In questa raccolta, molte fra le più amate e apprezzate scrittrici italiane raccontano altrettante «muse»: donne sfrontate e bellissime o, al contrario, miti e riservate che, per lo spazio di una notte o per l’esistenza intera, hanno stretto relazioni complesse (e pericolose) con uomini di successo. Muse non sempre «gettate» ma per lo più misconosciute – dando così corpo all’odioso detto secondo cui «dietro ogni grande uomo c’è una grande donna» – che tornano dunque, finalmente, al centro del palcoscenico letterario. Le pioniere della psicanalisi e Kate Moss dalle cento copertine, Kiki regina di Montparnasse per una notte e Maria Callas la Divina per sempre, Nadia Krupskaja che lavora a realizzare il socialismo, Rosalind Franklin che scopre la struttura del DNA, le ispiratrici di pittori, musicisti, scrittori, filosofi: spaziando fra epoche e luoghi diversi, destini felici e infelici, Musa e getta  giunge al cospetto di leggende viventi, persino sbarcate su Instagram, come Amanda Lear. Sedici autrici di prim’ordine svelano qui altrettante donne meravigliose, offrendo a lettrici e lettori uno sguardo nuovo sul rapporto tra i sessi, l’identità femminile, la lotta per l’emancipazione. Le scrittrici: Ritanna Armeni, Angela Bubba, Maria Grazia Calandrone, Elisa Casseri, Claudia Durastanti, Ilaria Gaspari, Lisa Ginzburg, Chiara Lalli, Cristina Marconi, Lorenza Pieri, Laura Pugno, Veronica Raimo, Tea Ranno, Igiaba Scego, Anna Siccardi, Chiara Tagliaferri. Le muse: Lou Andreas-Salomé, Luisa Baccara, Maria Callas, Pamela Des Barres, Zelda Fitzgerald, Rosalind Franklin, Jeanne Hébuterne, Kiki de Montparnasse, Nadia Krupskaja, Amanda Lear, Alene Lee, Dora Maar, Kate Moss, Regine Olsen, Sabina Spielrein.

alle nostre madri
A.N. – S.S.

Ecco il rosmarino per la memoria; ti prego, amore, ricorda.
WILLIAM SHAKESPEARE

Prefazione

A volte si parla così tanto di una cosa, e lo si fa da così tanto tempo, che quando poi diventa necessario scriverne sembra impossibile trovare le parole. Ma ci proveremo. E partiremo dall’inizio, com’è normale.

In principio sono stati dei libri. Uno in particolare, Lizzie Siddal. Il volto dei preraffaellitidi Lucinda Hawksley, che ci siamo passate per poi farlo passare in buone e lisce mani. Anzi, prima ancora di acquistarlo, è stato un articolo su una rivista d’arte, datato 2013 e preziosamente conservato: Un’eroina di nome Lizzie, la recensione di Paola Ugolini titolava. La biografia della musa di Dante Gabriele Rossetti, eccolo, se così si può dire, il nostro seme zero.

Perché, da lì a qui, altri semi abbiamo gettato. Gettato, sì, ma nella terra che accoglie, dove almeno altri tre libri hanno germogliato: Se tu avessi parlato Desdemona. Discorsi immaginari di donne arrabbiate di Christine Brückner, Les fées ont soif di Denise Boucher, Cassandra di Christa Wolf. Testi noti a chi, come noi, si occupa di teatro, ma anche classici della letteratura femminista.

C’è stata poi, nel 2019, la grande mostra antologica Dora Maar al Centre Pompidou di Parigi. E il souvenir, una foto di lei che, con le sue piccole dimensioni, è diventata manifesto per noi: Assia, o Donna che ha paura della sua ombra, il sottotitolo impresso a fuoco.

E ci sono stati altri luoghi: una spiaggia del litorale laziale, un locale trendy (#parolaorrenda) della capitale, un giardinetto in attesa di nuove feste e di fioriture nuove.

