Tutti la chiamano Willy, ma lei si chiama Antonia come ha voluto la donna che l’ha messa al mondo e subito abbandonata in un istituto di Rotterdam, in Olanda.
Siamo agli inizi del Novecento e la famiglia che l’ha adottata si trasferisce negli Stati Uniti in cerca di fortuna. A New York, Antonia viene indirizzata giovanissima alla carriera sicura di dattilografa da una madre adottiva assai poco amorevole. Ma le sue mani, che battono rapide sulla tastiera, nascondono ben altre doti.
Perché nella Terra delle grandi opportunità, anche Antonia ha un sogno da realizzare: diventare una direttrice d’orchestra. E quando lascia l’ufficio, corre al suo secondo lavoro di maschera in una sala da concerti, per pagarsi le lezioni di pianoforte. Nel 1926, dopo un durissimo esame di selezione, Antonia viene ammessa (unica donna) al più maschile dei corsi di una maschilissima istituzione: la classe di direzione d’orchestra al Conservatorio della città. E sarà solo l’inizio di un percorso solcato da innumerevoli ostacoli e pregiudizi. L’incontro fortuito con il rampollo di una famiglia di aristocratici non le sarà d’aiuto, ma le di­schiuderà le vette e gli abissi dell’amore.
Quando però perde il lavoro e la madre la caccia di casa, si trova davanti a una scelta molto difficile. Partire per l’Europa e dedicarsi completamente alla carriera musicale, o restare negli Stati Uniti insieme all’uomo che ama?
In un viaggio fra Vecchio e Nuovo Mondo, nel pieno fermento di un’epoca dove tutto sembrava possibile, seguiamo la vita avventurosa di Antonia fra mille peripezie. E ci emozioniamo davanti al coraggio e alla dedizione, alle lotte e alla caparbietà di una donna che rappresenta un vivido (e attualissimo) esempio anche a un secolo di distanza.

A mia nipote Yua
I sogni si improvvisano.

Yehudi Menuhin

Visti dalla luna, siamo tutti della stessa grandezza.
Multatuli

Noi donne rappresentiamo una piccola percentuale dei direttori d’orchestra: è come stare sotto la lente di un microscopio.
Marin Alsop

Willy

1

New York, 1926

«È il posto sbagliato. Fa’ attenzione!» Il signor Barnes mi afferra per il gomito e mi fissa con un’occhiata di rimprovero. Seguo impaurita il suo sguardo. Non mi sono neanche accorta della confusione che era sorta nella fila. Vedo la vecchia coppia a cui ho appena indicato il posto a sedere, che torna arrancando verso il corridoio. Chino la testa per la vergogna.

«Le chiedo scusa», dico più umilmente che posso, perché lui è il mio responsabile e io so che devo stare più attenta. Il signor Barnes mi ignora e si affretta a soccorrere la coppia di persona. Resto lì, un po’ smarrita, poi mi do una scossa e vado incontro agli ospiti successivi.

Per l’ennesima volta ripeto: «Buon ascolto». Accompagnare il pubblico al proprio posto è il mio lavoro serale. Di giorno faccio la dattilografa in un grande ufficio. Può sembrare assurdo che faccia due lavori, ma ci sono abituata. Così vuole mia madre. Anche a mio padre fa fare tranquillamente due turni di seguito. Quei soldi le servono, dice.

In fondo non mi dispiace essere spesso fuori casa. Mia madre non è proprio quel che si dice un raggio di sole. Quando ride, nel migliore dei casi la bocca le si allunga in una striscia; altrimenti gli angoli le pendono in giù. Il mio primo giorno di scuola decisi malauguratamente di farle un ritratto. Glielo mostrai tutta orgogliosa, ma non fu una grande idea. Mi prese a sculacciate. Lo ammetto, il disegno non era un capolavoro, forse aveva anche lei le sue ragioni.

Da quel momento ho imparato a sfoderare un sorriso ogni volta che mi guardo allo specchio, anche quando non c’è niente da ridere. Non sono ancora naturalizzata, ma sto già vivendo il mio Sogno Americano, con tutti i sorrisetti del caso.

Stasera ad aprire il concerto c’è la Terza di Beethoven. L’Eroica.

