Una scelta può cambiare per sempre il corso di una vita
1941. 
Durante un’afosa serata nel quartiere di Kowloon, uno dei di­stretti più caratteristici della co­lonia di Hong Kong, la dottores­sa Rowena Rossiter è in cerca di un po’ svago dopo il duro lavoro. Ancora non sa che il suo mondo è sull’orlo del collasso.
Quella sera, Rowena incontrerà due uomini che si batteranno per il suo cuore negli anni seguen­ti. Connor O’Connor, un soldato irlandese ribelle, che la corteggerà con determinazione e piglio scan­zonato; e Kim Pheloung. Immen­samente ricco, Kim è l’uomo più bello che Rowena abbia mai visto; e anche il più spietato, con un si­nistro bisogno di possesso e con­trollo. Nei suoi occhi c’è qualcosa di magnetico e Rowena sa che la­sciarlo avvicinare troppo potrebbe rivelarsi molto pericoloso…
Nel frattempo avviene il disastro: i giapponesi attaccano Hong Kong e il mondo diventa un inferno pieno di orrore.
Si possono amare due uomini allo stesso momento?
Una storia romantica e struggente, tra le esplosioni della guerra e quelle del cuore

«Un libro intenso, commovente, indimenticabile. I personaggi sono ritratti magnificamente e le atmosfere rimangono impresse nella memoria.»
«Non avevo mai letto niente del genere, è stata un’esperienza unica. Preparate i fazzoletti, perché è impossibile non commuoversi!»
«Un romanzo che riesce a farti viaggiare senza mai alzarti dalla poltrona.»

Un Natale nero, senza neve.
Recinzioni alte, senza libertà.
Sprazzi di sole, nuvole e pioggia scura.

Capitolo 1

Hong Kong, 1941

C’era solo un’automobile sullo Star Ferry pronto a salpare da Hong Kong per Kowloon. Era un veicolo comune, ma la donna seduta al volante era di eccezionale bellezza, con capelli scuri e lineamenti regali.

La sua compagna era bionda, con gli occhi accesi per l’eccitazione. «Rowena, penso proprio che stasera mi prenderò una bella sbronza».

«Vacci piano, Alice. La notte è ancora giovane».

«La nostra è l’unica macchina. Te ne sei accorta? Anche se quel tizio laggiù ha una bicicletta».

Quasi tutti i passeggeri a piedi erano accalcati vicino all’uscita, ansiosi di sbarcare il prima possibile. L’uomo portava la bici sulle spalle.

Indossava una casacca nera sopra i pantaloni in stile cinese, e stava appoggiato alla ringhiera laterale, vicino a un tipo ben piazzato, con gli occhi fissi sull’acqua nera e una sigaretta appesa a un angolo della bocca.

Rowena gli rivolse uno sguardo di sfuggita. Non le importava degli altri passeggeri. Pensava soltanto ad allontanarsi dall’ospedale in cui lavorava a Hong Kong, per godersi una serata di baldoria. Magari potevano anche concedersi una sbronza, ma pensò che poi sarebbe toccato a lei guidare. Oppure avrebbero ballato fino all’alba, lanciando occhiate lascive alle orde di marinai in rotta per le mille luci di Kowloon. «Non vedevo l’ora. Grazie di essere venuta».

«Non c’è di che. Non vedevo l’ora anch’io. Anzi, ne avevo proprio bisogno. Quando fai l’infermiera puoi scordarti la bella vita. L’altra notte ho sognato le padelle piene di pipì. Ormai non sogno altro».

«Sei una brava infermiera, Alice. Io… noi apprezziamo molto il tuo lavoro».

«Non credo che i suoi colleghi mi siano riconoscenti quanto lei, dottoressa Rossiter».

«Dammi pure del tu. Non siamo in reparto».

«È bello sapere che non sono soltanto una serva. Non tutti i dottori sono come te, Rowena».

«Perché sono uomini».

«Fidati di me, che vengo da Brisbane: poteva andare peggio. Potevano essere australiani».

Il suono gutturale della sirena soffocò le loro risate, annunciando che il traghetto stava per attraccare.

