poi prepareremo con cura l’arrivo della nostra regina!» rispose Giovanni all’amico dal fisico asciutto e atletico, abile in battaglia quanto dieci uomini, che aveva ricoperto importanti incarichi pubblici oltre a essere stato ex capo di una milizia di re Manfredi e sempre fedele agli Svevi.

Benedetta e Imelda ascoltarono quello scambio di battute e si guardarono negli occhi.

«Affrettiamoci a entrare in chiesa!» esortò Imelda con preoccupazione, girandosi e notando che i suoi fratelli Francesco e Tommaso erano ancora distanti. Imelda, che era più giovane dei suoi fratelli, due uomini con famiglia ormai, aveva poco più di vent’anni e temeva che alla fine qualcosa sarebbe successo: conosceva la situazione esplosiva dai commenti ascoltati da suo padre su una riunione che si era tenuta con i nobili siciliani. Giovanni da Procida, un tempo stimato medico alla corte degli Svevi, l’aveva allevata con sua moglie senza nasconderle nulla, rendendola partecipe a tutti gli eventi e abituandola a essere forte e a reagire a ogni avversità da quando lui era stato privato dei suoi beni e costretto a vivere da esule. Dopo la morte di re Manfredi di Svevia, a Giovanni era stato confiscato ogni bene dagli angioini, così aveva operato come medico e vivendo solo dei proventi della sua professione, che poi aveva insegnato a Imelda. Tuttavia, mal sopportando la tirannia del nuovo re, Giovanni aveva trascorso un lungo periodo alla corte aragonese, in Spagna, dove era stato accolto a braccia aperte dalla regina Costanza. Imelda nel frattempo si era perfezionata come medico all’università di Salerno, avendo anche l’appoggio di sua madre, che era rimasta con lei. Ma dopo la morte della madre, ormai seguiva il padre ovunque nei suoi viaggi tra la Spagna e la Sicilia e lo aiutava. Lei conosceva bene i pensieri di Giovanni, la sua fedeltà e abnegazione per la famiglia sveva e la stima che riponeva nella figlia di re Manfredi, la regina Costanza, una donna forte e intelligente che aveva conquistato il cuore difficile di suo marito Pietro, il re d’Aragona.

Benedetta e Imelda non attesero la risposta dei due uomini, a passo spedito si incamminarono verso il sagrato del tempio, quando il sergente francese, alto e muscoloso, nella sua cotta di maglia sotto la tunica rossa, si parò davanti a loro, bloccandole.

«Alt!» intimò alle giovani e puntò Benedetta, con lo sguardo del predatore.

«Perché questa fretta, bellezze?» domandò Drouet col suo accento francese.

Benedetta era bellissima e non passava inosservata; per quanto si sforzasse di non farsi notare, era alta più della media, dal viso delicato con occhi grandi e verdi, rimase bloccata dalla paura, senza dire una parola. Temeva quell’uomo volgare che la trapassava con lo sguardo, studiando il suo corpo. Ne aveva sentite tante sui soldati francesi che avevano occupato la sua terra e avevano violentato donne e bambine senza pietà, lei era terrorizzata.

L’uomo la afferrò per il braccio, ordinò ai due che lo seguivano di perquisire anche l’altra ragazza, alla donna ci avrebbe pensato lui, disse allontanandosi e trascinandola con sé.

Benedetta cercò di divincolarsi, ma Drouet la spinse al muro della chiesa avvicinando il viso tanto da farle percepire il suo alito pieno di alcool, cominciò a toccarla, le strappò la veste, annusando l’odore della donna le mise una mano sui seni e sollevò la gonna. L’urlo di Benedetta fu così forte che Drouet non si accorse del marito alle sue spalle che in un gesto fulmineo lo afferrò per capelli, impadronendosi del suo pugnale. E prima che i suoi soldati si rendessero conto di quello che stava accadendo, il marito di Benedetta trapassò la gola dell’uomo da parte a parte.

«Che tu sia maledetto, francese!» esclamò Ruggero con tutto l’odio che provava per lui e tutti quelli come lui.

Un fiotto di sangue inarrestabile sgorgò dalla gola del soldato mentre Benedetta cadeva svenuta e suo marito impugnava ancora l’arma brandendola in difesa di chiunque si avvicinasse.

«Muoiano, muoiano questi francesi!» gridò Giovanni aizzando il popolo in difesa anche di sua figlia che stava lottando per liberarsi degli altri due francesi.

