Prossimamente in libreria: “Il destino di una famiglia” di Chufo Lloréns

Prossimamente in libreria: “Il destino di una famiglia” di Chufo Lloréns

Dal 19 Agosto in tutte le librerie e sugli store on-line

È l’alba del XX secolo e in tutta Europa si diffonde un’aria di speranza e di fiducia nel progresso. In questa atmosfera vibrante, ricca di promesse, due amori stanno sbocciando come fiori delicati. Uno, nella Parigi bohémienne; l’altro nella suggestiva Madrid, ancorata a tradizioni secolari. Nel quartiere di Montmartre, Gerard, un giovane tedesco che sogna di dipingere come i grandi maestri francesi, si innamora perdutamente di Lucie, la bella figlia della sua padrona di casa. Nel frattempo, nelle strade signorili della capitale spagnola,  l’aristocratico José Cervera rimane incantato dalla bellezza di Nachita, la figlia di un indiano di passaggio in città, e non riesce più a togliersela dalla testa. Ma il battito all’unisono dei loro cuori riuscirà a opporsi a un destino che, a volte crudele, si prepara a sconvolgere tutti i loro piani?

A Cristina, per il suo amore e per la sua fede incrollabile,
e per riempire di luce e di speranza il cammino che mi resta da percorrere…
Al mio più vecchio amico,
il dottor Juan Claudio Rodríguez Ferrera,
colui che, se fosse stato possibile, avrei scelto come fratello.
Ad Amalia Herrera ed Erich Würsten.
A Marta Poal Cantarell.
A Federico Trías de Bes Recolons.
Ai miei lettori, in rappresentanza di tutti quelli
che seguono l’avventura dei miei libri.
Ognuno di loro sa il perché: Cristina Herranz Pérez,
Jordi Torres Riu, Pía Ferre-Calbetó Basols.
E ai miei cugini, il dottor Juan Antonio Vanrell e Montse Barbat.

In memoria di
Juan Alberto Valls Jové,
Manolo Maristany Sabater,
Ignacio Castelló Casamitijana,
che mi hanno concesso il dono meraviglioso
della loro amicizia.

Parte prima

Tre storie d’amore

1. L’ arrivo

Parigi, 1 settembre 1894

Il treno arrivò in ritardo, come al solito. Un Gerhard entusiasta e felice si accingeva a scendere alla Gare du Nord. Il viaggio gli era risultato lungo e pesante; lo stuzzicava la voglia di stabilirsi a Parigi per cominciare quella vita che tanto lo appassionava e che, finalmente, stava per avere inizio. Si diresse verso le carrozze a motore che garantivano servizio di trasporto, montò su una di esse e, dopo aver dato l’indirizzo al cocchiere, si mise comodo, pronto a godere appieno del tragitto che intercorreva tra la stazione e il civico 127 di rue Lepic, non molto distante da place Pigalle. Il viaggio stavolta gli risultò breve, e mentre i suoi occhi divoravano il paesaggio attorno, col pensiero ripercorreva il cammino che lo aveva condotto fino a quel momento.

Il suo destino era stato segnato fin dalla nascita, esattamente come quello di tutti i primogeniti della famiglia Mainz: studiare legge, specializzarsi in Economia dell’impresa, così come nello studio delle leghe metalliche, e fare pratica in una qualsiasi delle aziende di famiglia, fino ad assumere la direzione di quell’impero di miniere e acciaio ubicato nel bacino della Ruhr. Quell’anno di libertà del quale avrebbe goduto a Parigi, perciò, gli sembrava un vero e proprio miracolo.

Se c’era una cosa per la quale, fin da piccolo, si era sempre distinto rispetto ai compagni di scuola era la sua inclinazione artistica, in particolar modo per la pittura. Sua madre riconobbe quella passione che, col tempo, avrebbe conquistato il cuore di Gerhard quando lei stessa gli regalò, all’età di quattro anni, il primo carboncino, in occasione del Natale. Fu lei a comprargli il primo cavalletto, la prima tavolozza, la prima scatola di colori, e fu sempre lei a iscriverlo alla famosa accademia del maestro russo Yuri Angelov. Dopo quattro anni d’apprendistato, il maestro si confrontò con la madre di Gerhard, spiegandole molto francamente che ormai lui non aveva più nulla da insegnare a quel ragazzo che aveva nel sangue il dono della pittura. Per questo la donna divenne la sua più grande sostenitrice quando, dopo aver conseguito il diploma superiore ed essersi arruolato per tre anni nell’esercito imperiale, per poi passare alla riserva tramite il pagamento della quota corrispondente, il figlio le chiese il favore di concedergli un anno sabatico, prima di dedicarsi alla carriera che suo padre aveva scelto per lui. Un anno da trascorrere a Parigi, in un piccolo studio in affitto a Montmartre, dove avrebbe dipinto tutto il giorno e avrebbe avuto la possibilità di vivere vicino e sotto l’influenza dei grandi maestri francesi, confrontarsi con loro e verificare il livello della sua tecnica e delle sue conoscenze.

