“L’ album di famiglia” di Valentina Olivastri

“L’ album di famiglia” di Valentina Olivastri

Nulla come la fotografia mostra la realtà per quello che è, ed è proprio per questo che un album di vecchie fotografie di famiglia viene tenuto gelosamente nascosto per molti anni, fino a quando il caso lo fa riemergere e lo trasforma in un formidabile strumento di consapevolezza, capace di mettere in subbuglio un intero paese. È ciò che accade a Borgo, un luogo abbarbicato sui poggi toscani, dove Edi, affermata professionista londinese che a Borgo ha trascorso gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, decide di trasferirsi. Ed è a Borgo che Edi ritrova una dimensione atemporale e pragmatica, scandita da una vita sociale fatta di cose semplici e di schiettezza. L’improvvisa morte di Ludovico Franceschi, scapolo impenitente e chiacchierato viveur, scuote non solo il tranquillo tran tran del paese, ma anche i destini familiari di Cinzia e Giuliana, sanguigne cugine legate in modo diverso ma inscindibile, spesso inconsapevole, alle imprese amorose di Ludovico. La casuale scoperta dell’album da parte di Edi dipana una matassa orgogliosamente incrostata dagli anni e dallo sbiadirsi della memoria, dando una luce completamente diversa ai non pochi misteri che il tempo, autentico protagonista del racconto, ha saputo custodire sotto gli occhi ignari, ma non troppo, di un’intera dinastia familiare.

Per Francesca, senza la quale…

1

Quando maggio disperde l’inverno, un profumo d’estate sfiora le strade di Borgo, un paese abbracciato da mura ostinate interrotte soltanto da un arco, detto di San Terenzio, dove si spalanca un’imponente porta medievale trapunta di chiodi e piastre di rovere. Al di là di quel varco, poco importa se lo sguardo si sofferma a destra o a sinistra, la prima bottega che si incontra è la trattoria di Luca.

Ero arrivata a Borgo da meno di un’ora. Entrata in casa, avevo abbandonato la valigia nell’ingresso ed ero salita al primo piano, scarmigliata e bisognosa di una doccia. Faceva piuttosto caldo e le mie guance, abitualmente di un colorito un po’ spento, stavano ravvivandosi. Aprii l’armadio e tirai fuori una tunica di lino. Passai poi un buon quarto d’ora a cercare il cappello a tesa larga. A Borgo sono l’unica donna, oltre a mia madre, a portare un copricapo di paglia, e tutti mi avvistano da lontano. È roba da stranieri, di chi non si è ancora abituato al sole e si intestardisce a uscire nelle ore bruciate, quelle riservate al riposino pomeridiano.

Rinfrescata, scesi in cucina. Sul tavolo campeggiava una Mantovana, un dolce che sa tanto d’infanzia. Soltanto Fosca poteva aver lasciato lì quella soffice delizia ricoperta di pinoli. Mi conosce da quando sapevo di borotalco – del resto è stata la mia tata – e mi vizia ancora a quarant’anni suonati. Non lontano dalla torta, su un pezzo di carta a quadretti, vi era un messaggio o, meglio, un ordine scritto in puro stile Fosca: “La macchinetta la rivoglio indietro domani. Come fa bono il caffè questa un ce n’è. La cena è in frigo. Ma che vòi di più?”.

Sorrisi, e mi venne spontaneo aprire il vecchio barattolo di latta messo a guardia del foglietto, far scendere acqua a sufficienza nel serbatoio e riempirne il filtro. Dopo alcuni minuti, tirai su il coperchio e, vedendo che il caffè saliva un po’ troppo velocemente, abbassai la fiamma e la spensi solo quando il borbottio della moka cessò.

Con l’aroma che si spandeva, le stanze sembravano risvegliarsi dopo un lungo sonno ed era come se in quella dimora mettessi piede per la prima volta. Io stessa avevo un’aria da novizia con quella tunica dal sapore conventuale, quasi una voglia di monacazione ma il casolare di Borgo non è certo un chiostro. Né è una semplice casa di vacanze. Per me è soprattutto la casa di famiglia, dei ricordi veri, di quelli che rimangono impigliati nel cuore.

