lunedì, Ottobre 26, 2020
BLOG Novità del mese

“Le incredibili luci delle stelle” di Karen Swan edito da Newton Compton. Un libro da leggere durante le vacanze natalizie. Estratto

Trama

Il libro perfetto da regalare e regalarsi

Autrice del bestseller Un diamante da Tiffany

Il Natale è alle porte e Bo Loxley, influencer da milioni di follower, sta vivendo un sogno: viaggiare per il mondo in compagnia di Zac, il suo fidanzato, condividendo le loro avventure con i fan. La prossima destinazione sono i fiordi norvegesi, dove Bo e Zac trascorreranno le vacanze natalizie, ospiti in una remota baita tra le montagne di proprietà di Anders, una guida alpina, e della sua orgogliosa nonna, Signy. Le cime innevate e le incantevoli cascate ghiacciate sono uno scenario da favola, ma a volte fuori dall’obiettivo il mondo di un personaggio tanto famoso in rete è meno perfetto di come sembra. Bo sente che qualcosa non va, anche se ancora non riesce a capire esattamente cosa sia. E incredibilmente l’unico disposto ad ascoltarla è lo scontroso Anders. Quando le apparenze cominceranno a incrinarsi, nonna Signy rivelerà un terribile segreto che le montagne hanno custodito per decenni. E Bo dovrà imparare, come ha fatto l’anziana donna prima di lei, a capire di chi può fidarsi davvero. 
Un’autrice numero 1 in classifica
Oltre 500.000 copie vendute solo in Italia
Bestseller del Sunday Times
È davvero impossibile sciogliere un cuore ghiacciato?
Hanno scritto di lei:

«Colta, capace di gestire la propria immaginazione con la lucida professionalità di un orologiaio svizzero, Karen Swan sa bene come creare un bestseller.»
Il Messaggero

«Uno scrigno che è un mix di leggerezza e sentimento.»
la Repubblica

«È il libro da regalare, regalarsi, divorare durante le vacanze natalizie.»
Panorama

 

Estratto 

A mia cugina Alice, per tutto ciò che ha fatto per Mally

Il sole promette forse di splendere?

No, ma splenderà,

persino dietro alle nuvole più nere.

Una promessa

non lo farebbe splendere di più o più a lungo,

perché è il suo destino

quello di bruciare fino alla fine dei suoi giorni.

Così, amarti non è una promessa,

è il mio destino,

bruciare per te fino alla fine dei miei giorni.

Atticus (@atticuspoetry)
Instagram

 

Estratto

Capitolo 1

Upolu, isole Samoa,

4 dicembre 2018

In cielo si vedeva appena uno spiraglio di sole; alle loro spalle, l’oceano maestoso si gonfiava e si distendeva lentamente, come il ventre di una belva addormentata. I cavalloni minacciosi che aveva visto durante il temporale della sera prima, quando era uscita scalza sulla veranda, si erano placati e si erano fatti più prevedibili, sebbene non fossero del tutto ammansiti.

Le onde non si infrangevano sugli scogli con la stessa violenza impetuosa, ma di tanto in tanto qualche schizzo le arrivava sulle gambe nude e la brezza dell’oceano che spirava a intervalli regolari le faceva venire la pelle d’oca. Rabbrividì, legò i lunghi capelli in una coda di cavallo e regolò il cinturino della maschera. Seduto su uno scoglio accanto a lei, Zac stava controllando le impostazioni della macchina fotografica, e nella luce pallida e grigiastra che precedeva l’alba i suoi muscoli sembravano scolpiti nel marmo. Era nervoso, eccitato, lo capiva dal modo in cui si muoveva: rapido, concentrato, attento. Aveva dormito bene come al solito, ignaro dello spettacolo pirotecnico offerto dai lampi che avevano squarciato il cielo facendole passare il sonno.

Le sfuggì uno sbadiglio. Avrebbe dato qualsiasi cosa per tornare nel suo letto, con il ronzio del ventilatore a soffitto sopra al baldacchino di teak avvolto nel bozzolo della zanzariera, la quale serviva, più che a tenere lontani gli insetti, a tenere vicini loro due. Le sue membra erano ancora pesanti per il sonno che non riusciva a scrollarsi di dosso e in quell’istante pensò che avrebbe rinunciato volentieri a tutto ciò che possedeva – che tra l’altro entrava in uno zaino – per poter rimanere qualche altra ora fra le lenzuola di cotone invece di buttarsi in acqua.

Il primo impatto con il suo gelido abbraccio sarebbe stato duro, ma sapeva benissimo cosa sarebbe successo dopo: qualche istante senza fiato, i muscoli contratti per il freddo che aggrediva i suoi sensi addormentati, poi l’abbandono, la scarica di endorfine, e non si sarebbe sentita semplicemente più sveglia, si sarebbe sentita viva. Era quello che la spingeva a farlo.

