venerdì, Ottobre 30, 2020
BLOG Novità del mese

“I segreti del mercante di cioccolato” di Maria NiKolai edito da Newton Compton questo romanzo è il sequel de “La villa del mercante di cioccolato” da oggi in tutte le librerie e on-line

Trama

«Una grande e romantica saga familiare, perfetta per riscaldare una fredda giornata d’autunno.»

Stoccarda, 1926. Serafina si è da poco trasferita dal fratellastro Victor nella splendida tenuta che tutti chiamano “La villa del cioccolato”, di proprietà di un’antica e rinomata famiglia di cioccolatai. Il nome dei Rothmann, infatti, è conosciuto ben oltre i confini della città per le raffinate creazioni di pasticceria, vere e proprie opere d’arte. L’affascinante Karl Rothmann cercherà di fare dimenticare a Serafina la nostalgia per la sua città natale, Berlino, ma la passione per la musica e il pianoforte la faranno innamorare perdutamente del fratello gemello, già promesso a un’altra. Mentre l’impero del cioccolato dei Rothmann viene minacciato da insidiosi atti di sabotaggio, Serafina sarà costretta a tornare a Berlino per fare i conti con il passato. Combattuta tra la laboriosa Stoccarda e la Berlino sfrenata dei ruggenti anni Venti, riuscirà alla fine a capire di chi potrà fidarsi davvero?

Per chi ha amato I leoni di Sicilia
Una grande saga familiare al sapore di cioccolato


«Il mix perfetto di cioccolato, storia e amore.»

«Dolce preludio a un’imperdibile saga familiare.»

«È come uno di quei cioccolatini assortiti, uno più buono dell’altro… Una vera delizia!»

Estratto

Alle avventure della vita

Capitolo 1

Stoccarda, fine aprile 1926

«Signorina, svegliatevi!».

La voce cortese del bigliettaio si fece largo importuna nei sogni di Serafina. Ancora addormentata lo guardò dalla fessura di un occhio. «Siamo già arrivati?». Le sembrava inverosimile di non aver sentito lo stridere dei freni e di aver mancato lo scossone inequivocabile all’arresto del treno che l’aveva fatta di certo sobbalzare.

Il bigliettaio sorrise divertito. «Siamo a Stoccarda, la vostra destinazione. A meno che non vogliate venire con noi al lago di Costanza».

«Oh!». D’un tratto Serafina fu sveglia, si alzò, si sistemò l’abito alla meno peggio e scosse i suoi capelli corvini in un ordinato caschetto.

«Vi aiuto con i bagagli», si offrì il bigliettaio e prese le valigie di Serafina dal ripiano portabagagli. Nel frattempo lei si infilò velocemente i guanti, prese borsa e cappotto e lasciò lo scompartimento. Il bigliettaio la seguì con entrambe le valigie, scese dopo di lei dalla carrozza e gliele consegnò.

«Grazie», disse Serafina prendendo i bagagli dalle sue mani.

«Non c’è di che! Vi auguro un piacevole soggiorno, signorina», rispose il bigliettaio e portando un dito al suo berretto con visiera si congedò.

Serafina gli rivolse ancora uno sguardo pieno di gratitudine dopodiché seguì il flusso di viaggiatori che si affrettavano lungo la banchina verso la testa dei binari. Nell’aria aleggiava ancora il vapore fumoso della locomotiva anche se per gran parte si era rapidamente disperso fuoriuscendo dalle singole vetrate aperte della copertura del tetto. Attraversando uno dei grandi portali ad arco, Serafina giunse nell’ampio atrio della stazione.

Mentre le persone accanto a lei, a destra e a sinistra, si affrettavano verso le uscite o salutavano i loro cari, Serafina si fermò. Era previsto che qualcuno andasse a prenderla, ma in quel momento non riconosceva nessuno che fosse lì per lei. Non doveva far altro che aspettare.

Posò a terra le valigie piene zeppe e oltremodo pesanti, che parevano non contenere solo i suoi indumenti. Era come se stesse trascinando con sé tutta la zavorra delle ultime settimane e di quanto era avvenuto: la sofferta perdita del padre, l’orribile notte al Metropol e l’incertezza di ciò che l’attendeva a Stoccarda.

