“Pentirsi di essere madri” di Orna Donath

“Pentirsi di essere madri” di Orna Donath

«Ti pentirai di non avere avuto figli! Ricorda, te ne pentirai!». Questa profezia di sventura accompagna le donne che hanno deciso di non diventare madri. Benché la tecnica moderna permetta da tempo alle donne di scegliere più che mai liberamente se avere figli o meno, l’effettiva scelta di non averli determina ancora una forte stigmatizzazione sociale e una severa colpevolizzazione: «Te ne pentirai!». Tanto che non è neppure pensabile che si dia il contrario, ovvero che una madre si penta di aver avuto dei figli. La sacralizzazione della maternità, anche nelle società avanzate come le nostre, non ammette neppure questa possibilità; manca persino il linguaggio per esprimere questo pentimento, che a molti pare un’aberrazione, una cosa impossibile o, addirittura, immorale. Orna Donath, la giovane sociologa israeliana autrice di questo libro, lei stessa non-madre, ha deciso di infrangere questo tabù e dare voce a un sentimento che è più diffuso di quanto si pensi. Con un’indagine sociologica basata sulle interviste di ventitré donne, descrive l’universo del pentimento materno, che non va confuso in nessun modo con l’amore per i propri figli. Proprio il contrario; in tutte le interviste il pentimento e l’amore materno sono due sentimenti fortemente distinti. Il fatto è che la società si attende a tal punto che le donne diventino madri che molte si lasciano condurre verso questo esito senza soffermarsi a pensare veramente cosa desiderano per se stesse. Questo libro è dunque sociologia come non se ne leggeva da tempo: la capacità di far affiorare un sentire sociale che era davanti a tutti ma che nessuno, prima, vedeva.

Pentirsi di essere madri

«Invece di chiederci “Possibile che sia vero?”, magari domandiamoci “E se fosse vero, che si fa?”»
Arthur Bochner

Introduzione

«Ti pentirai di non avere avuto figli! Ricorda, te ne pentirai!»

Queste parole sono impresse in maniera indelebile dentro di me dal 2007, quando ho portato a termine uno studio sulla mancanza del desiderio di genitorialità tra gli uomini e le donne ebrei israeliani. In quelle frasi – che la quasi totalità degli individui non intenzionati a diventare genitori, e in particolare chi non desidera essere madre, si sente ripetere in continuazione – è contenuta una profezia di sventura che non ha più smesso di riecheggiarmi nella mente: se ne pentiranno. Una donna prima o poi rimpiangerà di non avere avuto figli. Punto.

Quella sentenza perentoria non smetteva di tormentarmi. Continuavo a rimuginarci sopra. Non riuscivo a rassegnarmi all’asserita dicotomia che da un lato associa in maniera categorica il pentimento alla decisione di non avere avuto figli minacciando le donne con lo spettro del rimpianto, dall’altro ritiene assolutamente impossibile che una donna si penta di averli avuti, i figli, che una madre possa rimpiangere il tempo in cui era non-madre.

La mia ricerca è iniziata nel 2008.

Ho scelto di cominciarla da Israele (un paese dove ogni donna, in media, mette al mondo tre figli:1 un tasso di fertilità totale superiore alla media dei paesi dell’OCSE, che si attesta sull’1,74), sebbene poi la mia indagine si sia rivelata pertinente anche per altri paesi occidentali, tra cui gli Stati Uniti (con un tasso di 1,9), e l’Europa (per esempio Austria, Svezia, Estonia e soprattutto Germania, dove il tasso di natalità scende all’1,4),2 paesi in cui l’impressione generale è che le donne abbiano maggiore spazio di manovra in termini di propensione alla maternità, ma in realtà devono sopportare la pressione sociale a fare la scelta «giusta» e a diventare madri.

In tutti i paesi che ho preso in esame, senza distinzioni, le donne fanno figli e li crescono affrontando le durissime difficoltà legate alla maternità, ma di rimpianto o pentimento quasi non si fa parola.

Ho continuato ad approcciarmi a questo stato di cose partendo dal presupposto che il nostro campo visivo sociale è limitato, poiché non ci lascia vedere o ascoltare una realtà che esiste ma forse non ha un suo linguaggio. Che per le donne la maternità possa essere la prima e la principale relazione dalla quale trarre sentimenti di appagamento, gioia, amore, conforto, orgoglio e soddisfazione lo sappiamo già. È anche risaputo che al contempo la maternità può essere un’arena satura di tensioni e di sentimenti ambivalenti capaci di generare senso di impotenza, frustrazione, colpa, rabbia, ostilità e insoddisfazione. È noto come la maternità in sé, riducendo lo spazio di manovra e il livello di autonomia di una donna, sia potenzialmente un’esperienza oppressiva. Inoltre, si comincia ad ammettere che le madri sono esseri umani capaci, consapevolmente o inconsciamente, di fare del male, di maltrattare e talvolta persino di uccidere. Ciononostante, è ancora diffusa e molto forte la speranza che esperienze come queste, vissute da donne in carne e ossa, non riescano a distruggere l’immagine mitica della Madre; da qui, la persistente riluttanza a riconoscere che anche la maternità – al pari di molti altri settori della vita che assorbono il nostro impegno, che ci fanno soffrire e sono per noi talmente importanti che, potendo tornare indietro, eviteremmo di rifare certe scelte – possa essere toccata dal rimpianto. Indipendentemente dalle difficoltà che una madre possa affrontare, non ci si aspetta e non le è concesso avere la sensazione o pensare che la scelta della maternità sia stata una mossa infelice.

