giovedì, Ottobre 29, 2020
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“Finchè il caffè è caldo” di Toshikazu Kawaguchi edito da Garzanti. Estratto

Sinossi

«Oltre un milione di copie vendute.»
The Bookseller

«Una meravigliosa lettura su una caffetteria in cui tutto è possibile.»
Publishers Weekly

Un tavolino, un caffè, una scelta. Basta solo questo per essere felici.

ECCO LE 5 REGOLE DA SEGUIRE:
1. Sei in una caffetteria speciale. C’è un unico tavolino e aspetta solo te.
2. Siediti e attendi che il caffè ti venga servito.
3. Tieniti pronto a rivivere un momento importante della tua vita.
4. Mentre lo fai ricordati di gustare il caffè a piccoli sorsi.
5. Non dimenticarti la regola fondamentale: non lasciare per alcuna ragione che il caffè si raffreddi.

In Giappone c’è una caffetteria speciale. È aperta da più di cento anni e, su di essa, circolano mille leggende. Si narra che dopo esserci entrati non si sia più gli stessi. Si narra che bevendo il caffè sia possibile rivivere il momento della propria vita in cui si è fatta la scelta sbagliata, si è detta l’unica parola che era meglio non pronunciare, si è lasciata andare via la persona che non bisognava perdere. Si narra che con un semplice gesto tutto possa cambiare. Ma c’è una regola da rispettare, una regola fondamentale: bisogna assolutamente finire il caffè prima che si sia raffreddato. Non tutti hanno il coraggio di entrare nella caffetteria, ma qualcuno decide di sfidare il destino e scoprire che cosa può accadere. Qualcuno si siede su una sedia con davanti una tazza fumante. Fumiko, che non è riuscita a trattenere accanto a sé il ragazzo che amava. Kotake, che insieme ai ricordi di suo marito crede di aver perso anche sé stessa. Hirai, che non è mai stata sincera fino in fondo con la sorella. Infine Kei, che cerca di raccogliere tutta la forza che ha dentro per essere una buona madre. Ognuna di loro ha un rimpianto. Ognuna di loro sente riaffiorare un ricordo doloroso. Ma tutti scoprono che il passato non è importante, perché non si può cambiare. Quello che conta è il presente che abbiamo tra le mani. Quando si può ancora decidere ogni cosa e farla nel modo giusto. La vita, come il caffè, va gustata sorso dopo sorso, cogliendone ogni attimo.

Finché il caffè è caldo è diventato un caso editoriale in Giappone, dove ha venduto oltre un milione di copie. Poi ha conquistato tutto il mondo e le classifiche europee a pochi giorni dall’uscita. Un romanzo pieno di fascino e mistero sulle occasioni perdute e sull’importanza di quelle ancora da vivere.

Estratto

1. 
GLI INNAMORATI

«Oddio, è già così tardi? Scusa tanto, ma devo proprio andare», aveva borbottato l’uomo con aria evasiva, alzandosi per prendere la borsa.

«Eh?» aveva replicato la donna, guardandolo incerta.

Non gli aveva sentito dire che era finita. Eppure l’aveva invitata fuori – dopo due anni che uscivano insieme – per parlarle di una cosa seria… e adesso di punto in bianco le aveva annunciato che si trasferiva per lavoro in America. Sarebbe partito subito, nel giro di poche ore. Non aveva sentito le parole esatte, è vero, ma ormai era ovvio che la cosa seria di cui dovevano parlare era la rottura del loro fidanzamento. Evidentemente era stato un grosso errore pensare – anzi, sperare – che la cosa seria fosse: “Mi vuoi sposare?”.

«Cosa c’è?» aveva ribattuto secco l’uomo, senza guardarla negli occhi.

«Non mi merito forse una spiegazione?» aveva chiesto lei.

La donna usò un tono inquisitorio che all’uomo non piacque affatto. Erano in un caffè seminterrato, senza finestre, e tutta la luce proveniva da sei lampade con il paralume appese al soffitto e un’unica applique accanto all’entrata. Una costante sfumatura color seppia tingeva l’interno del locale. Senza un orologio, era impossibile dire se fosse giorno o notte.