«Pronta?», domandò Zac, con la maschera e il boccaglio sulla fronte, le pinne ai piedi e la fotocamera impermeabile posizionata sul bastone per i selfie.

Bo sorrise, cercando di racimolare un po’ d’energia, e fece di sì con la testa. «Avanti tutta!». Era il loro motto, la frase che precedeva ogni tuffo, ogni salto, ogni corsa, ogni lancio nel vuoto…

Si alzò lentamente in piedi e sistemò il pezzo sotto del costume – quello rosso che veniva bene nelle foto subacquee – fissando l’oceano che si stendeva ai suoi piedi. La superficie era increspata qua e là da sbuffi di spuma. Bo fece alcuni respiri profondi, contando le onde che si infrangevano sugli scogli, cercandone il ritmo. Doveva saltare al momento giusto, né un secondo di meno né un secondo di più: nel primo caso i flutti l’avrebbero scaraventata sugli scogli, nel secondo, se l’acqua si fosse ritirata, avrebbe sbattuto sulle rocce del fondale.

Riempì i polmoni d’aria e saltò a braccia aperte, e riuscì persino a udire il clic della macchina fotografica prima che l’acqua la inghiottisse e il suo corpo teso andasse a fondo avvolto dalle bollicine. Poi eccola risalire, riemergere in superficie grazie all’aria contenuta nei polmoni. Non appena il suo viso riaffiorò, lo sentì: quell’attimo di pura beatitudine, di libertà totale, di estrema gioia. L’attimo in cui si sentiva viva.

Zac entrò in acqua qualche secondo dopo – non perdeva tempo, lui – e iniziarono a nuotare battendo con energia le pinne perché in quel punto la corrente era forte. Li avevano messi in guardia. Indossarono le maschere.

«Quando vuoi ci sono», disse Zac parlando nel boccaglio, da cui uscì una serie di suoni incomprensibili. Lei annuì e gli fece okay con la mano: era il segnale che dava inizio all’immersione. Dopo qualche respiro profondo, Bo entrò in acqua di testa.

Lo sciabordio delle onde contro gli scogli cessò all’istante, sostituito da un crepitio sonoro. Laggiù non regnava il silenzio, no, c’era movimento, c’era troppa energia in circolo; quando varcò l’ingresso della grotta alla base della scogliera, Bo percepì quanto la sua vita fosse insignificante, fragile, in quella dimensione acquatica e spettrale: le sarebbe bastato inspirare e sarebbe stata la fine. Solo quaranta secondi la separavano dalla morte, laggiù. L’agglomerato di molecole d’aria che aveva incamerato prima di immergersi era l’unica cosa che la teneva in vita, che teneva in vita i suoi ricordi e il suo passato: il sorriso della mamma quando le correva incontro al cancello della scuola; il calore della mano di suo padre durante una passeggiata d’inverno; gli occhi luccicanti di suo fratello che era riuscito a barare a carte; e poi le sue mani, sempre più fredde…

L’acqua la accarezzava come seta e, sebbene nuotasse controcorrente, Bo era un’ottima atleta e sapeva che da un momento all’altro il tunnel sottomarino si sarebbe allargato e l’acqua, che adesso lo riempiva completamente, sarebbe diventata un soffitto da cui fare capolino. Avevano fatto ricerche, sapevano cosa aspettarsi e come procedere. Erano spericolati ma non imprudenti, Zac lo ripeteva sempre. Come previsto, la galleria a un tratto si fece squadrata e la superficie dell’acqua diventò piatta come una lastra di vetro. Coprendosi la testa con le mani per precauzione, Bo riemerse soffiando forte nel boccaglio per far uscire l’acqua e prendendo qualche meritata boccata d’aria.

Zac era dietro di lei, la luce rossa della fotocamera lampeggiava.

«Bella», esclamò con un sorriso, osservando la galleria in cui si trovavano. Sarà stata lunga più o meno quindici metri, e fra il soffitto di pietra e il livello dell’acqua c’era una trentina di centimetri. Tenendo la testa inclinata, potevano respirare facilmente.

Bo si distese sulla schiena, facendo il morto, lasciando che il movimento dell’oceano la cullasse e usando le braccia e le gambe per tenersi lontana dalle rocce.

«Ciao», esclamò Zac. L’eco risuonò nel tunnel, rimbalzando di parete in parete come la pallina di un flipper. Ciao…ao… ao… ao…

«Ti amo», lo imitò Bo. Ti amo… amo… amo…

«Io di più!», rispose Zac. Di più… di più… di più…

«Concordo», confermò lei con una risatina; con un balzo Zac le fu addosso e iniziò a farle il solletico, strappandole un gridolino. Bo scoppiò a ridere contorcendosi a più non posso.