C’è una domanda, soprattutto, e da subito: e lei? Lei nel rapporto squilibrato, lei accanto all’uomo di genio, lei che ha ispirato, lei con un compagno dalla personalità dirompente e soverchiante? Lei con i suoi talenti più o meno nascosti, lei relegata (dall’epoca, anzi dalle epoche…) a comprimaria, a subalterna, lei nell’iniquo? Una domanda che si è propagata, portandoci a meglio osservare le sfumature di rosso tra il sacrificio estremo di Jeanne Hébuterne e l’esistenza ribelle di Lou von Salomé. Con quel lei che, nel mentre, era diventato loro, quindi magnifica rete, già allora.

Non sta a noi dire cosa sia questo libro, che è stato soprattutto occasione di scambi spesso illuminanti e di amicizie sempre succose. È un’antologia al femminile, certamente, che raccoglie sedici contributi appassionati di sedici stupende scrittrici. Che hanno accettato di far parte di una pubblicazione collettanea pensata per l’editoria e per il teatro, perché su questo terreno fiorirà anche uno spettacolo. Scrittrici che hanno narrato, con libertà di scelte, forme e stilemi, vite di donne di talento che hanno vissuto accanto o che hanno gravitato nelle esistenze di uomini celebri e affermati.

Dai semi gettati sono nate piante con le radici in realtà storiche diverse o con lo stelo alto levato a osservare le nostre, di contraddizioni. Difficili da catalogare o semplici da ammirare, a noi sembrano tutte bellissime. Anche, e anzi soprattutto, quelle che, forse esposte al vento freddo del nord, hanno conosciuto la malattia mentale, l’elettroshock, il suicidio… anche la malerba, che cresce in ogni campo e che, infestante, eccentrica, magari geniale, riserva sorprese a chi non si limiti a estirpare.

Su che cos’altro sia questo lavoro, saranno i lettori a illuminarci, magari. Lettori che speriamo essere anche uomini, curiosi di scoprire quanto varia e ricca e sorprendente sia la narrazione dell’altra metà del cielo. E quanto profumata la nostra antologia, che è stata propriamente, per rispolverare il greco, una «raccolta di fiori» (da ánthos, «fiore», e légō, «io raccolgo»).

Non abbiamo rivendicazioni da fare, se non la volontà di far conoscere un’altra versione della Storia, delle storie. Ma per un momento delle nostre vite il teatro e l’editoria sono stati, insieme e in diversa misura, le nostre case. E allora abbiamo, sì, delle intenzioni: fare da ponte (#parolabellissima) per far vibrare «la versione di lei» dalle tavole dei palcoscenici, appena si potrà, domani.

Mancano all’appello così tante muse tra quelle nel tempo pensate che, in noi che amiamo sognare, germoglia anche il sogno di un secondo volume. In cui dare infine voce anche a Lizzie Siddal, incredibilmente rimasta fuori dal coro, con quel suo corpo magrissimo, gli occhi grandi ambrati, i lunghi capelli color rame; rimasta nella vasca per John Everett  Millais che con Ophelia l’ha immortalata; immersa nell’acqua diaccia quando le lampade rudimentali per riscaldarla avevano smesso di funzionare… Oppure no, mentre tutto scorre, tutto si ferma a questi sedici corpi e volti e voci, a questi racconti, monologhi, dialoghi immaginari, confessioni, pagine. E Anna Karina, Simone de Beauvoir, Liv Ullmann troveranno altre penne, libri, mostre, strade. E Lizzie e il suo segreto d’acqua non saranno passati sotto il nostro ponte invano.

La pittrice senza le mostre, la modella con le copertine, la ricercatrice senza i premi, la groupie con le band… Arrivano le muse! Si saranno sentite dire «Non ti muovere» più spesso di quanto non si siano sentite dire «Ti amo». Hanno incontrato una casa editrice e un gruppo di scrittrici che hanno preteso una luce tutta per loro. Incontreranno dei teatri e delle attrici che diranno loro: «Muovetevi! Fate rumore! Vi amiamo».