Con le labbra che sapevano ancora di caffè – la schiuma era venuta densa e cremosa e una punta di zucchero l’aveva addolcita e resa più amabile – chiusi alle mie spalle il cancello del giardino e mi incamminai per lo stradone che conduce alla piazza. La giornata era calma e tinta d’incanto.

Salendo sul dorso del colle, mosso da olmi e querce, quel primo pomeriggio incrociai un gatto con due occhi neri. Si era inarcato nel bel mezzo del viale, aveva stiracchiato le zampe e, nel giro di uno sbadiglio, una minuta lingua rosa si era fatta strada tra gli affilati incisivi. Mentre stavo per avvicinarmi, aveva stretto gli occhi, annusato la terra e, con una lieve ondulazione delle anche, si era defilato al di là del muretto. La coda lunga, folta, vaporosa, affiorava adesso, con fare un po’ esibizionista, fra gli alti ciuffi d’erba che ondeggiavano contro le tinte svelte della veccia, il fervore delle margherite e il biondo ancora tenero dei ranuncoli.

Senza volerlo, guardai l’orologio. Erano quasi le due e mezza. A quell’ora, pensai, Luca aveva già sicuramente servito tutti, chiuso la cucina e si accingeva a fare altrettanto con le imposte della trattoria.

Uno sbrigativo: «allora, porto il conto», rivolto a una coppia capitata lì forse per caso o forse no – lei mora mora, un sorriso luminoso, lui sul brizzolato, un’aria decisamente intellettuale – mi aveva quasi fermato sui miei passi.

Con in mano due bicchieri vuoti, Luca, alto, asciutto, senza un filo di pancia, era in ritirata dallo scampolo di piazza dove fa accomodare i clienti da maggio a settembre o, al massimo, fino all’inizio di ottobre se il tempo regge. Fuori stagione tutti i pasti sono serviti dentro la piccola trattoria. Sei tavoli da quattro, anche se, a dir la verità, non si sta stretti.

Affrettai il passo e gli capitai dietro le spalle, ma non sembrò accorgersene. Del resto, è un tipo rilassato e un poco distratto. Annunciai la mia presenza con un colpo di tosse senza, però, riuscire ad attirare l’attenzione. Dovetti quindi toccarlo sulla spalla, e anche allora si girò come al rallentatore, disinvolto e incurante. Per un momento rimasi affascinata dalla curva del suo profilo. Raffaello non avrebbe potuto disegnarne uno più bello.

«Oh, guarda chi c’è. Che giri da queste parti? Sei scappata dalla grande mela?»

«Londra! Abito a Londra, non a New York. Quante volte te lo devo ripetere?»

«Mah, è sempre la stessa zuppa. Un gran casino di macchine e tutti che corrono. Per andar dove poi non l’ho mica capito.»

«Mi aspettavo un gran sorriso, ma vedo che non c’è speranza.»

«È che oggi non va. Mi tiran l’orecchie. Deve cambiare il tempo.»

«Se lo dici tu…», e alzai gli occhi al cielo.

Un drappo di un azzurro intenso riempiva il vuoto tra una grondaia e l’altra. In giro nemmeno un pennacchio di nuvole o una pennellata d’ombra.

«E poi perché non m’hai detto che venivi? Su dove sei, il telefonino non piglia?». Lo sguardo di Luca era quello di sempre, con un che di infantile e temerario.

«Volevo farti una sorpresa», ma il mio piano era destinato a fallire ogni singola volta. E non soltanto con Luca.

Benché non possa dire di essere una del posto, essendo tecnicamente nata e cresciuta in Inghilterra, nessuno a Borgo mi considera una straniera, avendomi vista in paese in compagnia di mamma, papà e i miei due fratelli, James e Michael, sin da quando indossavo pagliaccetti dai colori stravaganti. I locali mi considerano un’inquilina con contratto senza scadenza. Non sarò una di loro, ma nemmeno una tipa di passaggio.

«Allora, quanto ti trattieni a questo giro?»