La mancanza di un linguaggio e questa riluttanza che colloca la maternità al di là dell’esperienza umana del rimpianto fanno sì che di pentimento materno non si parli quasi affatto, né nei dibattiti pubblici4 né nella saggistica teorica interdisciplinare e femminista: i testi che riportano testimonianze di maternità trattano perlopiù dei sentimenti e del vissuto esperienziale di madri di neonati o bambini di pochi anni, ossia del periodo iniziale della transizione alla maternità. La relativa scarsità di riferimenti alle esperienze materne di donne con figli più grandi indica come poco spazio sia concesso al racconto retrospettivo delle madri nel lungo termine. Inoltre, nella maggior parte dei casi, i testi dedicati all’atteggiamento delle donne nei confronti della transizione alla maternità affrontano il non desiderio di maternità. Insomma, scarse sono le testimonianze ex post sulla condizione materna, e la questione viene attribuita per lo più alle «altre donne», quelle che – a quanto si sostiene – non avrebbero niente a che spartire con la vita di chi è madre.

Alla luce di questa spiegazione, pare che nemmeno nelle riflessioni femministe sull’argomento vi sia spazio per un bilancio sulla maternità – figurarsi poi per il rimpianto.

Negli ultimi anni, in quelle rare occasioni in cui il tema del pentimento delle madri è stato affrontato sul web,5 le reazioni più frequenti sono state di scetticismo, (no, non può esistere), oppure di indignazione e di distorsione (ossia, le madri pentite sono state bollate come donne egoiste, malate o con problemi, persone immorali, tipiche incarnazioni della «cultura del piagnisteo» in cui viviamo).

Delle due diverse reazioni si ha un lampante esempio nell’aspro dibattito scoppiato in molti paesi occidentali, in particolare in Germania nell’aprile del 2015, quando, dopo la pubblicazione di un mio articolo sull’argomento sulla rivista accademica «Signs»6 e poi di una mia intervista rilasciata alla stampa tedesca,7 è stato lanciato il nuovo hashtag regrettingmotherhood.

L’intenso dibattito scaturito da quelle pubblicazioni è stato un alternarsi di condanne nei confronti delle madri pentite e numerose attestazioni di conforto da parte di altre donne che si dicevano pentite di essere diventate madri. Un numero imprecisato di donne e madri ha poi sottolineato un altro aspetto: quanto sia importante dare voce – attraverso il rimpianto – alla sofferenza causata dal fatto di essere state obbligate a diventare madri o di essere le principali figure di accudimento dei propri figli. Centinaia di interventi su blog di genitori o di mamme e di post sui social network sono stati l’occasione per dare voce (finalmente, o una volta di più) a sentimenti inconfessati quasi mai ammessi pubblicamente per evitare giudizi severi e il biasimo sociale.

L’intenso dibattito tedesco sollevato dal tema del pentimento, centrato per lo più intorno alla dicotomia «madre perfetta»/«madre menefreghista» ha mostrato come, oltre al rimpianto, esista una gamma molto vasta di sentimenti che merita di essere affrontata. La polemica scoppiata in Germania ha messo in evidenza come sfugga ancora qualcosa, che sulla punta della lingua resta ancora qualcosa da dire e da ascoltare con attenzione, finché non si saranno sciolti tutti i dubbi sul fatto che il pentimento materno sia un tabù profondamente radicato.

Con il mio studio (protrattosi dal 2008 al 2013) ho inteso dare spazio per la prima volta al non detto ascoltando donne di varia provenienza sociale che si sono pentite di essere diventate madri; parecchie di loro sono già nonne.

In questo libro ricostruisco i vari percorsi che le hanno condotte alla maternità, esamino i loro universi intellettuali-emozionali dopo la nascita dei figli e do un’interpretazione dei loro sentimenti e dei laceranti conflitti esistenziali causati dalla discrepanza tra il desiderio di essere non-madri e il fatto di essere madri. Inoltre, indago le modalità con cui le diverse donne riconoscono tale conflittualità e la affrontano.

