Segnalazione: “200 ore” di Fiammetta Rossi

Segnalazione: “200 ore” di Fiammetta Rossi

TRAMA

“Credi di sapere sempre tutto? Sì, forse ho sbagliato, ma almeno IO sto provando una cosa nuova e magari scopro che invece di medicina mi piace il marketing! E TU forse tra dieci anni scoprirai che sei nata per fare la pizza, invece di coltivare in vitro spore, muffe e funghi!”

Ti sei mai sentita soffocata dalle attenzioni e dalle aspettative della tua famiglia tanto da avere la tentazione di mollare tutto e andartene?

Margherita è così: è esausta e sente di non avere scampo. È nata in una famiglia bene di Milano, la sua vita è programmata fin nel minimo dettaglio. Poi accade qualcosa: un litigio di troppo e lei trova il modo (o il coraggio?) di vendicarsi. Farà il suo stage di 200 ore in un mobilificio di lusso, anziché nell’ospedale dove lavora sua madre. Titta viene così catapultata in un ambiente diverso da quello in cui è vissuta, dove arroganza e cinismo riescono a farla sentire inadeguata.

Per fortuna ci sono anche colleghi simpatici con cui chiacchierare e prendere un caffè, e poi c’è Francesco, corteggiato da tutte, che ha qualcosa che a lei manca: la libertà di decidere della propria vita.

Margherita all’inizio lo detesta: lui è strafottente, sicuro di sé e non fa che prenderla in giro chiamandola principessa viziata; i battibecchi sono all’ordine del giorno, ma fra loro scatta comunque la scintilla. Quando tutto sembra andare bene, Margherita scopre il segreto di Francesco e un evento imprevisto rischia di mandare a monte il suo stage al mobilificio.

In bilico fra due vite, Titta farà la scelta giusta?

Prologo

Margherita Ghisolfi-Ghia, detta Titta, a diciotto compiuti ignorava ancora cosa significasse prendere decisioni in modo autonomo.

Da sempre la sua esistenza subiva il rigido protocollo imposto dalla madre, la dottoressa Lidia Ghisolfi-Ghia, che dettava i ritmi della loro vita come un mastro nocchiere, e lo faceva con efficienza esemplare affinché ai suoi figli non mancasse nulla di quanto il denaro potesse offrire.

La dottoressa non lasciava niente al caso, proprio per non essere colta in fallo. Odiava il caso, era qualcosa di incontrollabile, una sorta di imprevisto che compariva senza preavviso e poi spariva lasciandosi dietro solo cocci, e dato che con i cocci lei non voleva avere nulla a che fare, faceva di tutto per evitarli a se stessa e ai figli. L’ultima volta che aveva avuto a che fare con il caso aveva divorziato, e da quel momento l’ex signora Ghia era diventata – se possibile – ancora più protettiva. Margherita con i cocci non aveva mai avuto a che fare, ma si sa… il caso non è prevedibile. E non lo sarebbe stato nemmeno questa volta.

L’alternanza scuola-lavoro, obbligatoria per tutti gli studenti delle scuole superiori, anche nei licei, è una delle innovazioni più significative della legge 107 del 2015 (La Buona

Scuola) in linea con il principio della scuola aperta.Anche il Liceo San Bartolomeo partecipa all’iniziativa con stage di 200 ore

1.

Titta appallottolò la circolare, portò una mano all’altezza dello stomaco e boccheggiò. Ultimamente le capitava spesso: un senso di rabbia le saliva dritto dalle viscere fino alla gola, impedendole di respirare.

Quella mattina del 7 gennaio il cielo di Basiglio era coperto da uno strato di nuvole scure e basse; Natale era passato in un lampo ed era ora di tornare a scuola, agli studi, ai compagni e alla monotonia delle sue giornate.

Gettò un’occhiata ai poster attaccati sulla parete piena di roselline. Quei poster – regalo dello zio Ercole – erano un pugno in un occhio e forse le piacevano proprio per questo. Rappresentavano una popolazione subsahariana: gli Onwas. Fissò per un istante i loro volti arsi dal sole e la loro pelle nerissima con sfumature sabbiose che pareva esaltare gli enormi occhi dorati.

A Titta sembrava che quegli sguardi racchiudessero l’infinito.

Finì di preparare lo zaino. Dalla sua camera poteva sentire l’aroma del caffè assieme ai rumori di stoviglie che Ana, la domestica capoverdiana, stava riponendo e, al di sopra di tutto, la voce acuta di sua madre che continuava a lamentarsi di essere in ritardo.

E difatti, pochi istanti dopo, suo fratello Tommaso si materializzò sulla soglia della camera. Titta lo osservò di sfuggita, il tempo sufficiente per farsi la stessa domanda di sempre: ma perché non era alta come lui?

– Ehi, nana, guarda che se non scendi tipo tre secondi fa mamma scatena lo tsunami – disse lui prima di far vagare lo sguardo disgustato per tutta la stanza: pile di vestiti erano ammassate ovunque assieme a scarpe e borse e peluche colorati. Sulla scrivania c’erano tre o quattro macchine fotografiche soffocate da libri e quaderni.