«Dieci, vent’anni, giorno più giorno meno…»

«Buona questa. Parliamo di cose serie, invece. Ti va di bere qualcosa d’amaro e di caldo? La macchina è ancora accesa.»

«Sto dicendo sul serio. Ho affittato la casa di Londra e consegnato le chiavi a un burbero scozzese. Pensa, me l’ha presentato la mia dirimpettaia, bibliotecaria e pallida. Speriamo bene… Grazie per l’espresso ma l’ho appena preso.»

«Caffè a parte, pensi veramente che sia nato ieri?»

Con quegli occhi di un verde che ricordano l’uva spina, Luca cercava di venire al punto in quella schermaglia verbale.

«Ti giuro. L’idea è di vivere qui in pianta stabile.»

«Porca mattina, ma allora dici sul serio! Avevo visto un furgone che scaricava della roba a casa tua ma, lì per lì, non ci ho fatto caso più di tanto. Lo volevo chiedere alla Fosca però, tra una cosa e l’altra, mi son scordato. A proposito, gliel’hai detto?»

«Cosa?»

«Oh, verrai anche da Londra, ma sei rincoglionita il giusto. Come cosa? Che ti sei trasferita a Borgo, o mi stai prendendo per il culo?»

«Ma certo che gliel’ho detto. Non rompere, Luca.»

«Scusa, dimenticavo. Sei ancora rintronata per via del fuso orario. Quell’ora di differenza ti cambia da così a così», e girò il dorso della mano mostrandone il palmo liscio, senza nemmeno una sbucciatura o un piccolo graffio.

«Ammetto che le tue prese in giro mi mancavano. Non è l’aria di collina, che mi fa sentire meglio. Ora l’ho capito: sei tu», e istintivamente mi passai una mano tra i capelli. Li avevo tagliati poco prima della partenza, ma mi ricadevano ancora fin sotto la nuca. Alla frangia, però, avevo fatto dare una bella sforbiciata. A Borgo non c’è un parrucchiere per uomo o per signora. Per quello e altro bisogna andare a Colle.

Con Luca ci conosciamo da sempre, da quando eravamo ragazzi, anche se lui, all’inizio, era in esclusiva il grande amico di James, il mio fratello di mezzo.

Quando veniva a casa nostra mi guardava a malapena. A Borgo le femmine, a una certa età, tendono a stare con le femmine e i maschi fanno muro fra loro.

Verso i quindici anni o giù di lì il clima, però, si distende e i confini si allentano. Fu così che, da un giorno all’altro, ci ritrovammo tutti e due, l’uno accanto all’altra, sul muretto del paese e, dopo un po’, ci mettemmo assieme. Proprio così. Per un’estate fummo ragazzo e ragazza.

Ci pensò poi la vita a smistarci altrove, ma d’allora tra noi regna una sottile complicità: vuoi un’occhiata, un abbraccio che dura più del necessario o una battuta che rimanda a un capitolo precedente.

Non nego di aver pensato a una possibile storia in versione strettamente per adulti, ma non ho mai voluto spingermi oltre. Non vorrei che qualche cosa di appassionato rovinasse un’intesa che non si trova tutti i giorni.

Chissà, invece, ho paura di rimanere delusa da quello che ne potrebbe saltare fuori, e allora preferisco starmene lì, sullo scalino, a guardare chi potrebbe fare il primo passo, nel caso uno dei due potesse contemplare una tale eventualità. O, forse, la verità è che Luca, da sempre, è innamorato della mia migliore amica. Lo sanno tutti in paese. Anche i muri. Nessuno ci fa caso. Soprattutto, Francesca.

2

Non tutte le cose nella vita mi sono andate per il verso giusto o come avrei voluto. Un destino terribilmente comune, altrettanto noioso ma non per questo meno irritante…

foto presa dal web

Valentina Olivastri, originaria di Cortona, ha collaborato al Guardian e attualmente lavora a Oxford per la Biblioteca Bodleiana. Il suo primo romanzo è Prohibita Imago (Mondadori 2009, Oscar Bestsellers 2010).

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