Quando Napoleone Bonaparte si autoproclamò imperatore di Francia, Ludwig van Beethoven compose questa sinfonia in suo onore. Per mettere in chiaro chi fosse il capo, Napoleone impedì al papa di incoronarlo e si piazzò da solo la corona sulla testa. Ai maschi certe cose sono concesse.

Beethoven, che visse nei suoi stessi anni, ne celebrò le gesta. Personalmente trovo Beethoven un personaggio molto più eroico di Bonaparte. Sapeva che l’udito sarebbe andato peggiorando, ma ciò non indebolì il suo spirito combattivo, e reagì più o meno così: «Voglio prendere il destino alla gola. Non mi piegherò». Con la sua musica pose fine all’epoca del classicismo e inaugurò una strada totalmente nuova, quella del romanticismo.

È morto da novantanove anni, ma i suoi capolavori richiamano ancora moltissima gente. Faccio un piccolo inchino. I due signori a cui ho appena indicato il posto pensano che sia rivolto a loro, ma dentro di me sto ringraziando Beethoven per ciò che sta per succedere. Lo scalpiccio dell’orchestra attira la mia attenzione. Il suono degli strumenti che si accordano mi eccita. Mi guardo i peli delle braccia. Ho già i brividi.

Mi siedo un po’ in disparte nel corridoio, con un piatto d’asporto appoggiato sulle gambe. Le porte della sala sono chiuse. Ora non si può più accedere. Con le bacchette rigiro i noodles ormai freddi.

Il tragitto dal mio lavoro diurno a quello serale è sempre una corsa frenetica. In ufficio c’è un solo marcatempo e se ti va male devi metterti in fila per timbrare all’uscita. Di solito le dattilografe non hanno fretta, tergiversano per far sembrare di aver lavorato di più. Ecco perché sono spacciata, se mi trovo in fondo alla fila.

Non ho il tempo di andare a casa durante la pausa. Mia madre mi passa ogni giorno degli avanzi, che però non mangio mai. Forse perché non sono neanche del giorno prima, quelli li mangia lei. E nemmeno di due giorni prima, quelli li dà a mio padre. I rimasugli che mi spettano sono vecchi di almeno tre. Ci ho messo un po’ a capirlo, all’inizio sentivo solo la nausea. Per questo non voglio più saperne di quel cibo stantio. Il problema è che a lei non posso dirlo, le verrebbe un colpo. Buttare via il cibo è un peccato mortale.

La via più breve fra l’ufficio e la sala da concerto passa per Chinatown. Per una piccola cifra ho raggiunto un accordo con un ristorantino, uno di quelli col banco direttamente sulla strada. Il signor Huang mi fa trovare il piatto già pronto, perché sa quanto vado di fretta. Di norma lo trangugio lì davanti al locale, e se sono in ritardo il signor Huang me lo fa trovare già impacchettato, così posso mangiarlo al lavoro. I primi tempi mi prendeva in giro perché ero imbranata con le bacchette, ma quando ha visto che imparavo in fretta ha iniziato a rispettarmi. I noodles hanno formato un unico grumo, ho sempre meno voglia di mangiare. Mi domando se sia passato abbastanza tempo dall’inizio del concerto per potermi intrufolare nel bagno degli uomini. In giro non vedo nessuno, via libera. Nel tragitto butto il mio pranzo in un cestino dell’immondizia. Una bacchetta la tengo, nascondendola in una piega della gonna dell’uniforme grigia.

Non posso farci niente, il bagno degli uomini di questo posto mi attrae come una calamita. Si trova a un piano inferiore, poco sotto il palco. Preferirei fosse il bagno delle donne, ma da lì non si sente niente. Questo invece è il punto perfetto.

Entro con circospezione nel grande spazio quadrato rivestito con nuove maioliche, in uno stile elegante, moderno, che chiamano art déco. Con un’occhiata mi accerto che agli orinatoi non ci sia nessuno. Dopo aver controllato che anche le toilette siano libere, mi decido ad appostarmi al centro, chiudo gli occhi e ascolto. Ascolto la musica che grazie a una falla nell’acustica dell’edificio penetra perfettamente fin lì, come se fossi di fronte all’orchestra.