«Così è sempre stato e sempre sarà».

«Mi fa piacere», ribatté lei.

«Dovresti rispondere che per te è lo stesso».

«Davvero?», domandò lei con aria fintamente innocente, scoppiando nuovamente a ridere quando Zac riprese a stuzzicarla. Il suono rimbombò nella galleria, amplificato. «Be’, non vorrei che tu dessi troppe cose per scontate». Arricciò il nasino a patata punteggiato di lentiggini. «Meglio tenerti sulle spine».

Zac la guardò e a un tratto alzò le braccia e posò i palmi aperti sul soffitto di pietra, come Atlante che sorregge il mondo, sbattendo le pinne per rimanere a galla, i bicipiti contratti e lucenti. «Sposami!», esclamò.

Sposami… osami… osami…

Bo spalancò la bocca. «Cosa?», rispose in tono strozzato. Non ci fu eco perché lo disse con un filo di voce.

Zac sorrise. «Ho detto… SPOSAMIBO LOXLEY!».

…Sposami, Bo Loxley… Bo Loxley… Loxley…

Bo spalancò la bocca una seconda volta, poi scoppiò a ridere e tornò a spalancarla. Diceva sul serio? Oppure si era solo fatto prendere dal momento? Bo scalciava come una pazza per rimanere a galla e capire cosa stesse succedendo. «Tu vuoi sposarmi?». Anche stavolta niente eco: la sua era una voce senza ombra, il cui effetto sulla galleria sottomarina era quasi impercettibile.

«Certo che voglio sposarti», rispose lui, guardandola intensamente da dietro la maschera con la voce rotta dall’emozione. «Sei la mia anima gemella. Io e te siamo nati per stare insieme, piccola. Sei la mia famiglia».

«Oh, Zac».

Il suo sguardo si accese e sulle sue labbra comparve un sorrisetto. «…è un sì?»

«Certo, certo che è un sì!», strillò lei, ridendo e piangendo allo stesso tempo. «Sì!».

Sì… sì… sì…

«Wow!», gridò Zac. Abbassò finalmente le mani e si tuffò di schiena alzando schizzi dappertutto, poi andò da Bo e le cinse la vita. Tentò di baciarla ma le maschere erano troppo voluminose e anche sforzandosi riuscirono solo ad accostare castamente le labbra. «Usciamo da qui. Voglio baciarti come si deve».

«Sì», acconsentì lei guardandosi intorno. A entrambe le estremità del cunicolo si intravedeva un lieve bagliore bianco, era difficile capire da dove fossero venuti. «Da che parte andiamo?»

«Ehm…». Anche Zac ruotò su sé stesso. «Eh…».

Questo bastò a far riaffiorare l’antica claustrofobia, che calò su Bo come un sipario nero. «Zac…». Aveva la voce affannata; il panico la avvolgeva come una spessa cortina.

«Va tutto bene, Bo. Dobbiamo andare di là», disse lui, indicando la luce alle spalle di Bo. «Stiamo nuotando controcorrente, ricordi?»

«Ah, sì», rispose lei con un filo di voce; l’ansia era già entrata in circolo, il cuore le batteva all’impazzata.

«Stai bene?». Zac la stava guardando.

«Certo. Avanti tutta». Doveva uscire da quel posto. Subito.

«Bo…».

Mise il boccaglio, si immerse e sentì immediatamente la pressione dell’acqua sulle orecchie; era andata troppo in profondità, quel crepitio sepolcrale minacciava di inghiottirla. La scarica di adrenalina però le diede energia e Bo iniziò a battere le pinne con forza, spingendo con le braccia come se stesse cercando di separare le acque. Andava veloce, ma nel giro di qualche secondo capì che il fiato non le sarebbe bastato: aumentando lo sforzo, il battito cardiaco accelerava e serviva più ossigeno. In fondo al cunicolo il debole bagliore si stava ingrandendo come una rosa bianca che sboccia; anche i colori si fecero più intensi, sfumature verdi e acquamarina tinsero l’acqua mentre Bo si dirigeva verso la luce in compagnia di qualche pesciolino argentato che sfrecciava vicino alle rocce, più lontano di quanto non sembrasse a prima vista.

Bo aveva l’impressione che a ogni bracciata i suoi polmoni si gonfiassero un po’ di più e rimpianse di non aver tenuto la testa fuori dall’acqua finché la galleria lo permetteva, invece di immergersi subito. Pensare di trattenere il fiato per altri quindici metri era da imprudenti. Alzò lo sguardo ma ormai era troppo tardi, era già arrivata alla strettoia; non aveva spazio per emergere né per invertire la direzione, e per di più si sarebbe scontrata con Zac, che la seguiva a poca distanza come un pesce ombra, con la fotocamera accesa e puntata su di lei.

