Un segreto del passato si nasconde tra le pagine ingiallite di un diario

Callie, una timida cameriera, è appena arrivata a Montevino, in Italia, dal Texas, in cerca di rispo­ste sulla sua identità. Ha scoperto da poco di essere stata adottata e di aver ereditato dalla madre che non sapeva di avere la splendida villa in collina che ha davanti, e che la lascia decisamente senza fiato. Con le chiavi ancora strette tra le mani si prepara a varcare i cancelli arrugginiti, dove la aspet­ta un primo incontro con Tom­maso, il custode del castello che sorge poco distante dalla villetta. Attraverso la sua vera madre, Cal­lie entra in possesso anche di un taccuino di pelle color tortora, il diario di una donna di nome Eli­sa. Pagina dopo pagina, Callie viene travolta dalla storia d’amo­re di Elisa, scoprendo come abbia sposato in segreto il suo fidanza­to d’infanzia prima di decidere di unirsi alla Resistenza. I due ave­vano giurato di ritrovarsi quando la guerra fosse finita, ma il destino decise diversamente. Callie è cer­ta che la sua vita e quella di Elisa siano in qualche modo collegate, e che la verità sulla sua famiglia d’origine sia nascosta tra le pagine ingiallite del diario. Questo le dà il coraggio per iniziare a fare do­mande agli abitanti del paese, fino a quando sente che il suo cuore comincia finalmente ad aprirsi.
N°1 negli Stati Uniti
Un’autrice bestseller da oltre 1 milione di copie
Tradotta in 12 Paesi


«Da Napoli a Glasgow, in Scozia, per diventare un caso letterario internazionale nel segno di uno zio che pesa nel panorama della letteratura italiana del Novecento: Carlo Levi. Daniela Sacerdoti, penna da un milione di copie vendute nel solo Regno Unito, tradotta in dodici Paesi, occhi enormi e incuriositi, altra eredità di famiglia accanto al talento per la scrittura.»
La Repubblica

«Daniela Sacerdoti, pronipote di Carlo Levi, ha sposato uno scozzese, scrive in inglese ed è stata per 18 mesi tra le autrici più vendute.»
L’Espresso

A te, che ti rialzi ogni volta che cadi,
e alla tua anima meravigliosa

Prologo
Gli occhi di un soldato

Montevino, 12 aprile 1945

Mi rigiravo senza posa sotto al cielo stellato, mentre una luna fredda e severa scrutava la casetta nel bosco in cui ci eravamo nascosti. All’ombra dei massi argentei di granito, pregavo che i soldati non si spingessero fin lassù, o che almeno passassero senza fermarsi, troppo presi dalla fretta per accorgersi della nostra presenza. Forse avevano già riscosso il loro tributo di sangue dai miei compaesani, dalla mia gente.

Sotto di noi, Montevino era in fiamme. Gli spari risuonavano nella notte, proiettili destinati ora a una donna, ora a un bambino, ora a un signore troppo vecchio o malato per difendersi. Ormai rimanevano solo loro. Gli uomini se n’erano già andati tutti.

Nonostante l’orrore che mi circondava riuscii a addormentarmi, con la guancia posata sulla canna di freddo metallo, abbracciata al fucile che sapevo a malapena usare. Ci riuscii, nemmeno io so come, e caddi in un sonno febbricitante e convulso che portò con sé una sorta di delirio. Il ricordo di un passato, allo stesso tempo vicino e lontanissimo, in cui io e Leo eravamo insieme, in cui era impensabile anche solo immaginare quanto di lì a poco sarebbe successo.

Nel sogno, io e Leo eravamo distesi in un campo poco distante da casa mia. Il cielo era azzurro, punteggiato da soffici nuvolette bianche. La luce del sole filtrava tra le foglie dei pioppi che ondeggiavano come ghirlande alla festa del paese, e la sua mano, ruvida e avvezza al lavoro, stringeva la mia. Eravamo davvero destinati l’una all’altro, noi due? Oppure avremmo continuato a girarci intorno per anni, tra le sue ripetute offerte d’amore e le continue fughe mie, che avevo sempre altri piani?

Lo conoscevo da quando ero bambina, quest’uomo con gli occhi così neri da rispecchiare la mia anima, l’uomo con la passione delle vigne, il ragazzino senza madre che spesso la sera veniva a casa nostra per godere del calore di una famiglia. Aveva un animo risoluto e un cuore gentile.

Leo Bordet era la persona con cui avrei passato il resto della mia vita, se non fosse arrivata la guerra a distruggere tutto.

Nel sogno, mi baciava sotto il cielo primaverile e per un attimo la felicità mi mozzava il fiato. La mia famiglia si era riunita in nostro onore. Sentivo le loro voci in lontananza, non troppo distanti.

