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“La pattuglia dei bambini” di Deepa Anappara edito da einaudi in libreria dal 13 Ottobre 2020. Estratto

Trama

Anappara racconta un mondo pericoloso e struggente attraverso gli occhi di un ragazzino che, a dispetto di tutto, non perde mai la speranza.

«L’esordio di Anappara annuncia l’arrivo di una supernova letteraria».
The New York Times

«Uno dei libri piú attesi e promettenti dell’anno».
The Times

«Potente, unico, smagliante».
The Guardian

«Una prosa vivida, ironica e meravigliosamente dettagliata».
Anne Enright

Jai ha nove anni, va pazzo per i dolci, ama i telefilm polizieschi e vive in un basti, lo slum di una megalopoli indiana. Nello stesso quartiere abitano anche i suoi due migliori amici: Pari e Faiz. I tre hanno imparato presto a cavarsela da soli, e quando un ragazzo della loro classe scompare, nel totale disinteresse della polizia, si improvvisano detective. Il basti, intanto, precipita nella paura, e subito riaffiorano le antiche divisioni tra indú e musulmani, con i politici pronti a soffiare sul fuoco. Cosí, mentre gli adulti si dimostrano, come spesso accade, irresponsabili, a cercare la verità rimangono solo Jai e i suoi compagni, che però dovranno spingersi ben oltre ciò che avevano immaginato.

Estratto

A Divya Anappara e Param

Parte prima

Questa storia ti salverà la vita

Da vivo, il Matto era un boss con una ventina di bambini che lavoravano per lui, e non alzava quasi mai le mani su nessuno. Una volta alla settimana dava a tutti quanti un po’ di barrette di cioccolata da dividersi tra loro, o qualche pacchetto di confetti al cioccolato, e li rendeva invisibili alla polizia e a quelle specie di missionari che pretendevano di salvarli dalla strada, e anche a quei tipi che li adocchiavano con sguardi famelici mentre i bambini sfrecciavano lungo le rotaie per raccogliere bottiglie di plastica prima che un treno li investisse.

Al Matto non importava se invece di cinquanta bottiglie d’acqua i suoi piccoli raccoglitori gliene portavano solo cinque, o se invece che al lavoro li beccava fuori dal cinema con addosso i vestiti migliori, a fare la fila per un film appena uscito che in teoria non si potevano permettere. Però quando si presentavano da lui col naso rosso, le parole che si mescolavano come il sangue con l’acqua e gli occhi gonfi come lune piene per aver sniffato candeggina, allora sí che gli faceva vedere i sorci verdi. In quei casi il Matto gli spegneva una delle sue Gold Flake Kings sui polsi o sulle spalle e, non contento, gli rinfacciava anche l’eccellente sigaretta sprecata.

Allora i ragazzi si lasciavano dietro una scia pungente di carne bruciata, che cancellava l’esaltazione dolce e breve del bianchetto o della colla. Insomma, li rimetteva un po’ in riga, il Matto.

Non lo abbiamo mai conosciuto perché abitava da queste parti quando noi non eravamo ancora nati. Ma quelli che hanno avuto a che fare con lui, come il barbiere che rasa guance ispide da decenni e il pazzo che si strofina la cenere sul petto e poi dice che è un santo, ne parlano ancora. Dicono che i ragazzi del Matto non litigavano mai per decidere chi di loro doveva salire per primo su un treno in corsa, a chi spettava un peluche o una macchinina incastrata nello spazio dietro una cuccetta. Il Matto aveva insegnato ai suoi ragazzi a distinguersi. E infatti, di tutti i bambini che lavoravano in ogni stazione del Paese, quelli che vivevano piú a lungo erano i suoi.

Ma anche il Matto un giorno morí. I ragazzi sapevano che non lo aveva messo in conto. Era giovane e in buona salute, e aveva promesso di affittare un pulmino per portarli al Taj Mahal prima dell’arrivo dei monsoni. Lo piansero per giorni. Le erbacce fiorirono sulla terra nuda innaffiate dalle loro lacrime.

Finirono a lavorare per gente che non assomigliava neanche lontanamente a lui. Niente piú barrette di cioccolata né film nelle loro nuove vite, solo mani bruciate dai binari che brillavano come oro nel sole estivo, quando prima delle undici del mattino c’erano già quarantacinque gradi. In inverno, la temperatura crollava fino a uno o due gradi, e a volte, quando la foschia era bianca e spessa come polvere, il bordo tagliente delle rotaie gelate scorticava le dita già coperte di vesciche.