ARIANNA NINCHI e SILVIA SIRAVO

Ritanna Armeni 
Il testamento 
Nadia Krupskaja

Non ho paura, dovrei averla, lui è capace di tutto e mi odia, ma non ce l’ho. Ho un compito e lo porterò a termine. Lenin me l’ha affidato e Stalin non riuscirà a fermarmi. Non vedo come possa farlo. Dovrebbe eliminarmi – non avrebbe certo scrupoli – ma non è possibile. Uccidere la donna che è stata per oltre vent’anni a fianco del capo della rivoluzione? Mandare al confino la vedova di Lenin? Non può permetterselo. Stasera deve darmi una risposta, e chiara. Può ingannare il Congresso del partito, può obbligare il Comitato centrale a eseguire i suoi ordini ma su di me le sue armi sono spuntate. Sono venuta al Cremlino per avere una risposta e me la deve dare. Voglio che renda pubblico il testamento di Lenin. Vladimir Il’ič l’ha scritto due anni fa, quando la sua grande mente funzionava ancora, i suoi pensieri erano limpidi e le sue valutazioni precise. L’ha dettato parola per parola, in quei pochi minuti che i medici gli avevano lasciato per lavorare. Prima di morire mi ha chiamato e mi ha detto: voglio che tutti lo conoscano… Ed io intendo far rispettare le sue volontà. Anche da Stalin.

I medici… secondo loro Lenin doveva lavorare solo dieci minuti, un quarto d’ora al giorno. Non di più, altrimenti la fatica lo avrebbe ucciso. Non era vero. Erano l’inattività, la costrizione che potevano farlo morire, non il lavoro. Io lo conoscevo bene, sapevo tutto di lui, aveva ancora delle cose da dire. Cose importanti. Ma l’ordine era venuto da Iosif Vissarionovič, dal capo del partito, e i medici dovevano eseguire. Vigliacchi. Non hanno osato contraddirlo. Solo io mi sono opposta. Quando lui voleva scrivere glielo facevo fare. Stavo attenta, dopo la prima mezz’ora gli portavo una tazza di tè, appena sentivo che la voce s’incrinava intervenivo. «Vladimir Il’ič continuerete domani. C’è tempo». E lui acconsentiva. Allora Stalin è intervenuto direttamente. Una telefonata furiosa, accuse violente. Avevo osato disobbedirgli. E non gli è bastato, mi ha deferito alla Commissione di controllo del partito come fossi una traditrice, una moglie che non si cura del marito, una donna fredda e calcolatrice. Pericolosa per Lenin e per il partito. Ho dovuto rispondere. Quanto mi è costata la lettera alla Commissione di controllo! La moglie di Vladimir Il’ič costretta a difendersi. L’ho scritta e riscritta. Non volevo mostrarmi debole e sottomessa, ma non volevo neppure aggravare lo scontro, non volevo che ne arrivasse notizia a Lenin. Si sarebbe arrabbiato e il suo cuore non avrebbe sopportato l’affronto a sua moglie. Lo avrebbe considerato fatto a lui. Ho soppesato i rischi e alla fine ho scritto parole chiare: «Non sono certo nuova del partito. In trent’anni non ho mai sentito nessuna parola rude da nessun compagno. Gli interessi di Vladimir Il’ič e del partito non sono meno cari a me di quanto lo siano a Stalin. Al momento presente ho bisogno del massimo autocontrollo. So meglio di qualsiasi dottore, e certamente meglio di Stalin, ciò di cui si può e non si può discutere con Lenin, giacché so che cosa lo agita».