– A pensarci bene forse lo tsunami è già arrivato – mormorò Tommaso senza nemmeno entrare in camera.

Titta sgattaiolò nella cabina armadio e lui incalzò spazientito: – Senti, vedi di muoverti, oggi ho un esame e mamma dev’essere in ospedale tra mezz’ora.

Titta infilò con rabbia la prima maglietta che si trovò sotto mano e scelse un paio di jeans, poi raccolse i lunghi capelli castani nella consueta coda e si ispezionò nello specchio. Il riflesso le restituì un volto dall’ovale piccolo ma perfetto, gli occhi grandi da cerbiatto, come diceva spesso il nonno, con uno sguardo vellutato e leggermente sognante che la faceva apparire un po’ come una di quelle languide modelle ritratte dai maestri dell’ottocento. Fu tentata di attenuare il pallore del viso con del fard, magari un po’ di rossetto, ma accantonò l’idea e uscì dalla cabina, dimenticandosi che il fratello era ancora lì ad aspettarla.

– Hai smontato l’armadio e ti metti jeans e maglietta? – l’accolse lui sfottendola.

– Lascia stare. Oggi non gira bene.

– Strano, al mattino sei sempre allegra.

Titta recuperò lo zaino e se lo mise penzoloni sulla spalla. Scese di corsa le scale e in cucina bevve d’un fiato il caffè che Ana aveva preparato, poi la salutò con un ciao appena udibile.

Senza una parola salì sul suv di sua madre mentre il fratello, che di solito prendeva il motorino, quel giorno usufruì del passaggio di una sua compagna di studi.

Il Liceo San Bartolomeo non distava che pochi isolati. In macchina il paesaggio marrone e grigio scorreva veloce dal finestrino e si mescolava ai suoi pensieri, finché la madre la richiamò al presente.

– Senti, so che sei arrabbiata per ieri. Dovevamo rivedere il programma di studi e anche quella cosa… come si chiama?

– Alternanza scuola-lavoro.

– Purtroppo abbiamo avuto un’emergenza in sala operatoria, il paziente ha avuto un blocco intestinale così…

E giù la spiegazione di ciò che era avvenuto con annessi dettagli sanguinolenti. Titta ascoltava con un orecchio solo: le erano sempre piaciuti i resoconti della sala operatoria, ma ultimamente avevano perso sapore.

– … alla fine però il battito è tornato normale e la pressione si è stabilizzata. Ma ormai erano le undici passate, possiamo parlarne oggi? Anzi no, facciamo domani pomeriggio?

– Ho lezione di tennis – rispose lei con scarso interesse.

– Ah già… io poi sono a Bergamo per quella conferenza sulle funzioni renali, però il week end sono a casa. Ci ritagliamo un momento tutto per noi e…

– Dobbiamo andare dalla nonna. È il suo compleanno – l’interruppe Titta con lo stesso tono monocorde che, lo sapeva bene, dava sui nervi alla madre.

Costeggiarono il laghetto, ancora due isolati e il San Bartolomeo sarebbe spuntato alla fine di un viale ombreggiato da olmi. Titta si sentì gli occhi di sua madre puntati come spilli dallo specchietto della macchina e tornò a guardare fuori aspettando il solito commento acido sul suo abbigliamento. Che non tardò ad arrivare.

– Come ti sei conciata? Cos’è quella maglietta… c’è un teschio disegnato?

Titta provò una leggera fitta di piacere. – Me l’ha data Lucrezia, è una protesta contro i venditori di armi.

– Non starete pensando di fare un altro sit-in, vero? Quest’anno proprio non è il caso di fare sciocchezze.

Per sciocchezze sua madre intendeva quella volta che Lucrezia aveva convinto tutte le compagne di classe a incatenarsi alla cancellata della scuola per protestare contro la vendita di elicotteri militari italiani al governo indiano, o quando insieme avevano distribuito volantini anti USA all’interno della mensa scolastica. In entrambi i casi lei se l’era cavata con una lavata di capo, ma l’amica era stata sospesa da scuola.

– Rilassati, mamma, fila tutto liscio – rispose.

– Lo spero proprio. A proposito, ho cambiato i turni in ospedale, oggi faccio la notte. Domani ci prendiamo qualcosa assieme? Su, scendi, non fare tardi.

La macchina ripartì quasi subito lasciando Titta all’ingresso della scuola.

AUTRICE

Fiammetta Murino Rossi nasce a Roma nel 1972. Dopo avere trascorso l’infanzia in Sud Africa torna in Italia e si laurea in Economia e Commercio.

Attualmente vive a Vigevano, dove collabora con la radio locale; ha pubblicato diversi racconti d’appendice con il Giallo Mondadori, una raccolta di favole dal titolo Ancora nonna! (Kimerik 2014) e i romanzi per ragazzi: La strana bottega del signor Balaji (Leucotea 2018) e Breinen e il segreto della Fonte (Il seme bianco, 2019).

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