Ogni giorno, dopo aver frugato fra i rifiuti, i ragazzi si lavavano la faccia in stazione con l’acqua che gocciolava da un tubo rotto e rivolgevano una preghiera collettiva al Matto perché li salvasse prima di finire con le braccia e le gambe maciullate dalle ruote di un treno, prima che le loro ossa diventassero polvere o il sibilo di una cinghia si abbattesse sulle loro schiene curve, paralizzandoli per sempre.

Nei mesi che seguirono la morte del Matto, due ragazzini morirono rincorrendo i treni. I nibbi volavano in cerchio sui loro cadaveri a brandelli, le mosche baciavano le labbra bluastre. Gli uomini per i quali lavoravano avevano deciso che raccogliere i corpi e cremarli sarebbe stato uno spreco di soldi. I treni non si fermarono e le locomotive urlarono fino a tarda notte.

Una sera, poco dopo quelle morti, tre ragazzi del Matto attraversarono la strada che separava la stazione dall’accozzaglia di negozi e alberghi con terrazze ingombre di ripetitori bianchi e rossi e serbatoi neri per l’acqua. Insegne al neon lampeggianti promettevano «Autentico vegetariano», «Vista stazione», INCREDIBILE !NDIA, AMBIENTE FAMIGLIARE. Stavano andando in un posto a pochi passi da lí: un muro di mattoni con una ringhiera in ferro su cui il Matto faceva sempre asciugare i vestiti, e sotto il quale di notte dormiva con tutti i suoi averi chiusi in un sacco che teneva abbracciato come una moglie.

Alla luce giallorosa delle lettere che formavano l’insegna HOTEL ROYAL PINK, videro le piccole divinità d’argilla che il Matto aveva sistemato in una nicchia nel muro, Ganesh con la proboscide ripiegata sul petto, Hanuman che sollevava una montagna con una sola mano e Krishna che suonava il flauto, e ai loro piedi qualche calendula essiccata al sole con dei sassi a fermarle.

I ragazzi si misero a picchiare la fronte contro il muro chiedendo al Matto perché era morto. Uno di loro sussurrò al vento il suo vero nome, un segreto che conoscevano solo loro, e un’ombra si mosse nel vicolo. Pensarono fosse un gatto o una volpe volante, ma l’aria era carica di elettricità, ne sentivano il sapore metallico sulla lingua, poi ci fu il guizzo arcobaleno di un lampo, rapido al punto che pensarono di averlo solo immaginato. Dopo essere andati a caccia di bottiglie erano esausti e storditi dalla fame. Ma il giorno dopo, frugando tra la spazzatura nella carrozza di un treno, ciascuno di loro trovò una banconota da tre rupie sotto una cuccetta.

Capirono che i soldi erano un regalo del fantasma del Matto perché l’aria intorno a loro si increspò e sentirono il suo alito caldo che sapeva di Gold Flake Kings. Era venuto da loro perché lo avevano chiamato col suo vero nome.

Allora i ragazzini cominciarono a lasciargli sul muro sigarette e scodelle di alluminio piene di ceci speziati e pungenti di lime, decorati con foglie di coriandolo e fettine di cipolla rossa. Si scambiavano battute scurrili sugli odori e i rumori prodotti dal Matto il pomeriggio che aveva mangiato quasi tre etti di ceci in una volta sola. Il suo fantasma non apprezzò le loro battute e si ritrovarono le magliette tutte bucherellate da bruciature di sigaretta.

I ragazzi del Matto adesso sono sparsi per tutta la città e sappiamo che alcuni di loro sono cresciuti, si sono sposati e hanno dei figli. Ma anche oggi un ragazzino affamato che si addormenta con il vero nome del Matto sulle labbra screpolate, svegliandosi troverà un turista bianco pronto a comprargli il gelato o una nonnina che gli mette tra le mani una paratha. Non sarà chissà che, ma il Matto non era certo un uomo ricco, e nemmeno il fantasma lo è.

La cosa divertente del Matto è che erano stati i suoi ragazzi a dargli quel nome. Quando lo avevano incontrato per la prima volta, avevano capito che per certi versi era un duro ma gli venivano i lucciconi se gli mostravano il dito di un piede mozzato, o una cicatrice dietro la coscia che guizzava come un pesce moribondo dove erano stati frustati con catene di ferro rovente. Decisero dunque che in un mondo cosí marcio solo un matto poteva essere quasi buono. All’inizio però lo chiamavano «fratello» e i piú piccoli «zio», e solo molto piú tardi cominciarono a dire «Matto, guarda quante bottiglie abbiamo trovato oggi», e a lui non dispiaceva perché lo sapeva cosa significava per loro quel nome.

Mesi dopo essere diventato il Matto, in primavera, una notte che si era scolato vari bicchieri di bhang, comprò ai ragazzi del phirni cremoso in ciotole d’argilla e bisbigliò in gran segreto il nome che gli avevano dato i genitori. Raccontò che era scappato di casa a sette anni, dopo che la madre lo aveva preso a ceffoni perché, invece che a scuola, se ne andava in giro per la città con una banda di monelli a molestare le ragazze per strada.

