“Il ricordo delle cose belle” di Mary Ellen Taylor

“Il ricordo delle cose belle” di Mary Ellen Taylor

La vita di Megan non è stata affatto facile, ma ora vuole voltare pagina e realizzare il proprio sogno, anche per il bambino che porta in grembo: decide così di ristrutturare una casa in Virginia appartenuta a un lontano antenato, per riportarla agli antichi splendori. Grazie all’aiuto dei suoi amici è sicura di farcela in tempo per la stagione turistica. E Spring House è ricca di storie affascinanti che aspettano solo di essere svelate. Ma la scoperta più sensazionale la attende nella casetta del custode, ai margini della tenuta: in un vecchio e polveroso baule sono gelosamente custodite alcune lettere risalenti al secolo scorso. E così, lettera dopo lettera, Megan si ritrova a compiere un emozionante viaggio nel passato che potrebbe rappresentare il nuovo inizio che stava aspettando.

Ogni casa ha i suoi fantasmi.
Ogni persona ha i suoi fantasmi.
Stuoli di spiriti ci seguono ovunque.
Non siamo mai soli.
Barney Sarecky

Prologo

Adele

Martedì 19 settembre 2017

Cape Hudson, Virginia, baia di Chesapeake

11:00

Nei suoi quasi cent’anni di vita, Adele Jessup aveva imparato che gioie e sciagure andavano a braccetto. Che amore e vita erano sempre controbilanciati da dolore e morte.

Dalla sedia a rotelle osservava le decine di persone raccolte intorno alla bara avvolta nella bandiera americana. Il cielo era coperto e il vento forte, che lasciava presagire pioggia in arrivo, le accarezzava e scuoteva l’orlo della gonna nera.

Distolse l’attenzione dalla scena dinnanzi a lei e si voltò verso le lapidi intorno alla fossa appena scavata. Erano le tombe di suo marito e dei suoi cognati. I fratelli Jessup erano tutti nati e cresciuti sulla costa orientale della Virginia. Brav’uomini fieri, erano stati leali l’uno verso l’altro per tutta la vita.

Adesso accanto a lei sedeva suo cognato Samuel, l’ultimo dei fratelli Jessup. Si era sbarbato e aveva tagliato i capelli. La divisa nera da capitano della marina mercantile era stata lavata di fresco, i bottoni d’ottone lustrati. Mancavano però tutte le medaglie che aveva conquistato in oltre cinquant’anni di servizio. Il corpo snello e slanciato era ormai debilitato, e la mano destra gli tremava senza sosta, ma aveva rifiutato la sedia a rotelle. Era sempre stato troppo orgoglioso e testardo per pensare al suo bene.

Quante volte nel corso degli anni lui e Adele si erano ritrovati lì a piangere la dipartita di un parente? Come lei, sicuramente anche Samuel ormai si sentiva più vicino ai morti che ai vivi.

Quel giorno si erano riuniti per rendere l’ultimo omaggio al bisnipote di Adele, Scott Jessup, un marine morto cinque giorni prima, quando l’elicottero che pilotava si era schiantato nell’Atlantico durante una tempesta. Era impegnato in un’operazione di soccorso, cercava i marinai dispersi di una nave che imbarcava acqua. Ne aveva salvato uno elitrasportandolo su un’imbarcazione della marina e poi era tornato indietro a cercare gli altri.

Come tutti gli uomini Jessup, Scott aveva sentito l’irresistibile richiamo dell’acqua. Era cresciuto ascoltando i discorsi degli impavidi lupi di mare della famiglia, e sapeva benissimo che il tempo e l’oceano davano molto ma potevano prendersi altrettanto. Scott era buono, coraggioso, a volte magari un po’ troppo indulgente verso sé stesso, ma aveva appena ventisette anni.

Un movimento fugace al di là dei presenti catturò l’attenzione di Adele, allora rivolse uno sguardo alla recinzione in ferro battuto che cingeva il piccolo cimitero di famiglia sulla costa orientale.

C’era un giovanotto, da solo. Non vendendoci bene, l’anziana non lo riconobbe. Immaginò che fosse l’ennesima persona venuta a porgere le sue condoglianze, ma quando il ragazzo avanzò Adele si accorse che era Scott.

Non se ne stupì. Il velo che la separava dalla morte era ormai talmente sottile che vedeva gli spiriti con la stessa facilità con cui vedeva i vivi.

Scott si avvicinò a sua madre, Helen Jessup, seduta davanti alla bara. Stringeva in mano una Bibbia consunta e piangeva sconsolata. Helen aveva un’adorazione per l’unico figlio, e la sua morte le aveva straziato il cuore al punto che nessuna parola o azione avrebbe potuto sanarlo.