Un grido unanime si levò dalla folla e, mentre i soldati francesi si stavano precipitando per vendicare il loro sergente, un giovane sollevò una pietra e la scagliò contro di loro. Dietro di lui la folla inferocita, per l’odio che da troppo tempo era stato represso, si accanì contro i soldati come una belva inarrestabile…

Chiara Curione vive a Gioia del Colle, scrive racconti e romanzi e organizza laboratori di lettura e di scrittura per ragazzi.

La sartoria di Matilde” è il suo primo romanzo pubblicato nel 2000 da Firenze Libri, dopo la partecipazione al premio letterario L’autore. In seguito il romanzo è stato accolto nel catalogo Danae che promuove gli autori esordienti.

Grazie alla collaborazione con il laboratorio di lettura della biblioteca di Gioia del Colle, nel 2005, l’autrice ha pubblicato il libro di fiabe storiche “le Imprese di Federico II” con Edizioni Pugliesi. Il testo, che comprende racconti su Federico II e la sua discendenza, in particolare su Manfredi e su Bianca Lancia, si compone di elementi storici, fantastici e leggendari, è stato adottato come libro di narrativa e per progetti di lettura nelle scuole elementari e medie, in alcuni casi traendone delle rappresentazioni teatrali. Per il libro è stato realizzato un servizio al tg3 dal giornalista Enzo Quarto. Successivamente, in seguito alla partecipazione al Festival del libro di Torremaggiore, l’autrice ha ricevuto l’intervista dal tg3.

Nel 2008 con Besa ha pubblicato “Un eroe dalla parte sbagliata“, romanzo storico sul brigantaggio che narra le vicende del famoso capobanda pugliese “Il sergente Romano”, ex sergente dell’esercito borbonico, che diventa brigante temuto dai ricchi e amato dai poveri, un idealista che rinuncia all’amore e combatte per riportare sul trono il re Francesco II, dopo l’unità d’Italia. Il romanzo, con la prefazione del professor Giancane, è adatto sia per un pubblico di giovani sia per gli adulti è stato adottato come testo di narrativa e sono stati realizzati numerosi progetti di lettura. A Gioia del Colle, nell’ambito dei progetti Pon della scuola media, è stata presentata al teatro Rossini una piccola riduzione teatrale tratta dal romanzo. Per questo libro l’autrice ha ricevuto l’intervista al tg5 da Gallucci, nell’ambito della rubrica “La lettura”. Il giornalista e scrittore Pino Aprile la cita nel suo libro “Terroni”. In seguito partecipa a convegni sul brigantaggio, al festival itinerante della letteratura “Spiagge d’autore” e al Lector in Fabula di Conversano.

Nel 2012 pubblica la saga familiare “Una ricetta per la felicità” edita da Negroamaro (ultimo marchio Besa) con prefazione del giornalista e scrittore Pino Aprile. Il testo si sviluppa dai primi del Novecento fino ai giorni nostri ed ha come fulcro un diario ricettario. Il romanzo è stato presentato al salone del libro di Torino, al festival di Polignano “Il libro possibile”, a Bisceglie “Libri nel Borgo Antico”, al Women’s Fiction Festival di Matera e in alcuni licei. Nel 2014 il libro è alla seconda edizione.

Nel 2012 il romanzo “La sartoria di Matilde” viene pubblicato con una nuova edizione in e-book dalla casa editrice Edizioni Esordienti.

Nel 2014 l’autrice è tra i vincitori del premio letterario per il romanzo storico indetto da Edizioni Esordienti con “Il tramonto delle aquile”. Il romanzo, che ha come protagonista re Manfredi di Svevia, viene pubblicato lo stesso anno con la prefazione della professoressa Maria Forina.  Il libro è stato presentato nell’ambito degli eventi di Inchiostro di Puglia, grazie all’associazione Nova Apulia nel castello di Gioia del Colle, sempre per Nova Apulia nel castello di Trani, al circolo Pivot di Castellana, inoltre è stato presentato a Cellamare ai ragazzi della scuola media Ronchi, a Bari per i ragazzi della San Giovanni Bosco, e alla scuola media Tommaso Fiore di Bari. L’autrice con questo libro ha partecipato al Letterando in Fest di Sciacca.

Nel 2016 viene pubblicata l’opera teatrale “Giuseppe e Maria” dalla EEE-Edizioni Esordienti.

Nel 2017, con “Il tramonto delle aquile” concorre al premio letterario nazionale Nicola Zingarelli IX edizione 2016, vincendo il premio speciale della giuria. Sempre nello stesso anno presenta il romanzo al Festival del Libro Possibile di Polignano.

Nel 2020 pubblica “Costanza di Svevia”

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