«Vuoi sposarmi?», mi chiedeva. Le sue parole riecheggiavano nella mia mente come se le avessi già udite mille volte. Come se quello fosse sempre stato il nostro destino e io avessi impiegato anni e anni per capirlo.

«Sì. Sì. Certo che voglio sposarti», rispondevo, e lui mi tirava a sé, verso i suoi occhi e la sua bocca.

Le voci dei miei familiari, che ci avevano raggiunto, salivano fino al cielo in un girotondo di mani colme di margherite, papaveri e ranuncoli che ci incitavano e reclamavano un altro bacio. Nella luce abbacinante del sole mi pareva di scorgere papà che si alzava dalla sedia a rotelle e si reggeva sulle sue gambe, e la mamma giovane e bella come una volta, prima delle gravidanze, prima di una vita di duro lavoro, prima delle pene. C’era anche la zia Costanza, con i suoi boccoli neri, un sorriso dolce, quasi etereo, sulle labbra e l’amato rosario avvolto al polso. E Pietro, il mio fratellino! C’era anche lui, con indosso la divisa da soldato. Oh, Pietro!

Le lacrime mi rigavano le guance. Perché piangevo, se tutti erano di nuovo lì con me, vivi, in salute, a circondarmi del loro amore?

Perché una parte di me, anche se stavo dormendo, sapeva che non era reale.

Proprio in quel momento, la mia famiglia cominciava a dissolversi, a partire da mio fratello. Mi salutava con la mano mentre la sua immagine sbiadiva lentamente.

«Non te ne andare, non te ne andare!», gridavo, guardando la luce del tramonto che guizzava nei suoi occhi per poi spegnersi. Un attimo dopo, anche Leo iniziava a scomparire proprio davanti a me.

«No, non andare!».

Lui mi stringeva, una mano sulla mia nuca, l’altra attorno alla vita, e mi sussurrava all’orecchio: «Resterò per sempre al tuo fianco».

Gridavo il suo nome, mentre due mani forti mi afferravano il braccio e mi tiravano in piedi, facendo cadere il mio inutile fucile sull’erba.

Dopo un’eternità, l’alba mi sorprese viva e tremante, con gli occhi sgranati, accoccolata contro la muschiosa parete di sasso della casetta. Mi inoltrai barcollando nel bosco rischiarato dall’alba, diretta alle macerie fumanti di Montevino. La mia mente si attivò all’istante, come le era stato insegnato. Bisognava seppellire i morti… ma qualcuno ancora vivo c’era. Nel vedere i feriti, i loro volti familiari coperti di polvere e di sangue, le donne e i bambini che invocavano aiuto, a un tratto ricordai che non ero soltanto una donna distrutta e ferita: ero un medico, e loro avevano bisogno di me.

Capitolo 1

San Antonio, Texas, 2019

Sprofondai sulla sedia con un sospiro; il baccano della sala piena per il “mercoledì della famiglia” passava attraverso la porta. Finalmente era arrivato il momento della pausa caffè. Di solito ero piena di energie, ma quell’esistenza monotona passata a servire ai tavoli mi stava succhiando ogni linfa vitale. Non prendevo una giornata libera da… non lo ricordavo nemmeno. Quel giorno mi pesava in modo particolare: era il mio ventunesimo compleanno e per la terza volta nella stessa settimana stavo facendo il doppio turno.

Per rallegrarmi frugai nello zaino in cerca degli opuscoli delle università. Non mancava molto. Un paio d’anni al massimo e avrei avuto abbastanza risparmi da lasciare il lavoro e iscrivermi. Potrei diventare un’insegnante… oppure un avvocato, una fisioterapista… o, ancora meglio, una bibliotecaria! Non ne avevo idea. Provavo invidia nei confronti di chi sentiva una vocazione, ma stavo andando nella giusta direzione, per lo meno.

Il Windmill Café era stato la mia àncora di salvezza da quando non ero più sotto la tutela dei servizi sociali. Aveva dato ordine alle mie giornate, mi aveva permesso di andare a vivere da sola e nei miei colleghi avevo trovato una piccola famiglia. C’era anche del buono, in fondo, ma ormai era arrivato il momento di voltare pagina. Non appena me lo sarei potuto permettere.

«Callie?».

Mi sforzai di sorridere alla mia amica Kirsten, che entrò raggiante nella saletta del personale. I capelli biondi lunghi fino alla vita e l’apparecchio per i denti la facevano apparire molto più giovane dei suoi vent’anni; tutti si facevano distrarre da quegli occhioni azzurri e dal suo bel sorriso, e solo quando era ormai troppo tardi si accorgevano dal suo lato testardo e un po’ prepotente. Quando avevamo indosso la divisa nera con la gonna al ginocchio, in confronto a lei sembravo ancora più alta, scura e seria.