Scott le appoggiò una mano sulla spalla, ma la madre parve non accorgersene. Samuel invece lo vide, e quando i due incrociarono lo sguardo, sulle labbra di Scott affiorò un barlume di sorriso. Samuel posò adagio una mano su quella di Adele e gliela strinse delicatamente.

Accanto a Helen sedeva un ragazzo cupo in volto, con indosso la divisa dei marine. Rick Markham non era solo un commilitone di Scott e degli uomini che avevano portato la bara, i due erano stati anche grandi amici. I capelli scuri rasati ne accentuavano i lineamenti severi. 

Benché non potesse avere molti più anni di Scott, sembrava portare sulle spalle tutto il peso del mondo, come Atlante nella mitologia greca.

Scott gli rivolse un sorriso rassicurante, ma anche quello passò inosservato. Adele invece notò tutto.

Alla fine Scott si fece strada tra la gente e si diresse verso una ragazza che stava al di là della recinzione. Era sola e aveva lo sguardo perso. Adele conosceva fin troppo bene quello sguardo.

Anche se non erano mai state presentate ufficialmente, Adele sapeva che la ragazza si chiamava Megan Buchanan. Avrebbe dovuto sposarsi con Scott, ma due settimane prima del matrimonio lo aveva lasciato. Nessuno aveva raccontato a Adele che cosa fosse successo nel dettaglio, ma la giovane aveva annullato le nozze di punto in bianco.

Se da vivo Scott ce l’aveva con lei, da morto non sembrava affatto. La guardava con amore, senza ombra di biasimo. Quando le diede un tenero bacio sulla guancia, la ragazza portò una mano al viso, gli occhi sgranati. Si guardò intorno quasi si aspettasse di vederlo.

Adele la osservò attentamente e stabilì che non aveva nulla di eccezionale. Presi singolarmente, il viso tondo, le labbra carnose e gli occhi verdi erano piuttosto ordinari. Eppure nell’insieme aveva uno splendido viso. Megan Buchanan aveva qualcosa di speciale.

Hank Garrison, un altro ragazzo del luogo, a sua volta in uniforme da marine, ordinò a cinque soldati semplici di alzare i fucili per sparare tre colpi a salve in aria. Samuel si aggrappò al deambulatore per tirarsi su. Rick si alzò subito per reggerlo, ma il vecchio testardo rifiutò l’aiuto.

Sui presenti calò un silenzio ossequioso, e per alcuni secondi nessuno si mosse.

Rick diede una mano a Samuel a risedersi e poi si accodò agli altri marine in fila fino alla bara, dove il gruppo si divise formando due file di egual numero ai lati. Con grande precisione piegarono la bandiera a triangolo e Rick la porse a Helen a nome della nazione.

Scott rimase accanto alla madre, mentre questa si premeva il drappo sul petto con un sospiro affaticato. La funzione si concluse, e nei minuti successivi furono versate altre lacrime, altre persone si trattennero intorno a Helen, e alcune salutarono Adele e Samuel per poi uscire lentamente dal vecchio cancello.

«Torno subito», disse Helen.

Quando Adele alzò lo sguardo, Scott la stava osservando. Le rivolse un sorriso da birbante che le fece tornare in mente quando da bambino le rubava i biscotti in cucina. «Non c’è fretta», rispose Adele a Helen.

Per un attimo i vivi lasciarono Adele e Samuel da soli con Scott. Seduta in silenzio, Adele apprezzò il momento, perché sicuramente sarebbe stato l’ultimo che avrebbe passato sia con il bisnipote sia con il cognato.

«Mi vedi, vero?», le chiese Scott.

Adele distolse lo sguardo dal boschetto che circondava il piccolo cimitero e osservò il viso abbronzato del bisnipote. «Sì», rispose.

«Tra poco ti raggiungerò anch’io, ragazzo mio», disse Samuel.

«Sissignore», fece Scott.

«Non serve che vigili», fece Samuel. «Troverò la strada da solo».

«Non vigila su di te», gli rispose Adele.

«Su chi, allora?», chiese Samuel.

Adele osservò Helen avvicinarsi a Megan. Qualsiasi cosa si stessero dicendo le due, non sembrava piacevole. «Loro. Vigila su di loro».

Samuel inspirò e annuì. Se c’era una cosa che lui e Adele avevano capito, era quanto fossero potenti i segreti e le questioni irrisolte che gravavano i vivi quanto i morti.

Capitolo uno

Megan

Lunedì 5 marzo 2018

Norfolk, Virginia

08:00

Megan Buchanan si affrettò verso il negozio d’antiquariato marinaresco Ragland, le raffiche di vento che le sbatacchiavano l’orlo del cappotto e le tiravano indietro la frangetta cortissima appena tagliata. Aprì la porta e fu accolta dal tepore e dal tintinnio della campanella navale sulla porta ad annunciarla.