C’erano tre grossi orologi antichi da parete nel caffè, ma le lancette segnavano tutte orari diversi. Era fatto apposta, oppure erano semplicemente rotti? I clienti alla prima visita non lo capivano mai, ed erano immancabilmente costretti a guardare il proprio orologio. L’uomo fece altrettanto. Mentre controllava l’ora sul suo orologio, cominciò a grattarsi il sopracciglio destro, sporgendo leggermente il labbro inferiore.

La donna trovò quell’espressione esasperante.

«Perché fai quella faccia? Come se fossi l’unica a soffrire», sbottò lei.

«Non è quello che penso», si giustificò imbarazzato lui.

«Sì che lo pensi!» insistette lei.

Sporgendo ancora il labbro in fuori, lui evitò il suo sguardo e non rispose.

Quell’atteggiamento passivo la mandò su tutte le furie. «Vuoi proprio che sia io a dirlo, eh?»

La donna bevve il caffè, che ormai aveva perso tutto il suo calore. Sfumato anche il lato più dolce di quell’incontro, si depresse ancora di più.

L’uomo tornò a guardare l’orologio e contò quanto mancava all’ora d’imbarco. Doveva lasciare il caffè in fretta. Non riuscendo a darsi un tono, tornò a grattarsi il sopracciglio.

La donna si infastidì a vederlo così attento a ogni minuto che passava, e appoggiò la tazza bruscamente, facendola sbattere sul piattino. Clang!

Il rumore improvviso lo colse di sorpresa. Le sue dita, fino a quel momento impegnate a grattare il sopracciglio destro, cominciarono a giocherellare con i capelli. Ma poi, dopo un breve e profondo respiro, l’uomo tornò a sedersi e la guardò dritto in faccia. Tutto d’un tratto il suo volto aveva ritrovato la calma.

Anzi, il viso dell’uomo era cambiato così all’improvviso da lasciarla di stucco. La donna abbassò la testa e si guardò le mani posate in grembo.

L’uomo che si era preoccupato tanto per l’ora non aspettò che la donna rialzasse la testa. «Okay, senti…» attaccò.

Adesso la sua voce suonava ferma e risoluta. Del balbettio non era rimasta traccia.

Ma quasi cercando di troncare sul nascere le sue parole, la donna lo anticipò: «Perché non te ne vai e basta?». Non sollevò neppure lo sguardo.

La donna che prima voleva tanto una spiegazione adesso si rifiutava di ascoltarla. L’uomo rimase seduto immobile come se anche il tempo si fosse fermato.

«Non dovevi andare?» ripeté lei in tono petulante, quasi infantile.

Lui la guardò perplesso, come se non capisse il significato delle sue parole.

Quasi riconoscendo il suo stesso tono petulante e infantile, lei distolse lo sguardo e si morse un labbro imbarazzata. Lui si alzò e si rivolse alla cameriera dietro il bancone.

«Mi scusi, vorrei pagare», disse con un filo di voce.

L’uomo cercò di afferrare lo scontrino, ma la mano della donna fu più veloce.

“Voglio restare un altro po’… perciò pago io”, gli avrebbe voluto dire, ma lui le aveva sfilato con agilità il conto da sotto la mano per dirigersi alla cassa.

«Conto unico, grazie.»

«Dai, ti ho detto di lasciar stare.»

Senza muoversi dalla sedia, la donna allungò una mano verso l’uomo, ma l’uomo si rifiutò di guardarla e tirò fuori dal portafoglio una banconota da mille yen.

«Tenga pure il resto», disse porgendola alla cameriera. Poi si girò verso la donna con aria triste per una frazione di secondo, prese la borsa e se ne andò.

Din-don

«E questo succedeva una settimana fa», sospirò Fumiko Kiyokawa.

Il suo corpo si afflosciò come un pallone sgonfio sul tavolo, schivando per miracolo il caffè che aveva di fronte.

La cameriera e la cliente seduta al bancone, che avevano entrambi ascoltato la storia di Fumiko, si scambiarono un’occhiata.

Già al liceo, Fumiko padroneggiava sei lingue. Dopo la laurea alla Waseda University, essendo la migliore del suo corso, aveva trovato posto in una grossa azienda di informatica medica e nel giro di un paio d’anni si era trovata a dirigere numerosi progetti. Era l’emblema della donna in gamba e votata alla carriera.