Sentì un leggero mal di testa. Doveva avere lo stomaco vuoto e aveva bevuto troppo poco. Si massaggiò il collo e cercò di allontanare quel groviglio di pensieri opprimenti. In qualche modo la sua vita sarebbe continuata, doveva continuare.

Si guardò attorno.

La stazione ferroviaria di Stoccarda era di recentissima costruzione e le forme lineari, ma solide, la rendevano ariosa e massiccia allo stesso tempo. Gli incessanti rumori e un cantiere che non passava inosservato indicavano che non era ancora completamente ultimata.

Il suo sguardo si posò su un distributore smaltato di colore rosso fuoco, dell’altezza di un uomo, posto a una parete a soli pochi metri da lei, sul quale primeggiava la scritta “Rothmann”. Era il primo saluto di benvenuto che riceveva in terra straniera, perché si trattava senza ombra di dubbio di un distributore di cioccolato della fabbrica di suo fratello Victor.

Un pezzo di cioccolato era senz’altro una buona idea contro il mal di testa. Serafina spostò quindi il bagaglio per sistemarlo accanto al distributore e cercò nella borsetta il portamonete.

Aveva appena tirato fuori una moneta da dieci pfennig e si apprestava a inserirla nella fessura quando qualcuno dal lato le si avvicinò e lei si girò infastidita.

«Abbiamo proprio avuto tutte e due la stessa idea!», disse una giovane donna lanciando in aria una moneta e riafferrandola subito dopo. «Mais après vous, prego servitevi prima voi».

Serafina strinse per istinto i dieci pfennig che teneva nel palmo della mano e squadrò la donna di fronte a lei. La voce scura e rauca, dal lieve accento francese, cozzava con quel giovane viso ma si addiceva molto al completo nero con gilet e cravatta che la donna indossava. Sui corti e lucidi capelli castani era calato uno scuro cappello da uomo. Una camicetta bianca era l’unico elemento che creava un contrasto con i colori spenti del resto dell’abito.

Serafina esitò per un attimo poi, con aria indifferente, si girò nuovamente verso il distributore e inserì la moneta. Immediatamente risuonò una melodia per bambini, Il mulino che batte sul ruscello scrosciante, e la ruota di un mulino, che si intravedeva nella teca di vetro, si mise in movimento. Mentre la ruota girava, spuntò la figura smaltata di un mugnaio che spinse nel cassetto una scatoletta di latta smaltata. Serafina la prelevò e ne aprì il coperchio.

«Mmm, che aspetto delizioso!». La giovane donna si piegò sulla scatoletta. «Un bonbon au chocolat? Sono ripiene?»

«E come posso saperlo?», reagì Serafina stizzita. Quell’incalzare l’aveva messa a disagio, ma quando vide gli occhi marrone scuro della giovane così carichi di entusiasmo, la sensazione spiacevole scomparve. «Vogliamo assaggiare?», disse in tono più pacato.

«Con piacere!».

Presero entrambe una di quelle lucide caramelle rotonde di cioccolato.

«Sì, sono ripiene», constatò soddisfatta la giovane donna. «Alla vaniglia».

«La mia alla frutta ed è leggermente aspra», rispose Serafina. «Al ribes, credo».

«In ogni caso sono squisite», concluse la giovane. «A proposito, io sono Lilou!», disse facendole l’occhiolino.

«Serafina».

«Che bel nome», rispose Lilou immediatamente. «Colei che risplende!».

«Colei che risplende?»

«Sì, è il significato del nome Serafina. Ti calza a pennello!», disse Lilou passando direttamente al tu.

Serafina accennò un sorriso imbarazzata. «Ma se nemmeno mi conoscete… mi conosci!».

«Può darsi, ma so riconoscere al volo le persone».

«Ah, capisco… e cosa significherebbe Lilou?»

«Il mio vero nome è Louise e significa guerriera. Ma nessuno mi chiama Louise», spiegò Lilou. «Bene, e adesso le voglio anch’io queste caramelle al cioccolato. Sono buonissime!».

Serafina fece un passo di lato e anche Lilou si prese una scatoletta.

«Serafina, di dove sei?», le chiese quando la musica cessò di nuovo e la ruota si arrestò.

«Di Berlino. E tu?»

«Di Parigi».

«Parigi?», disse Serafina con evidente interesse. Nel frattempo aveva riconosciuto l’accento francese quasi impercettibile e il fatto che Lilou fosse di Parigi rendeva quell’incontro più interessante. «E per quale motivo ti trovi qui a Stoccarda?»