Via via che il calore le entrava nelle ossa, si gustò l’atmosfera e l’accozzaglia di vecchie lanterne, boe e cime che occupavano ogni centimetro della stanza. Sulla parete in fondo era esposta una vasta collezione di polene con varie fattezze, dagli unicorni alle sirenette pettorute. Un tempo ciascuna si trovava sulla prua di una nave e serviva a esprimerne lo spirito e le prodezze.

Megan passò le dita su un’ancora antica e percorse il passaggio angusto verso il bancone destreggiandosi con il pancione. Nell’attesa la sua attenzione fu attirata da una selezione eclettica comprendente alcuni giochi da tavolo, un barattolone pieno di biglie bianche e rosse e una scatola di domino. Non c’entravano niente con il tema marinaresco, ma il proprietario 

Duncan Travis non si lasciava mai sfuggire un oggetto da pochi spiccioli che si poteva rivendere a bei dollaroni.

Arrivata al banco, la ragazza suonò il campanello. «Duncan, sono Megan».

Dietro la tenda che separava il negozio dalla scrivania che lei sapeva occupata da un computer nuovo di zecca, pile di libri, giornali e riviste, si sentì uno strascicare di piedi. Pur mantenendo il negozio al dettaglio, Duncan si guadagnava da vivere con i cimeli che scovava per clienti privati, collezionisti e arredatori.

«Megan?». Una mano nodosa agguantò l’orlo della tenda viola. Quella pausa ricordò a Megan quanto a Duncan piacessero gli ingressi plateali.

«Sì, sono io».

Da dietro la tenda divisoria spuntò un vecchiettino smilzo con le spalle ingobbite e radi capelli grigi legati in una coda di cavallo. I settant’anni e rotti trascorsi al sole avevano scavato rughe profonde sul viso abbronzato.

Indossava una camicia a righe, dei jeans sbiaditi stretti da una logora cinta in cuoio e un paio di scarpe nere. Sull’indice della mano sinistra scintillava un anello con una pietra onice e simboli massonici, anche se Megan era sicurissima che l’uomo lo avesse scelto per fare scena e non per ciò che rappresentava. Ad avvolgergli elegantemente il polso c’era un orologio d’oro fermo da decenni.

«Sei in anticipo», disse Duncan.

«La visita medica è finita prima».

L’uomo lanciò un’occhiata al pancione tondo. «Sei agli sgoccioli».

«Mi sento una balenottera spiaggiata». Parlavano tutti della bambina e del pancione come se fossero beni della collettività. Benché le facesse piacere l’interessamento, quei discorsi continuavano a ricordarle che non sapeva come tirare su una figlia da sola. «Preferirei parlare degli articoli che hai detto di aver trovato».

A gennaio Megan era stata assunta per soprintendere la ristrutturazione di un antico villino di caccia chiamato Winter Cottage. L’imponente edificio di quasi duemila metri quadrati era stato costruito dal suo trisnonno George Buchanan per la seconda moglie, con la quale aveva condiviso la passione per la caccia all’anatra sulla costa orientale. I lavori erano terminati nel 1901, ma nel 1916 George aveva regalato il villino alla nuora Claire Hedrick Buchanan, la quale ci aveva vissuto fino alla morte sopraggiunta nel 1990.

Duncan la fissò un istante, gli occhi socchiusi. «Hai fatto qualcosa ai capelli».

Megan scostò dalla fronte la frangetta cortissima, rimpiangendo di aver infilato tra la visita al ginecologo e all’antiquario un salto estemporaneo dalla parrucchiera. Non appena le avevano tagliato i lunghi capelli lisci, si era resa conto di aver commesso un altro errore madornale. «Mi sento un po’ un paggetto».

Sulle labbra dell’uomo spuntò un sorriso. «Io direi più che altro Fra Tuck».

Megan scoppiò a ridere e si ricordò che i capelli corti non erano un errore irrimediabile. «Non dovrei venire in paese. Sulla costa sto più tranquilla».

«Non ti sta malissimo», ridacchiò Duncan.

«Bugiardo».

L’uomo scrollò le spalle e poi infilò una mano sotto il bancone. «Ho una cosa per te. Sai dirmi che cos’è?»

«Non ti stanchi mai di questo giochetto?»

«Mai».

Lo facevano ogni volta che Megan andava al negozio. Quando Duncan aveva un oggetto insolito, le chiedeva di indovinarne la storia. Megan si sbagliava di rado, ma d’altronde nell’ambiente del restauro si era fatta un nome come esperta di rarità e stramberie.