Distogliendo lo sguardo dalle due donne in macchina, l’uomo appoggiato alla ringhiera diede un ultimo tiro alla sigaretta e la gettò in mare.

Alice scese con la manovella di avviamento. Diede una girata ma la manovella tornò indietro di scatto.

«Provaci di nuovo», gridò Rowena.

Lei fece un altro tentativo, ma successe la stessa cosa.

«Accidenti! Mi ha quasi staccato un braccio», esclamò, massaggiandosi la spalla.

L’uomo con la bicicletta le fece cenno di spostarsi, prese la manovella e provò a girarla. Il motore della Austin tornò in vita borbottando.

«Grazie… Oh. È sparito».

Alle otto di sera, stracolme di umanità, le strade di Kowloon erano immerse nel bagliore sorprendente del mare di lampade a neon, nei momenti in cui c’era l’energia elettrica, e tremolavano quando questa veniva a mancare.

«Comprate, grandi affari!».

Rowena alzò prontamente i finestrini.

«Bolliremo come aragoste», disse Alice.

Lei rise. «Il minore tra due mali».

«Chi ha avuto questa pazza idea?»

«Io! C’è la guerra, Alice. E questa potrebbe essere la nostra ultima chance di spassarcela, cantare e ballare fino all’alba».

«Come no! Domani siamo di nuovo di turno».

«Allora fino a mezzanotte».

«Perché là è tutto buio?».

Nella ressa di venditori ambulanti e soldati in licenza, Rowena ebbe tutto il tempo di guardare il punto indicato da Alice.

«Perché quella è la vera Cina. La città murata di Kowloon».

Alice arricciò il naso guardando gli edifici fatiscenti tra la via principale e la città vecchia. «Sembra che stiano per crollare».

«In effetti qualche pezzo ogni tanto viene giù, quando piove».

«Assurdo. Non andremo mica lì, vero?».

Rowena sorrise. Alice era sfacciata e cercava di mostrarsi coraggiosa, ma sotto sotto tremava. «Vuoi andarci?»

«No, grazie. Avevi detto che andavamo a ballare».

«È un bar, non c’è una sala da ballo. Si chiama Connor’s Bar. Me l’hanno consigliato».

Alice indicò gli impressionanti blocchi di pietra della città murata. «Ma non è lì. Dimmi che non è lì».

«Certo che no. Nessuno disturba la gente che ci abita. Persino la polizia di Hong Kong lì dentro non ha vera giurisdizione».

«Qui invece è pericoloso?»

«No, qui non corriamo rischi, più o meno».

Alice scosse la testa, disperata. «Rowena Rossiter, non so perché mi sono fatta convincere ad accompagnarti».

«Perché volevi venire».

Alice esitò. «Allora devo essere matta quanto te, e pensare che sei un medico».

«Devi ammettere che è meglio del solito fox-trot con un militare brufoloso al circolo sportivo o al club degli ufficiali».

«Puoi dirlo forte. Quindi deduco che il vecchio Reggie ti fa ancora la corte?»

«Eh già».

La folla si divise come una marea, spinta gentilmente da parte dal cofano della Austin che Rowena si era fatta prestare da Reggie, il suo aspirante, ma tuttora mancato, rubacuori. «Il caro vecchio Reggie», mormorò.

Alice scoppiò a ridere. «Si aspetta che lo ripaghi per averti prestato la macchina… Se capisci cosa intendo».

«In tal caso, gli ricorderò che è un gentiluomo, nonché figlio ed erede di un noto gentiluomo».

«Eh, già». Alice sogghignò. «Ha una reputazione da mantenere».

«Andare a letto con Reggie Stuart non è certo il sogno della mia vita».

Reggie le faceva la corte da mesi. Cene, teatro e altri svaghi avevano fallito e ovviamente lui sperava di raggiungere lo scopo prestandole la Austin. Ma Rowena la pensava diversamente. Lui non le piaceva. Era troppo simile agli altri ufficiali di stanza a Hong Kong, un avamposto dell’impero che non garantiva nemmeno un organico completo di personale militare. Era ridotto al minimo, soprattutto se paragonato a quello di Singapore.