Dopo Kirsten arrivò Shanice, il nostro capo, e poi Latesha, una delle altre cameriere. «Ehi», esclamai, confusa. Un secondo dopo, mi voltai nuovamente verso Shanice e notai che aveva in mano una fetta di torta con una candelina accesa.

«Non avrai mica creduto che ce lo fossimo dimenticato?», fece Kirsten, e attaccarono a cantare Tanti auguri, strappandomi il primo vero sorriso della giornata.

«Ragazze, non dovevate!».

«Cosa? È il tuo ventunesimo compleanno, certo che dovevamo!», ribatté Shanice.

«Hai espresso un desiderio?», mi domandò Kirsten.

Chiusi gli occhi per un momento e cercai di pensare a qualche richiesta pratica: racimolare i soldi per andare all’università, invocare un segno divino che mi indicasse quale strada prendere. Invece, mi uscì fuori una cosa totalmente diversa: non essere sola al mondo. Quel desiderio inconfessabile era emerso dal profondo, come un ospite sgradito che si era intrufolato alla nostra festicciola improvvisata, tra i canti e gli applausi.

I miei genitori erano morti quando avevo dieci anni, in un incendio. Nessuno dei due aveva parenti stretti ancora in vita, quindi mi avevano data in affido e, nel mio cuore, sentivo di poter contare solo su me stessa. A quanto ne sapevo, non esisteva nessuno nelle cui vene scorresse il mio stesso sangue. Ero decisa a non farmi abbattere, ma… be’, a volte la solitudine era insopportabile. Così, presa alla sprovvista, senza avere il tempo di pensare, erano state le emozioni a parlare e il mio desiderio più nascosto era venuto a galla.

«Bene, e adesso vai», esclamò Shanice, posando le mani sui fianchi.

Non mi mossi, confusa dalla sua richiesta. «Andare dove?»

«Prenditi il pomeriggio libero. E non accetterò un no come risposta».

«Non ho bisogno di un pomeriggio libero, a dire la verità…».

«Ecco che ricomincia!». Kirsten alzò gli occhi al cielo.

«Be’, lo prenderai lo stesso», sentenziò Shanice. In realtà aveva un’anima gentile, ma alla prima impressione… era una di quelle persone che non vorresti mai fare arrabbiare.

«Non ne ho bisogno…».

«E invece sì. Andrai a fare compere. Questi sono i piani. Tieni». Shanice mi consegnò una busta rosa acceso. «Da parte di tutte».

«Ragazze…». Estrassi il biglietto. Sopra c’era scritto “Auguri!” in italiano, la lingua dei miei genitori. Mi coprii la bocca con la mano e scoppiai a ridere per la sorpresa e la contentezza.

«Spero di averlo scritto bene», spiegò Kirsten. «L’ho cercato su Google!».

«Italiano perfetto». Assieme al biglietto trovai un buono regalo per “Francesca”, uno dei miei negozi d’abbigliamento preferiti.

Per Callie, da parte delle tue colleghe del Windmill Café
Vietato usare questo regalo per scopi pratici
VIETATO METTERLO DA PARTE PER L’UNIVERSITÀ
Solo vestiti nuovi!

(Guarda che controlliamo!)

«È fantastico». Ero commossa, non sapevo cosa dire.

«Controlleremo, Callie!», ribadì il mio capo, picchiettando un’unghia fresca di manicure sull’ultima riga.

Mi posai una mano sul cuore. «Giuro solennemente che il vostro regalo verrà utilizzato solo per acquisti del tutto superflui».

«Brava, così ci piaci. E adesso dammi quel grembiule e sparisci. Buon compleanno, Callie», ripeté, e prima di tornare in sala con Latesha al seguito mi abbracciò. Io e Kirsten rimanemmo da sole e iniziai a cambiarmi.

«Ti faccio un caffè. Mangia la tua torta», mi disse con un sorriso.

Non avevo programmato niente di particolare per il mio compleanno. Quasi tutti, nella mia ristretta cerchia di conoscenti, lavoravano lì al caffè. Dunque non so cosa mi spinse a farle la domanda che seguì.

«Kirsten, stavo pensando… no, non importa. Vieni, prendi un pezzo di torta».

«Dai, stupidina, dimmi». Mi sorrise e prese un cucchiaio dal cassetto delle posate.

«Ti piacerebbe andare da qualche parte stasera, per caso? Non so, a cena o…».

«Oh, Callie, mi dispiace, non posso! Vado da mia sorella. Suo marito ha ottenuto una promozione e siamo tutti…».