«Conosci Josephine Baker?».

Serafina scosse la testa.

«Non?». Lilou batté gli occhi incredula. «È una ballerina, la migliore! Devi assolutamente conoscerla. Sai dov’è il Friedrichsbau?»

«No. Sono appena arrivata a Stoccarda».

Lilou guardò le valigie di Serafina e sorrise. «Ma certo. Che stupida sono, scusami. Il Friedrichsbau è un teatro di Stoccarda. La prossima settimana si esibirà come ospite. Non devi assolutamente lasciartelo sfuggire!».

«Devo prima aspettare…», disse Serafina timidamente.

«Non sai cosa ti perdi, se non vieni!». Lilou allungò la mano nella tasca interna della giacca del suo completo, tirò fuori carta e penna e si mise ad appuntarci sopra qualcosa. «Ecco qua», disse e passò a Serafina il biglietto, «questo è il mio nome, Lilou Roche. Ho indicato anche il nome del nostro albergo. A proposito, tra due settimane proseguiamo per Berlino».

«Davvero? Berlino?»

«Sì. Josephine si sta esibendo da inizio anno al Nelson-Theater».

Fu in quel momento che a Serafina venne in mente un annuncio e le notizie sui giornali. «Josephine Baker, ha la pelle scura, non è vero?».

Lilou scoppiò a ridere. «Ah, vedi che la conosci!».

«È sulla bocca di tutti a Berlino!», disse Serafina. Si sentì quasi sopraffatta da un’eccitazione inquieta. Il mondo dei varietà e dei teatri possedeva un fascino particolare e aveva allo stesso tempo qualcosa di ripugnante. Era pericoloso, il demi-monde, e suo padre si era sempre preoccupato di tenerla alla larga.

Serafina guardò il biglietto. «Ehm… Hotel Marquardt, Schloßstraße. Non conosco Stoccarda». Si fermò un attimo a pensare. «E non credo sia conveniente per me venire a vedere questo varietà».

«E perché no? Tutti vogliono vedere Josephine Baker!». Lilou batté le mani. «Pensaci, ma chère Serafina. Adesso devo andare. A presto!». Così dicendo le mandò un bacio con la mano e scomparve in fretta nell’andirivieni della stazione.

Serafina mise in tasca il biglietto e scosse incredula la testa. Chi l’avrebbe mai detto che a Stoccarda, così lontano dalla vivace e irruente Berlino, a un distributore automatico della stazione, avrebbe incontrato una persona dell’entourage di Josephine Baker. Era proprio vero che talvolta la vita sapeva riservare delle sorprese proprio quando meno ce lo si aspettava. Prese un altro dolcetto al cioccolato. Il mal di testa era passato.

Mentre assaporava la dolcezza amara del cioccolato fondente sulla lingua e pensava che l’indole spontanea e diretta di Lilou non si addicesse né al severo abito né al timbro di voce, vide un signore anziano andarle incontro.

«Signorina Rheinberger?». Indossava un’uniforme scura da autista e un berretto con visiera che faceva pendant sopra a una corona di capelli candidi.

«Sì?», disse Serafina inghiottendo la cioccolata.

«Sono Theo, scusatemi per il ritardo. Sono l’autista dei Rheinberger».

«Buongiorno, Theo», rispose Serafina felice che l’attesa non si fosse protratta troppo a lungo.

«Il signor Rheinberger mi ha detto di riferirvi che avrebbe preferito venire lui stesso ma che gli impegni alla fabbrica glielo impediscono», disse Theo e guardò le valigie. «Posso?»

«Certo, grazie».

Serafina lo seguì attraverso un ulteriore portale che conduceva nell’androne della stazione rivestito di pietra arenaria. La luce del sole che entrava dai finestroni proiettava quasi per magia una gaia atmosfera in quella sala così alta dall’aspetto quasi sacrale. Scesero verso l’uscita da una larga scala con una ringhiera arcuata, passando accanto alla biglietteria, all’ufficio postale e a un chiosco.

La scena si animò di rumori e suoni di clacson non appena varcarono la doppia porta e si trovarono sul piazzale antistante la stazione.

«Venite!», disse Theo indicando a destra dove davanti a un maestoso colonnato, che si univa al blocco centrale della stazione, c’erano delle vetture pubbliche in attesa.