Andò avanti. La luce, per quanto si fosse avvicinata, le sembrava ancora troppo lontana e il bisogno di buttare fuori l’aria si stava facendo impellente, i suoi polmoni sembravano sul punto di scoppiare. C’era quasi, mancavano solo cinque, forse sei bracciate, ma non ne era sicura perché iniziò a vedere delle piccole macchie scure e si sentì mancare. Non avrebbe resistito ancora a lungo… Doveva respirare…

A un tratto un braccio le cinse la vita come una morsa e Bo ebbe la sensazione che tutto intorno a lei si muovesse più velocemente, poi, all’improvviso, l’aria, come uno schiaffo sulla pelle. Se ne riempì i polmoni e per poco non soffocò.

«Bo?». Zac la sorreggeva. Non riusciva a smettere di tossire. «Bo, stai bene?». La sua voce era rotta, come se qualcuno ne avesse asportato delle parti.

«Cos’è successo?», riuscì a dire lei, reggendosi forte a Zac, cosciente della corrente che cercava di respingerli nella direzione da cui erano venuti.

«Ti sei afflosciata, stavi per perdere conoscenza».

«Ah». Notò distrattamente che Zac stringeva una corda nella mano. L’avevano messa lì per i bagnanti, così gli avevano detto, per via della forte corrente che minacciava di trascinarli verso le gallerie sottomarine. «Scusa».

«No, non devi scusarti». Zac si accigliò; sul suo bel viso venato di preoccupazione Bo poteva facilmente leggere lo spavento che gli aveva procurato. Le prese il viso fra le mani e la baciò con tenerezza. «Perché sei partita così forte?».

Cosa doveva rispondergli? Che le era preso il panico? Che era bastato abbassare per un attimo la guardia e la paura era tornata? Che non sarebbe mai finita, anche se aveva viaggiato per mezzo mondo o si fingeva coraggiosa? «Non vedevo l’ora di ricevere il bacio che mi avevi promesso», rispose.

Con una mossa fulminea Zac la afferrò, le tolse la maschera e stavolta la baciò come si deve; il suo corpo, premuto contro quello di lei, caldo nonostante l’acqua gelida del mattino. «Dimmi ancora che mi sposerai».

«Ti sposerò, Zac Austen».

Si baciarono di nuovo, le labbra di Zac increspate da un sorriso; con una mano stringeva la corda e con l’altra le cingeva la vita. «Avevo deciso di chiedertelo qui», le spiegò, ruotando gli occhi a destra e a sinistra. «Ma non ho resistito». Alzarono entrambi gli occhi per guardarsi intorno. Le pareti circolari della piscina naturale si innalzavano per una trentina di metri e culminavano in un cratere rotondo: le rocce incorniciavano un pezzo di cielo. Anche se dalla loro posizione potevano vederne solo un frammento, l’alba era spettacolare: sprazzi d’ambra solcavano come le ali infuocate di una fenice la notte indaco che si stava dissolvendo.

«Accidenti», sussurrò Zac calcando l’accento neozelandese, come faceva ogni volta che gli mancavano le parole. «È anche meglio di quello che mi aspettavo».

«Sì», mormorò Bo riavendosi finalmente dallo spavento e, aggrappandosi alla corda, si distese sulla schiena e si lasciò trasportare dalla corrente. Tutto intorno all’apertura dell’enorme buca pendevano grossi rampicanti e tralci verdi, e su un lato una scala sgangherata, senza corrimano, scendeva verso una piattaforma di legno rudimentale. La maggior parte dei turisti raggiungeva la piscina naturale da lì, ecco perché lei e Zac avevano deciso di passare dalla grotta. Quegli stessi turisti erano il motivo che li aveva spinti ad alzarsi al canto del gallo, per avere quel posto tutto per loro. Era quello il lusso per Bo e Zac.

Lui indossò la maschera e infilò la testa sott’acqua, osservando le rocce lontane e cercando di riconoscere i pesci che passavano nei paraggi. «Ce ne sono tantissimi», disse riemergendo per un attimo, felice come un bambino.

Bo sorrise e lo seguì con lo sguardo mentre spariva sott’acqua, le braccia come lame, i muscoli della schiena che si aprivano e si chiudevano a ogni bracciata. A guardarlo sembrava che non facesse alcuno sforzo, come se fosse cresciuto fra i pescatori di perle di Tahiti invece che a Christchurch, Nuova Zelanda, con un padre assicuratore.

 

 

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