La musica di Beethoven investe ogni fibra del mio corpo. È il primo dei quattro movimenti di cui è composta la sinfonia, l’Allegro con brio, che infatti va suonato con vivacità e passione. Ovvio, un vero eroe è sempre pieno di energia. Sollevo la bacchetta e mi immagino di tutto, ma più di ogni cosa immagino di dirigere l’orchestra. Un centinaio di uomini che seguono i movimenti delle mie mani e suonano l’Eroica come penso debba essere eseguita. La bacchetta si muove su e giù scandendo un tre quarti. È incredibile quanto mi renda felice, è come vivere all’ennesima potenza, un’esplosione di gioia così intensa da non riuscire più a farne a meno.

Io ci provo comunque a non lasciarmi tentare troppo spesso. Appena una volta a settimana, sempre un giorno diverso. Non devo attirare troppo l’attenzione delle altre maschere che si accalcano nel foyer, ciarlando a voce bassa. E poi lo faccio sempre a inizio concerto. La prima metà non è a rischio, per esperienza so che quando una vescica è sotto controllo può resistere per quel tempo. Mio padre può trattenerla per non so quanto, credo gli basti andare due volte al giorno, ma gli uomini più anziani durante i concerti devono sempre correre in bagno. A quel punto devo essere già sparita. Un po’ di tempo ce l’ho ancora.

Faccio cenno ai primi violini che immagino davanti a me: più forte. Secondi violini: più piano. Ogni sezione riceve un segnale. Mi immedesimo così tanto che dimentico di essere lì. Si può dire che entri in una sorta di trance. Certo, una trance tutta diversa rispetto a quella in cui entra mia madre quando fa le sedute spiritiche al circolo per sole donne. Ma non voglio saperne assolutamente nulla, a quelle sciocchezze non credo. Che Beethoven e Liszt siano apparsi una volta al circolo per riferire a mia madre che sarei diventata una grande musicista, ecco, quello mi fa comodo. Altrimenti non mi avrebbe mai mandato a lezioni di pianoforte. Ma che lei e le sue amiche conoscessero l’aspetto di Ludwig van Beethoven e Franz Liszt, o più esattamente dei loro fantasmi, mi sembra un po’ troppo.

La porta si apre e mi spavento a morte. Riporto in fretta le braccia al loro posto. Sento la bacchetta rimbalzare sul pavimento. All’interno entra un giovane, che mi osserva stupito. 

Con l’aria di chi è colto in flagrante sollevo un po’ il mento e lo guardo più spavalda che posso. Dopotutto io lavoro qui, e lui no.

«Questa sarebbe la toilette degli uomini», dice.

Ci tiene a ribadire la sua presenza. Passa qualche istante prima che mi torni la voce. «Io, ehm… stavo dando una controllata.»

Lui scruta il mio abbigliamento, si sarà accorto che sono vestita da maschera.

«E cos’è che controlla?»

«L’igiene.» Apro qualche porta e ispeziono le toilette. «Le toilette degli uomini si sporcano più in fretta, per questo vanno tenute d’occhio.»

Mi osserva. L’intruso deve avere all’incirca la mia età. Ventotto, ventinove anni al massimo. Non mi va giù il suo aspetto elegante, l’opulenza che traspare dai suoi vestiti. Mi fa sentire ancora più a disagio.

«E ha finito?»

Annuisco: «Sì, signore, è tutto pulito». Tengo ferma una delle porte dei bagni e la lascio aperta a titolo di invito, sperando sparisca lì dentro una volta per tutte. Ma lui resta immobile, con nonchalance si infila le mani in tasca, come se avesse tutto il tempo del mondo, e continua a fissarmi.

«Si sta perdendo il concerto, signore.»

«L’ho già sentito diverse volte», risponde.

Guardo dritto in fondo a quegli occhi castani esageratamente belli, sperando di mettergli fretta. E invece no, se ne sta immobile accanto alla porta. Non mi resta altro che andare verso l’uscita. Lui si sposta di lato per lasciarmi passare, ma senza distogliere lo sguardo.

Sono già nel corridoio quando sento che dice alle mie spalle: «Si è dimenticata una cosa». Mi volto. Sta fissando la bacchetta, che aveva sentito cadere anche lui. È rotolata davanti ai suoi piedi, ma non accenna a volerla raccogliere. Lo faccio io.