Ho fatto bene, Lenin ha potuto scrivere in pace… e ha scritto… ma dove mi sta portando questo giovane soldato incaricato di accompagnarmi nell’ufficio di Stalin? Queste sono le stanze nelle quali abbiamo vissuto io e Lenin con sua sorella Maria quando ci siamo trasferiti a Mosca dopo la rivoluzione… già, il terzo piano del palazzo del Senato… qui c’erano le stanze da letto, qui lo studio di Vladimir Il’ič… più in là la cucina… mi dice di accomodarmi e di aspettare. Sì, mi siedo ad aspettare, compagno, ma non vi disturbate per me, li conosco bene questi posti. È gentile, ha gli occhi lucidi, è commosso, mi ha riconosciuto…gli sorrido. Ora attendo. Sì, ho fatto bene a permettere a Vladimir Il’ič di lavorare. La sua lettera al partito è importante. Sono le sue ultime volontà. L’ha scritta qualche giorno dopo il mio litigio con Stalin e con i medici. Non avrebbe potuto farlo senza il mio intervento. Poi me l’ha consegnata. Cinque copie, «tienile tu» mi ha detto. L’ho letta e riletta, poi quando è morto l’ho inviata, come mi aveva chiesto, a Stalin e al Congresso. Le conosco a memoria quelle righe. Lo so che sono dure da digerire per tutti i dirigenti del partito, ma soprattutto per lui, per Iosif Vissarionovič: «Il compagno Stalin, divenuto segretario del partito, ha concentrato nelle sue mani un immenso potere ed io non sono sicuro che egli sappia servirsene sempre con sufficiente prudenza». Non doveva essere stato contento, Iosif Vissarionovič, di leggere quelle righe. E il giorno dopo – la lettera era stata già scritta – Lenin mi ha chiamato di nuovo, mi ha consegnato un altro foglio e mi ha detto di aggiungerlo ai precedenti. Era ancora su di lui: «Stalin è troppo grossolano, e questo difetto, del tutto tollerabile nell’ambiente e nei rapporti tra noi comunisti, diventa intollerabile nella funzione di segretario generale. Perciò propongo ai compagni di pensare di togliere Stalin da questo incarico e di designare a questo posto un altro uomo che, a parte tutti gli altri aspetti, si distingua dal compagno Stalin solo per una migliore qualità, quella cioè di essere più tollerante, più leale, più cortese e più riguardoso verso i compagni, meno capriccioso».

Sapevo che non aveva alcuna stima di lui ma neppure io supponevo che ne avesse un giudizio talmente negativo. Né che lo volesse rendere pubblico. «Nadežda, mi ha detto, queste pagine devono essere note a tutti. La ‘Pravda’ deve pubblicarle». Ed io sono qui perché il suo volere sia rispettato. Ho aspettato il Congresso del partito, c’è stato, ora è arrivato il momento. Stalin deve sapere che la vedova di Lenin non accetterà che i voleri di suo marito siano disattesi. In questi mesi non ho mai mollato, ora non lo minaccerò, non ce n’è bisogno, lui sa che anch’io ho copia del testamento e che, se voglio, posso renderlo pubblico.

Sono stanca… sì sono stanca, vorrei che tutto si risolvesse senza problemi, ma se è necessario ricorrerò anch’io, sarò dura… non sarebbe la prima volta che dico a Stalin il fatto suo.

Questo povero soldato. È dispiaciuto che io debba aspettare. Devo apparirgli vecchia e stanca. Con quest’abituccio marrone, ha pure delle toppe e lo scialle nero. Vorrei rassicurarlo… non deve preoccuparsi, sono abituata alle lunghe attese. Sento dei passi. Arriva… no, non è lui. Il soldato è mortificato. A me non importa di aspettare, da quando Lenin è morto rimanere sola a pensare mi dà serenità. Mi lascio andare, ho tante cose da ricordare. Belle o brutte, fanno parte della nostra storia, della storia che grazie a noi è cambiata. Sì, abbiamo abitato proprio in queste stanze, c’era anche Maria, la sorella di Vladimir Il’ič, quella che diceva che somigliavo a un’aringa. Non me la sono mai presa. Una bellezza non sono mai stata.

Nel Cremlino eravamo sempre circondati, tanta gente, gran parte dei dirigenti del partito abitava qui. Poi le abitudini sono cambiate. Adesso hanno tutti una dacia e qui ci sono solo uffici, ma allora… allora era diverso. Mi toccava difendere qualche spazio privato di Vladimir Il’ič. Rimandare indietro i compagni che insistevano per vederlo, imporgli qualche momento di riposo. Avevamo fatto la rivoluzione e noi che eravamo stati per tanto tempo esuli continuavamo a frequentarci come quando eravamo in giro per l’Europa. Vladimir Il’ič ed io non eravamo mai soli. Il Cremlino non mi è mai piaciuto. Noi due siamo stati meglio quando ci hanno deportati, al confino in Siberia…

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Jenny Citino

Di Jenny Citino

Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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