La madre accettò a una sola condizione: sebbene le andasse bene che prendesse in affitto uno studio in quel quartiere, una sorta di luogo sacro nel quale tutti i giovani pittori di Parigi trascorrevano intere giornate a dipingere, sapeva anche che a Montmartre si concentravano tutti i locali notturni e le bische della Ville Lumière. Pertanto, gli richiese di non alloggiare nello studio ma di cercare uno spazio appropriato dove poter vivere, non troppo distante ma comunque fuori dal quartiere dei pittori.

Gerhard considerò legittima la richiesta della madre, capendo che la donna voleva tenerlo lontano dal pericolo delle notti brave di Montmartre, che a lui, comunque, non interessavano per nulla. Lui voleva raggiungere la capitale d’Europa al solo intento di constatare se fosse davvero in grado di dedicarsi a quel meraviglioso mestiere, e non per trascorrere le notti tra vino e donne, consapevole poi che vi sarebbe rimasto solo per un tempo limitato.

Dopo quella digressione, il suo pensiero ritornò al presente. Parigi era troppo bella per non godere appieno di ogni suo angolo, dei giardini e delle piazze. I suoi occhi divoravano tutto ciò che gli scorreva davanti, passando dal finestrino della carrozza alla mappa della città che teneva sulle ginocchia. Gli uomini e le donne, il trambusto cittadino, quella fame di vita che Parigi trasudava da ogni poro e, soprattutto, la calda luce autunnale, la rendevano completamente diversa rispetto alla realtà a cui Gerhard era abituato: il rigore tedesco, l’ordine assoluto di ogni cosa e quello stile di vita regolato fino agli estremi più incredibili. Quel frastuono e quel disordine controllato erano un regalo per i suoi sensi.

Lo scalpitio degli zoccoli del cavallo cominciò a rallentare, quindi Gerhard dedusse che stavano arrivando a destinazione. In effetti, poco dopo, il fischio del cocchiere fermò il cavallo proprio di fronte al civico 127 di rue Lepic, dove aveva affittato lo studio. Gerhard si ritrovò in strada col proprio bagaglio a osservare l’edificio. Era una casa di sei piani piuttosto stretta, cinta tra due edifici più importanti, ed era sormontata da un tetto di ardesia spiovente che ne ricopriva il piano superiore, dove si aprivano quattro piccole finestre su un lato e una più grande sull’altro. Gerhard si mise la borsa a tracolla, afferrò la valigia e si diresse verso l’interno.

Due sostegni di pietra proteggevano gli angoli dell’entrata per impedire che lo sfregamento delle ruote delle carrozze danneggiasse la struttura del portone principale. Notò immediatamente che in fondo c’era un cortile interno dove alloggiare i cavalli e, a metà strada, una guardiola in legno smaltato presidiata da un uomo calvo con due grossi baffi, intento a scrivere su un giornale ripiegato in due.

Gerhard si diresse verso di lui. L’uomo, allertato dall’ombra che gli copriva la luce della strada, sollevò gli occhi dal giornale.

«Buongiorno, signore», lo salutò Gerhard in un francese impeccabile. «Voi siete il portiere?».

L’uomo uscì dalla guardiola rispondendo al saluto e presentandosi.

«Buongiorno, sono il custode», puntualizzò. «Come posso aiutarvi?».

Gerhard estrasse dalla tasca un piccolo pezzo di carta e lo consultò.

«Vive qui monsieur Ishmael Ponté?»

«No, non vive qui, ma è l’amministratore di tre piani di questa casa. Voi siete il signor Gerhard Mainz?»

«Sì, sono io».

«Monsieur Ponté mi ha chiesto di assistervi e di comunicarvi che si scusa di non avervi potuto ricevere per via di una questione urgente che ha richiesto la sua presenza in comune».

«Non importa, non mancherà occasione di incontrarlo».

«Voi siete un pittore?»

«Ci provo».

«Immagino che vorrete vedere lo studio e, se è di vostro gradimento, monsieur Ponté mi ha detto che potrete subito prenderne possesso e che un giorno di questi passerà per la firma del contratto».

«Perfetto, allora se siete così gentile da mostrarmelo…».