Tuttavia, ciò che mi interessa non è solamente riconoscere l’esistenza in sé del pentimento verso la maternità. Focalizzarsi sulla questione in questo modo equivale a scagionare la società: personalizzando il rimpianto, considerandolo un’incapacità individuale di adattarsi alla maternità, e dunque rimettendo tutto a un maggiore impegno della singola madre, continueremo a non renderci conto di come siano trattate le donne in molte società occidentali – o forse è più esatto dire di come siano trascurate, poiché le società non vogliono ammettere che sono loro a spingere con veemenza tutte le donne considerate sane di corpo e di mente nelle braccia della maternità, ma non solo: anche in quelle della solitudine, quando per le madri arriverà il momento di affrontare le conseguenze di quest’opera di persuasione. In questo senso, il pentimento materno non è un «fenomeno», come è stato suggerito in numerosi dibattiti pubblici; non è un invito ad assistere a uno «spettacolo da baraccone delle emozioni» nel quale si esibiscono «donne degeneri»: se si pensa alle emozioni anche come a un mezzo di protesta contro i sistemi di potere,8 ecco che il pentimento materno rappresenta un campanello d’allarme che dovrebbe non solo richiamare la società a rendere le cose più facili alle mamme, ma anche sollecitarci a ripensare le politiche riproduttive e il concetto di maternità come mera esperienza obbligata. Poiché il rimpianto caratterizza «la strada non percorsa», il pentimento materno indica che altre strade esistono, ma la società impedisce alle donne di sceglierle cancellando a priori percorsi alternativi come la non-maternità; e siccome il rimpianto fa da ponte tra il passato e il presente e tra ciò che è tangibile e ciò che sta nella memoria, il pentimento nei confronti della maternità rende evidente ciò che si chiede alle donne di ricordare e cosa dimenticare senza mai voltarsi indietro.

Oltretutto, essendo il rimpianto una reazione emotiva frequente verso le conseguenze delle scelte che abbiamo fatto e le interazioni intersoggettive, il pentimento materno illumina da una diversa angolazione la nostra (in)capacità di considerare la maternità una delle possibili relazioni umane invece che un ruolo o un territorio sacro. In questo senso, il pentimento potrebbe aiutare a fare breccia nell’idea delle madri come oggetti il cui scopo è servire perennemente gli altri soltanto in virtù dello stretto legame tra il loro benessere e quello dei loro figli, invece di riconoscerle come soggetti autonomi, padroni del proprio corpo, dei propri pensieri, delle proprie emozioni, delle proprie fantasie e dei propri ricordi, e di decidere se ne è valsa la pena oppure no.

Che cosa è il rimpianto

In diversi paesi dove è stata affrontata la questione del pentimento materno, è accaduta una cosa interessante: il dibattito si è trasformato quasi subito in un dibattito sull’ambivalenza materna, tanto che a volte ci si è dimenticate di quale fosse il punto di partenza: un posizionamento emotivo di rimpianto. Una possibile spiegazione di questo fenomeno è che il rimpianto in realtà fa parte di un’ampia gamma di esperienze conflittuali vissute all’interno della maternità, ma la nostra società raccomanda alle madri di tacere.

Del resto, non tutte le esperienze conflittuali sono uguali: se è possibile che un’esperienza di rimpianto si accompagni a una maternità vissuta con sentimenti ambivalenti, un sentimento di ambivalenza nei confronti della maternità non vuol dire per forza essersi pentite di essere diventate madri. Ci sono mamme che provano sentimenti ambivalenti ma che non si pentono di avere avuto figli, e ci sono madri pentite che non sono ambivalenti nei confronti della maternità. In altre parole, il rimpianto non ha a che vedere con la domanda «Come posso fare pace con la mia condizione di madre?», ma con una determinata esperienza: «Diventare madre è stato un errore».

Se insisto affinché non si abbandoni per l’ennesima volta la questione del pentimento materno e affinché la si mantenga al centro del dibattito è perché ho capito che mescolare ambivalenza e rimpianto, considerandoli in tutto e per tutto sovrapponibili, ci impedisce di ascoltare cosa hanno da dire le donne che rimpiangono di aver messo al mondo dei figli.

foto presa dal web

Orna Donath (1976) studia sociologia presso l’Università Ben Gurion del Negev a Be’er Sheva, in Israele, lavorando in particolare sulle aspettative che la società si attende dalle donne, madri e non madri. La pubblicazione del suo studio, in ebraico, sulle donne ebree in Israele che decidono di non avere figli (2011) l’ha indotta a scrivere in inglese il libro Regretting Motherhood, che ha avuto grande eco internazionale ed è in traduzione in otto lingue. Oltre al suo lavoro scientifico, Donath collabora con il centro Rape Crisis di Hasharon, a Raanana, in Israele.

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