Serafina lo seguì e per poco non inciampò nel carretto a mano di una vecchia signora che non aveva visto in mezzo a quel labirinto di mezzi. Un «fate attenzione!» nel dialetto locale le giunse all’orecchio e un ciclista, che si stava avvicinando nel senso opposto, scampanellò adirato.

Nel frattempo Theo era arrivato a una Mercedes di un rosso bordeaux scuro e cominciava a caricare i bagagli. Quando Serafina lo raggiunse, le aprì la portiera con un piccolo inchino e lei salì.

L’interno dell’automobile profumava di pelle, di lucido e di nuovo. La vettura era curata in maniera impeccabile, non un granello di polvere scalfiva i rivestimenti di legno e gli strumenti di comando brillavano. Tutto sprigionava aristocrazia e solida ricchezza, proprio come si era immaginata.

Victor era benestante e questo Serafina lo sapeva. Suo padre, pieno di orgoglio, le aveva raccontato spesso del suo unico figlio che dirigeva a Stoccarda una florida impresa. Questo le aveva scatenato un’assurda gelosia che nemmeno lei riusciva a spiegarsi, tanto più che la riteneva tanto astiosa quanto gretta. Eppure non riusciva a sopportare l’idea che, da qualche parte sulla terra, c’era qualcuno oltre a lei in stretti rapporti con suo padre, qualcuno a cui lui teneva e che amava palesemente molto. Friedrich Rheinberger si era spinto ben oltre: aveva disposto nel suo testamento che, dopo la sua morte, Victor avrebbe ottenuto l’affidamento di Serafina, una tutela che sarebbe terminata al suo ventunesimo compleanno, giorno in cui avrebbe ricevuto anche la sua parte di eredità.

Suo padre. Ricordarlo le procurava un dolore immenso.

Con un gemito soffocato Serafina mandò giù il nodo che improvvisamente le aveva serrato la gola, sistemò la gonna del suo vestito da viaggio marrone chiaro, appoggiò sulle gambe il cappotto e accanto a lei la borsetta, la cui similpelle color marrone arancio creava un piacevole contrasto con il pellame nero della seduta che, esposto al sole, si era piano piano riscaldato. C’era un caldo soffocante e quello non era l’unico motivo per cui sperava che l’ultimo tratto del viaggio non durasse a lungo. Sebbene avesse trascorso le ultime ore in treno dormendo e sonnecchiando, era sfinita.

«Allora, signorina Rheinberger». Anche Theo salì finalmente in macchina e prese posto alla guida. «Possiamo partire. Vedrete, non appena prenderemo la salita per Degerloch, tutto sarà più tranquillo. Lassù l’aria è molto fresca e potrete rimettervi dal viaggio».

Avviò la vettura, invertì il senso di marcia e si immise nel traffico caotico delle strade di Stoccarda…

L’ Autrice

Maria Nikolai, è autrice di numerosi romanzi storici. Con i due fortunati romanzi La villa del mercante di cioccolato e I segreti del mercante di cioccolato è riuscita a coniugare la sua passione per le saghe storiche, il romanticismo e la pasticceria. 

Il libro precedente

Trama

Stoccarda, 1903. Judith Rothman è la figlia di uno stimato produttore di cioccolato e vive una vita agiata. Trascorre ogni minuto libero nella cioccolateria sperimentando idee creative per nuovi dolci deliziosi. Non vede l’ora, infatti, di prendere finalmente le redini dell’impresa di famiglia. Il padre di Judith però ha ben altri piani per lei, che prevedono un matrimonio molto vantaggioso con un uomo che la figlia non ama, né potrà mai amare… Judith è disperata all’idea di essere costretta a rinunciare al suo sogno, ma l’incontro con Victor Rheinberger, giovane e carismatico ufficiale appena giunto in città, potrebbe cambiare ogni cosa. Riusciranno Judith e Victor a diventare padroni del loro destino? In un’epoca in cui il progresso ha velocizzato le lancette del tempo all’improvviso, l’amore sembra essere un sentimento ormai destinato solo a libri e favole.

Ecco il link della recensione del romanzo precedente

https://www.librichepassione.it/2019/10/22/recensione-del-romanzo-la-villa-del-mercante-di-cioccolato-di-maria-nikolai-edito-da-newton-compton-editori/

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