Oggi Fumiko indossava un normalissimo outfit da ufficio: camicetta bianca, gonna nera e giacca coordinata. A giudicare dal suo aspetto, tornava a casa dal lavoro.

Fumiko era più bella della media, con i suoi lineamenti delicati, le labbra ben disegnate e le movenze da pop star. I capelli luminosi, tagliati all’altezza delle orecchie, le circondavano il viso in un alone brillante. Nonostante gli abiti discreti, la sua figura eccezionale emergeva alla prima occhiata. Neanche fosse una modella di una rivista patinata, la sua bellezza attirava gli sguardi di chiunque. Sì, era una donna che coniugava intelligenza e bellezza, ma dire che lo sapesse è un’altra cosa.

In passato Fumiko non aveva mai perso tempo con queste faccende e aveva vissuto solo per il lavoro. Ovviamente questo non significa che non avesse avuto delle storie: è solo che per lei non avevano la stessa attrattiva del lavoro. «Il mio amante è il lavoro», ripeteva sempre, rifiutando le avance di un mucchio di uomini, come a scrollarsi la polvere dalle spalle.

L’uomo di cui aveva parlato si chiamava Gorō Katada ed era un ingegnere dei sistemi. Come Fumiko, anche lui era impiegato in una società medica, sebbene non altrettanto importante. Più giovane di tre anni, Gorō era il suo fidanzato: già, era. Si erano conosciuti due anni prima grazie a un cliente per cui stavano entrambi seguendo un progetto.

Una settimana prima, le aveva chiesto di incontrarsi per parlare di una cosa seria. Lei si era presentata all’appuntamento con un elegante abitino rosa pallido, uno spolverino beige primaverile e le scarpe bianche con il tacco, attirando l’attenzione di tutti gli uomini a cui era passata davanti. Si trattava di un nuovo look per Fumiko, così fissata con il lavoro che prima della relazione con Gorō non aveva mai posseduto altro che tailleur da ufficio. E a tutti gli appuntamenti con Gorō non aveva mai indossato altro che tailleur, fino a quel giorno. Ma del resto, di solito, si incontravano subito dopo l’orario d’ufficio.

Gorō aveva detto una cosa seria, e Fumiko l’aveva interpretata come una cosa speciale, perciò si era precipitata a comprarsi un abitino speciale, apposta per l’occasione.

Erano arrivati alla caffetteria prescelta, ma sulla vetrina avevano trovato un cartello con scritto «CHIUSO PER IMPREVISTO». Fumiko e Gorō non l’avevano presa bene, perché con l’intimità dei suoi separé quel caffè sarebbe stato l’ideale per parlare di cose serie.

Non potendo far altro che cercare un altro posto adatto, notarono una piccola insegna in una stradina poco frequentata. Siccome era un caffè in un seminterrato, non si vedeva come fosse all’interno, ma Fumiko fu attratta dal nome, preso dal testo di una canzone che cantava sempre da piccola, e così decisero di entrare.

Fumiko se ne pentì appena mise piede nel locale. Era più piccolo di quanto pensasse, tanto che bastavano nove clienti a riempirlo, tre sgabelli al bancone e tre tavolini da due.

A meno che la cosa seria non fosse stata sussurrata, l’avrebbero saputa tutti all’istante. L’altro lato negativo era la luce color seppia delle lampade con il paralume… no, quel posto non le piaceva affatto.

“Un posto per traffici loschi…”

Fu questa la prima impressione che ebbe Fumiko, mentre si dirigeva nervosamente all’unico tavolino libero e si accomodò. Nel caffè c’erano altri tre clienti e la cameriera.

Al tavolo più lontano sedeva una donna in abito bianco a maniche corte che leggeva un romanzo. Al tavolo più vicino all’ingresso sedeva un uomo dall’aspetto ordinario, con una rivista di viaggi aperta davanti e un taccuino su cui annotava appunti. La donna seduta al bancone indossava una camiciola rosso acceso e leggings verdi. Una giacca a kimono senza maniche era appesa allo schienale dello sgabello e in testa si era lasciata i bigodini. Rivolse un’occhiata fugace a Fumiko, facendo un gran sorriso. Più volte, durante la conversazione tra Fumiko e Gorō, la donna fece dei commenti alla cameriera e si lasciò sfuggire una risata roca.