«Certo, certo».

Kirsten aveva una famiglia allargata molto numerosa e si vedevano spesso.

«Mi ricordavo che avevi detto di non voler festeggiare, così…».

«Sì, è vero. Non c’è problema, sul serio».

«Facciamo domani? Mi dispiace tantissimo, ma non potevo dire di no a mia sorella».

«Certo, non preoccuparti, per favore». Sentivo le guance avvampare. Mi ero pentita amaramente di averglielo chiesto. Che mi era preso? Ero abituata a non chiedere mai niente a nessuno, tanto andava sempre a finire male.

Kirsten si toccò il petto con una mano. «Adesso mi sento un mostro».

«Non devi. Farò una maratona di film».

«Bene, a te piacciono quelle cose», rispose Kirsten.

In realtà intendeva: “Che tristezza”.

«Un sacco», dissi, mangiando l’ultimo pezzetto di torta. «Grazie mille per il biglietto e per il regalo. Siete favolose». Le sorrisi e le gettai le braccia al collo, e Kirsten mi strinse a sua volta.

«Anche tu! E adesso vai e divertiti a fare compere! Mi dispiace di non poterti accompagnare. Non posso lasciare Shanice a corto di personale».

«Capisco, non preoccuparti». Sentivo uno strano groppo alla gola.

«Ma tu andrai a comprarti un vestito, non è vero? Vorrei vederti in rosa!».

«Non mi vedrai mai in rosa! Però il rosso non mi dispiacerebbe. Sta bene con i miei capelli», risposi, fingendo di gonfiare la mia capigliatura nera. «Ciao», dissi, aprendo la porta sul retro. La giornata era calda e primaverile. Mi infilai gli occhiali da sole e uscii, voltandomi per salutare un’ultima volta Kirsten con la mano, ma lei non c’era già più.

La passeggiata lungo il fiume era piena di gente, e la superficie dell’acqua brillava al sole del Texas. Nonostante fosse un giorno lavorativo, sembrava che tutta la città si fosse data appuntamento lì per mangiare, chiacchierare e fare shopping. Mi fermai davanti alla vetrina di un negozio di vestiti, accanto a due donne. «Quello sarebbe perfetto per te, tesoro», disse la più anziana alla più giovane, indicando un abito da sera color pesca che lasciava scoperte le spalle del manichino. Feci per andarmene e per poco non finii addosso a un ragazzo accovacciato, che teneva una bambina capricciosa ai primi passi. La prese in braccio appena in tempo, prima che ruzzolasse per terra. «Attenta!», le disse, stampandole un bacio sulla guancia paffuta. Tra le braccia dell’uomo sembrava piccolissima, al sicuro. Mi chiesi dove sarei stata in quel momento se i miei genitori fossero stati vivi, che cosa avrei fatto. Perderli così presto aveva cambiato irrimediabilmente la mia vita.

Mi riscossi e ripresi a camminare. Callie, basta. È il tuo compleanno. Goditi questo momento. Sei al sicuro. Hai un tetto sopra la testa, hai un lavoro, va tutto bene. E, se metti da parte un altro po’ di soldi, ti aspetta un futuro migliore. Non c’è motivo di essere triste. Nessun motivo.

Tuttavia, mi sentivo spersa e la mia testa era un turbine di pensieri. Non volevo riconoscerlo, ma avevo l’assillante sensazione che niente sarebbe mai cambiato, per me. Forse sarei andata all’università, avrei imparato ad aprirmi, magari mi sarei persino innamorata, ma il buco nero che la perdita aveva scavato nel mio cuore non si sarebbe mai colmato.

Per distrarmi entrai da Starbucks per ordinare la mia bevanda preferita: latte alla menta. In quel momento il cellulare iniziò a squillare. Sullo schermo comparve un numero che non conoscevo.

«Pronto».

«Pronto, Callie?».

Una voce bassa, roca, che riconobbi all’istante. Nel risentirla dopo tutti quegli anni, il mio cuore iniziò a battere all’impazzata.

Daniela Sacerdoti è la pronipote del celebre scritto­re Carlo Levi. È nata a Napoli ed è cresciuta in Piemonte, ma negli ultimi anni ha vissuto in Scozia. È laureata in Lettere classiche ed è stata insegnante di italiano, latino e greco. Scrive sia in italiano che in inglese. La Newton Compton ha pubblicato Ho bisogno di te, suo romanzo d’esordio, bestseller in Inghilterra, Se stiamo insieme ci sarà un perchéAmore zucchero e caffè, Tienimi accanto a te, che ha riscosso un notevole successo in Inghilterra, e I segreti della villa in collina.
https://www.danielasacerdoti.com/

Jenny Citino

Di Jenny Citino

Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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