L’uomo indicò la guardiola con la mano.

«Se volete potete lasciare qui il vostro bagaglio, chiuderò a chiave e nessuno potrà toccarlo». Poi chiarì: «Sono cinque piani più il tratto finale che porta alla mansarda, e i gradini sono piuttosto ripidi». E pensando di aver parlato troppo, aggiunse: «Visto che siete un pittore, devo dirvi che la mansarda ha una luce meravigliosa».

«Lo spero. Quando volete, io sono pronto a salire».

«Andiamo, allora».

Il custode, esperto conoscitore dell’essere umano grazie al proprio lavoro, prese la valigia di Gerhard e la posizionò all’interno della guardiola, poi indicò la borsa che il giovane portava a tracolla.

«Permettetemi».

«No, grazie. Questa viene con me».

L’uomo chiuse a chiave la guardiola e indicò i piedi della scala.

«Se non vi dispiace, vi farò strada io, così potrò avvertirvi quando incontreremo gradini in cattive condizioni».

La coppia cominciò a salire. Di tanto in tanto, il custode faceva qualche commento.

«Cosa vi posso dire, questo è un quartiere di pittori, non c’è zona migliore di Parigi per chi fa questo mestiere».

«Per questo sono qui».

«Si può dire che il quartiere abbia due vite, quella diurna e quella notturna. La prima, come vi ho già detto, è per i pittori. La luce di Parigi, in particolare su questa collina, è meravigliosa. La notte, invece, è per chi cerca l’oscurità: nottambuli, cabarettisti, protettori e donne di facili costumi. Ma questa è un’altra storia…».

Avevano già raggiunto il terzo piano.

«In quella mansarda ci sono sempre stati solo pittori»

«E se è così stupenda, per quale motivo l’ultimo se ne è andato?»

«Non se n’è andato, è stata la Parca a portarselo via. Era un alcolizzato. Dipingeva molto bene, ma vendeva poco. Sono stato proprio io a trovarlo morto una mattina e non è stato un bel vedere. Si è reso necessario cambiare la carta da parati perché tutto puzzava di alcool».

«Non mi sembra un buon inizio».

Il guardiano non fece caso alle sue parole e proseguì.

«È stato sepolto nel cimitero di Montmartre, qui accanto. Come da regola, a pagare il funerale sono stati i suoi colleghi impressionisti, Degas e Pissarro, tra gli altri. Il loro luogo di ritrovo è ubicato al piano terra, al civico 9 di place Pigalle, al Café de la Nouvelle Athènes. Da lì, molti si dirigono poi al Moulin de la Galette per proseguire la serata».

«Voi sì che mi tirate su il morale».

«È questione di punti di vista, vi ho già detto che questo quartiere ha due facce diverse. Tutto sta nel non confondere il giorno con la notte».

La fine della conversazione coincise con la fine della scalinata, che nell’ultimo tratto non presentava più lastre ma pannelli, mentre dal quinto piano fino alla mansarda i gradini erano di legno.

Il custode lo precedette, introdusse una chiave nella serratura di una porta verde che odorava ancora di pittura fresca e, dopo un paio di mandate, la aprì.

«Prego, signore».

Gerhard rimase fermo al centro della stanza e con lo sguardo percorse tutto lo spazio. Il colpo di fulmine fu immediato. Lì, in quella mansarda, c’era la grande finestra che aveva potuto notare dalla strada. Inoltre, dal tetto si apriva un lucernario quadrato di più di un metro dal quale entrava la luce naturale, impagabile per un pittore.

Due colonne di ferro sostenevano la struttura del tetto e, tra loro, pendeva una bella amaca, probabilmente di provenienza sudamericana, tessuta con spago di lino bianco e frange colorate. In un angolo della stanza c’era un attaccapanni e nell’altro una vecchia poltrona di pelle. Sotto la finestra c’era un grande divano; al centro, proprio sotto il lucernario, un bancale. Infine, un paravento separava lo spazio principale dalla porta di un piccolo bagno. Davanti allo sguardo interrogativo di Gerhard rispetto a quello che era il mobilio della stanza, il custode chiarì: «È quanto lasciato dal precedente inquilino. ..

foto presa dal web

Chufo Lloréns è nato a Barcellona nel 1931. Ha studiato Legge, ma ha lavorato per anni nel mondo dello spettacolo. Da sempre grande appassionato di storia, ha iniziato la carriera letteraria negli anni Ottanta. Tradotto in dodici Paesi, con oltre un milione di copie vendute nel mondo, è uno degli autori spagnoli di romanzi storici più amati dai lettori, sia in patria che all’estero.

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