«Su», la pungolò Duncan. «Fammi vedere che sai fare».

La ragazza protese una mano. «Dovrò sbrigarmi. Tra un’ora devo essere a casa».

Duncan tirò fuori un cofanetto in velluto rosso con all’interno un orologio da taschino d’oro ricoperto da una leggera patina e con una S circondata di ghirigori.

«Ho pensato che forse potevi darmi un’idea su chi fosse il proprietario», fece l’antiquario.

L’orologio era grande quanto un dollaro d’argento, e la cassa d’oro fine era fredda al tatto. Megan passò il pollice sulla S incisa e poi premette il dito sulla piccolissima chiusura a scatto. La cassa si aprì.

Creato dall’orologiaio francese Cartier intorno al 1850, l’orologio aveva il quadrante color champagne e numeri romani. Le lancette si erano fermate sulle 11:20, e all’interno era stato incisa una dedica: “Alla mia adorata moglie”. A quell’epoca pochissime persone nella zona avrebbero potuto permettersi un orologio così costoso.

«Da dove arriva?», domandò Megan.

«L’ho acquistato a una vendita privata ad Alexandria. La famiglia non aveva informazioni in merito».

Megan richiuse il medaglione e passò i pollici sui delicati ghirigori incisi sulla superficie. «Hai detto Alexandria?»

«Esatto», rispose socchiudendo gli occhi.

A metà Ottocento, nel periodo coloniale in cui il tabacco rappresentava un’industria fiorente, Alexandria era una ricca cittadina portuale. Aveva all’incirca ottomila abitanti, duemilacinquecento dei quali afroamericani. Nel 1819 era stata colpita dalla crisi economica, ma nel 1850 era tornata a prosperare.

Per lavoro Megan conosceva l’alta società dell’epoca. «Cerca il capitano Robert Steward».

L’antiquario scribacchiò il nome. «Perché?»

«Era un facoltoso capitano navale appassionato di orologi. Ne ha indicati oltre duecento nel suo testamento».

L’uomo scosse la testa. «Giusto. Devi essere proprio una sensitiva».

Megan non era una sensitiva, ma aveva una mente che immagazzinava una miriade di dati storici e non scordava mai nulla. Era a quell’archivio che attingeva, non al regno degli spiriti.

Da piccola la sua memoria strepitosa l’aveva aiutata moltissimo a rompere il ghiaccio ogni volta che arrivava in una nuova scuola. Suo padre aveva lavorato nel ramo spedizioni della Buchanan Corporation, e in quegli anni era stato trasferito dieci volte. Per Megan e suo fratello Deacon ogni trasloco aveva comportato un cambio di scuola. Alle elementari ormai erano due esperti a inscatolare libri e giocattoli, a salutare gli amici e a trovare qualcosa di brutto nel posto che stavano per lasciare e qualcosa di bello nel luogo in cui stavano andando.

Il fratello atletico non aveva mai avuto problemi a integrarsi in una scuola nuova, per lei invece quei momenti di transizione erano stati sempre difficoltose e destabilizzanti. A un certo punto aveva capito che raccontando una storia avvincente sul cestino del pranzo di una nuova amichetta, su un bijou o su una foto poteva divertire e conquistare il cuore dei compagni. Le sue valutazioni, che a detta di alcune amiche erano di un’accuratezza spaventosa, erano innocue e spassose. Era un modo strano per integrarsi in una nuova compagnia, ma con lei aveva funzionato.

Passò l’orologio a Duncan. «Nel messaggio dicevi di aver trovato informazioni sul Winter Cottage».

Megan aveva scritto la tesi di dottorato proprio su quell’edificio, la sua unica ancora in un’infanzia passata alla deriva. Da piccola non poteva avere certezze su dove avrebbe vissuto, poteva però sempre contare sul fatto che avrebbe trascorso l’estate sulla costa orientale, all’ombra del Winter Cottage. La sua bisnonna, Catherine Buchanan, aveva ospitato suo papà ogni estate da quando aveva cinque anni fino a quando era andato all’università. A detta del padre, Claire era sempre stata carina e affettuosa con lui, e suo papà non aveva che belle parole per lei e la vecchia casa.

foto presa dal web

Mary Ellen Taylor vive a Richmond, in Virginia, ed è autrice di romanzi femminili che esplorano i temi della famiglia, dell’appartenenza e della ricerca del proprio posto nel mondo. È conosciuta anche con lo pseudonimo di Mary Burton, con cui ha scritto (e scrive) thriller bestseller del «New York Times» e di «USA Today». La Newton Compton ha pubblicato Segreti, bugie e una tazza di caffè Il ricordo delle cose belle. Per saperne di più, il suo sito è maryellentaylor.com

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