Lo sfregamento delle calze di seta produsse un suono stridente, quando scesero dall’auto, ritrovandosi subito con le ascelle bagnate per l’afa persistente di quella giornata, costrette ad asciugare il sudore sopra le labbra con i fazzoletti.

Qualcosa apparve e scomparve, in un vicolo scuro, attirando subito l’attenzione di Rowena. Mise a fuoco il nome del negozio all’angolo del vicolo e la targa al di sopra. «Casa della Pace. È qui».

Alice la seguì nel vicolo. «Come facevi a sapere cosa c’era scritto?».

Rowena si fermò e indicò gli ideogrammi cinesi sulla targa. «Quel tratto in cima è un tetto. Quello in basso è una donna. Una donna sotto un tetto significa pace. Due donne sotto un tetto, guerra».

«Detto così, è abbastanza ovvio».

Rowena la prese a braccetto. «Andrà tutto bene. Fidati di me».

«Se lo dici tu. È un po’ buio, comunque».

«Siamo arrivate».

Sopra la superficie spoglia di una porta rosso scuro, una targa solitaria, priva di qualsiasi vezzo decorativo, dichiarava che erano giunte a destinazione: Connor’s Bar. Una figura in nero tagliò il fascio di luce che veniva dalla porta, brevemente aperta, poi sparì, inghiottita dalla profonda oscurità del vicolo.

«Sei sicura che non ci saranno solo ufficiali e giovinastri dell’alta società? Cioè, il nome è inglese».

«È irlandese. Fidati».

Forse la porta era semplice, l’insegna non appariscente, ma l’interno era tutt’altro. Si diffuse un seducente profumo di sandalo e spezie, insieme a un eloquente odore dolciastro.

Rowena entrò come se fosse a casa sua, una visione in seta verde, con i lucidi capelli neri intrecciati intorno alla testa.

Alice la seguì ansiosa. «Non mi avevi detto che era così», bisbigliò.

«Perché non lo sapevo».

«Scherzi?»

«Scusa. La verità è che ne ho solo sentito parlare e dovevo dare un’occhiata di persona, ma non volevo venirci da sola».

«Rowena! Come hai potuto?»

«Mi trovo bene con te».

«Potevi farti accompagnare da Reggie».

«Avrebbe rovinato il mio stile…». Rowena tenne la porta aperta mentre divorava con gli occhi quel posto che le avevano raccomandato come eccitante e sorprendentemente diverso. Muri rossi e neri. Sul soffitto erano dipinti dei draghi, creature portafortuna per i cinesi.

Lungo le pareti c’erano dei salottini ricavati dai talami nuziali, di cui erano rimasti solo il baldacchino e il giroletto in legno riccamente scolpito. La parte in cui i novelli sposi avevano consumato il matrimonio era stata rimossa, sostituita con panche disposte intorno a un tavolo oblungo con le gambe decorate da splendidi intarsi. Rischiarati solo da lampade essenziali, i lineamenti degli occupanti erano indistinti, un misto di ombre e sprazzi ardenti, come i volti a lume di candela dei vecchi dipinti olandesi, in contrasto con lo sfondo cupo.

Il salottino meglio illuminato conteneva un gruppo di uomini d’affari cinesi che giocavano a carte sotto una lampada a sospensione, con un paralume di vetro a cono, simile ai tipici cappelli dei portantini.

Da un altro salottino giunse la risata di una donna, da un altro ancora il mormorio sommesso di uno scambio di confidenze. Qualcuno cantava The Flower of Killarney

«Mavourneen’s the flower of Killarney,
The fairest of all to me…»

Mentre canticchiava la melodia del canto tradizionale irlandese, Rowena notò un fedora bianco su un tavolo, accanto a un bicchiere, in un salottino buio…

Jean Moran è stata editorialista e giornalista pri­ma di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. Da allora ha pubblicato più di cinquanta romanzi, diventati best­seller. È nata e cresciuta a Bristol. Trae ispirazione per i suoi libri dai racconti delle esperienze reali di sua madre, sopravvissuta agli anni della guerra. Vive a Bath.

Jenny Citino

Di Jenny Citino

Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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