Quella sera tutto il personale è schierato in fila. Il direttore Barnes distribuisce compiaciuto gli stipendi settimanali. È venerdì sera, il nostro giorno di paga, e come di consueto si elencano i concerti che ci aspettano nel periodo successivo. Io sono tutta orecchie, è il momento che apprezzo di più, anche più di quando ricevo lo stipendio.

«Dunque, avremo in successione la Sinfonia n. 40 di Mozart, la n. 100 di Haydn, la n. 3di Schumann, il Concerto per violino e orchestra di Mendelssohn…»

La mia collega Marjorie si china verso di me e sussurra: «Mi sto annoiando a morte. Vuoi una gomma da masticare?»

Marjorie e la sua gomma da masticare sono inseparabili. Ne ha sempre diversi pacchetti in tasca. Adams’ New York gum No. 1, snapping and stretching. Quando nessuno la guarda passa il tempo a fare palloncini. Non si sa come faccia, nessuno sembra accorgersi che ha sempre la bocca piena di quella robaccia. Una volta si è trovata una gomma da masticare incollata alle trecce, che porta arrotolate attorno alla testa. Dice che le è successo nel sonno. Ci sono voluti giorni per toglierla.

«Quelle gomme mi danno il voltastomaco», sussurro.

«Certo, come no.» Marjorie crede che la prenda in giro. Neanche s’immagina che è proprio così. Resto in ascolto del programma.

«Dopodiché, il prossimo mese sarà ovviamente un onore ospitare il grande direttore olandese Mengelberg…»

Mengelberg!

«… per la Quarta di Mahler», dice Barnes a conclusione del suo discorso.

«Questo non posso perdermelo», mormoro a Marjorie. Sono così emozionata che mi sento scoppiare. Marjorie mi guarda sgranando gli occhi. Quando capisce che questa per me è una cosa seria, e il signor Barnes è ormai a pochi passi da me, mi sussurra: «Chiedi e basta!»

Il direttore mi si pianta davanti e mi squadra dalla testa ai piedi. L’odore penetrante delle sue ascelle mi si insinua nelle narici. Penso alla ramanzina di qualche ora prima. Magari il visitatore della toilette si era lamentato della mia presenza nel bagno degli uomini. Così perdo il coraggio di chiedere alcunché. Alla fine posa lo sguardo sul mio colletto sfilacciato.

«Comprati una camicetta nuova. Questa è logora.»

Io punto gli occhi contro il muro e annuisco. Mi tende la busta paga e procede verso Marjorie.

«Signor Barnes? Willy vuole assistere al concerto», la sento dire.

«Cosa?»

«Willy vuole assistere al concerto di quel Mengelen.»

«Mengelberg», la correggo subito.

«E io cosa ho detto?»

Barnes punta lo sguardo su di me. «Impossibile.»

«Ma…»

«Quel concerto è andato esaurito in un solo giorno.»

Barnes prosegue. Mando giù la delusione e per l’ennesima volta mi cruccio che il personale non abbia accesso alle sale durante i concerti.

Pochi minuti più tardi, quando annuso nell’aria del corridoio la presenza del direttore, decido di non prendere l’uscita del personale. Proprio in quel momento lo vedo entrare nel suo ufficio. Busso alla porta aperta e resto sulla soglia.

«Signor Barnes, non può almeno mettermi in lista d’attesa? Per favore… Solo per questa volta.» È sorpreso che lo abbia seguito.

«Per favore», ripeto.

«Cos’è, una supplica?» Mi studia con lo sguardo. «Il posto più economico costa un dollaro.»

Come se non lo sapessi. Il più caro costa due dollari e settantacinque, e se fossi una studentessa entrerei per un quarto di dollaro. Comincio a estrarre i soldi dalla busta paga, ma lui mi frena.

«Non devi pagarmi finché non si trova un posto.» Poi prende la stilografica e con grafia elegante segna il mio nome sulla lista d’attesa.

Maria Peters

Maria Peters è una produttrice, regista e sceneggiatrice olandese. Oltre al romanzo La direttrice d’orchestra, la vita di Antonia Brico le ha ispirato la sceneggiatura e la regia del film The Conductor (2018).

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Jenny Citino

Di Jenny Citino

Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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