*

Sentendo la spiegazione di Fumiko, la donna con i bigodini disse: «Già, capisco…».

In realtà non ci capiva un bel niente, stava solo cercando di dare la risposta più adeguata. Si chiamava Yaeko Hirai. Era una cliente abituale, aveva poco più di trent’anni e gestiva uno snack bar lì accanto, o meglio un piccolo hostess club. Passava sempre a bere una tazza di caffè prima di attaccare il turno. Anche quel giorno aveva i bigodini in testa, ma stavolta indossava un top a fascia giallo, una minigonna rosso vivace e un paio di leggings viola acceso. Hirai ascoltava Fumiko seduta a gambe incrociate sullo sgabello del bancone.

«È passata una settimana, ve ne ricordate, no?» Fumiko si alzò e si rivolse alla cameriera dietro il bancone.

«Ehm… sì, certo», rispose la donna, vagamente a disagio, senza guardare negli occhi Fumiko.

La cameriera si chiamava Kazu Tokita, era la cugina del proprietario e lavorava per pagarsi gli studi alla Fine Arts University. Era abbastanza carina, con la carnagione chiarissima e gli occhi piccoli e a mandorla, ma nel complesso i suoi lineamenti non erano niente di speciale. Il tipo di faccia che ti scordi appena girato l’angolo. In una parola: insignificante. Non aveva un pizzico di fascino, e in più non aveva neanche molti amici. Non che le dispiacesse, intendiamoci: Kazu era il genere di persona che trova i rapporti interpersonali piuttosto noiosi.

«E lui… che fine ha fatto? Adesso dov’è?» chiese con aria distratta Hirai, giocherellando con la tazza.

«In America», rispose Fumiko, sbuffando sonoramente.

«E così il tuo fidanzato ha scelto il lavoro, giusto?» Hirai aveva il dono di cogliere il nocciolo della questione.

«No, non è così!» protestò Fumiko.

«Sì che è così! Non hai detto che è andato in America?» insistette Hirai. Per lei Fumiko era una specie di mistero.

«Ma non hai capito quello che ho detto?» ribatté con foga Fumiko.

«Cosa, esattamente?»

«Volevo gridargli: “Non partire”, ma il mio orgoglio me l’ha impedito.»

«Non sono tante le donne che lo ammetterebbero!» Hirai si appoggiò allo schienale dello sgabello con una risatina, ma perse l’equilibrio e per poco non finì a terra.

Fumiko ignorò la reazione di Hirai. «Tu mi capisci, vero?» chiese a Kazu, cercando sostegno.

Kazu finse di pensarci un momento. «In poche parole, stai dicendo che non volevi che andasse in America, giusto?»

Anche Kazu amava andare dritto al punto.

«Be’, in poche parole, credo… no, non volevo. Ma…»

«Ehi, non sei un tipo facile da capire», ironizzò Hirai, vedendo che Fumiko faceva fatica a rispondere.

Al posto di Fumiko, Hirai sarebbe scoppiata in lacrime. “Non partire!” avrebbe urlato. Ovviamente sarebbero state lacrime di coccodrillo, finte e strumentali, perché le lacrime sono l’arma segreta delle donne. La filosofia di Hirai era tutta qui.

Fumiko tornò a fissare Kazu dietro il bancone, con gli occhi scintillanti. «A ogni modo, voglio che mi riporti indietro a quel giorno… a una settimana fa!» la supplicò, come se fosse la richiesta più normale del mondo.

Hirai fu la prima a rispondere a quella pretesa assurda. «Indietro nel tempo, dice…» Poi guardò Kazu con aria perplessa.

«Oh», balbettò a disagio Kazu, e non aggiunse altro.

Erano passati parecchi anni da quando la leggenda metropolitana dei viaggi nel tempo aveva fatto vivere alla caffetteria il suo momento di gloria…

L’ autore

Toshikazu Kawaguchi è nato a Osaka, in Giappone, nel 1971, dove lavora come sceneggiatore e regista. Con Finché il caffè è caldo, suo romanzo d’esordio, ha vinto il Suginami Drama Festival.

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