Le prime settimane in città, il Matto aveva vissuto in stazione, divorando quel che rimaneva dei cartocci di cibo lanciati dai finestrini dai passeggeri, e nascondendosi negli anfratti sotto le passerelle per non farsi trovare dalla polizia. Ogni passo che risuonava sopra di lui gli faceva l’effetto di una botta in testa. Per un po’ credette che i genitori sarebbero arrivati in treno a cercarlo, gli avrebbero dato una lavata di capo per lo spavento che si erano presi, e poi lo avrebbero riportato a casa. Di notte dormiva sonni agitati, sentiva la madre che lo chiamava per nome, ma era solo il vento, lo sferragliare del treno o la voce monotona di una donna che annunciava che il Northeast Express da Shillong era in ritardo di quattro ore. Il Matto allora pensò di tornare a casa ma non lo fece, perché si vergognava, e perché la città fa di un bambino un uomo, e lui ne aveva abbastanza di essere un bambino e voleva diventare un uomo.

Adesso che il Matto è un fantasma, vorrebbe avere di nuovo sette anni. Forse è per questo che gli piace sentirsi chiamare col suo vecchio nome. Gli ricorda i genitori, e il ragazzino che era prima di salire di nascosto su un treno.

Il vero nome del Matto è un segreto. Secondo noi è un nome talmente bello che se invece che qui il Matto fosse andato a Mumbai, una star del cinema glielo avrebbe fregato.

Ci sono molti Matti in questa città. Non dovremmo averne paura. I nostri dèi sono troppo presi per ascoltare le nostre preghiere, ma i fantasmi… be’, i fantasmi non fanno altro che aspettare e vagare, vagare e aspettare, e stanno sempre ad ascoltare le nostre parole perché si annoiano, e questo è un modo per passare il tempo.

Attenzione però, non lavorano mica gratis. Ci aiutano solo se gli offriamo qualcosa in cambio. Per il Matto, è una voce che lo chiama col suo vero nome, per altri è un bicchiere di liquore fatto in casa, o una ghirlanda di gelsomini, o un kebab di Ustad. Non è tanto diverso da quello che gli dèi ci chiedono di fare per loro, solo che i fantasmi non pretendono che digiuniamo o accendiamo ceri o scriviamo mille volte il loro nome su un quaderno.

La parte piú difficile è trovare il fantasma giusto. Il Matto va bene per i ragazzi perché non ha mai preso a lavorare le ragazze, ma ci sono fantasmi donna, o fantasmi di vecchie, e persino fantasmi di bambine che proteggono le femmine. Noi forse abbiamo bisogno di fantasmi piú di chiunque altro, perché siamo ragazzi di stazione, senza genitori e senza casa. Se siamo ancora qui, è solo perché sappiamo come far apparire i fantasmi a comando.

Alcuni pensano che crediamo nel soprannaturale perché annusiamo colla o sniffiamo eroina o beviamo desi daru, che è un liquore cosí forte da far crescere i baffi a un bambino. 

Ma questa gente, questa gente con i pavimenti di marmo e le stufe elettriche, non era mica con i ragazzi del Matto la notte d’inverno che la polizia li ha cacciati fuori dalla stazione.

Quella notte soffiava un vento aspro in città, cosí forte che lasciava segni sulle pietre. I ragazzi non arrivavano tra tutti a venti rupie per affittare una coperta per otto ore, e il tipo delle coperte gli bestemmiò contro quando chiesero se gliene poteva dare una a credito. Allora si sedettero tremanti in una strada buia, sotto un lampione col vetro in frantumi, fuori da un ricovero senza piú letti liberi per la notte. Avevano le gambe e le braccia trafitte dal dolore. A un certo punto non ce la fecero piú, e invocarono il Matto.

– Ci dispiace disturbarti di nuovo, – dissero. – Ma se va avanti cosí moriremo –. Il lampione in frantumi crepitava e brillava. I ragazzini alzarono lo sguardo. Piovevano raggi di luce gialla, densa e calda.

– Aspettate, – disse il fantasma del Matto, – vediamo cos’altro posso fare.

L’ Autrice

foto presa del web

Deepa Anappara è nata e cresciuta in Kerala, nell’India meridionale, e ha lavorato come giornalista a Mumbai e Delhi. I suoi reportage sulla povertà e l’impatto che ha sulle vite dei bambini hanno ottenuto numerosi riconoscimenti e hanno ispirato la scrittura di La pattuglia dei bambini, il suo primo romanzo, vincitore di numerosi premi e tradotto in 22 Paesi.

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