sabato, Ottobre 31, 2020
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“Gli accordi di Stradivari” di Marco Ghizzoni edito da Tea.Estratto

Sinossi

Cremona, città di violini e liutai, è sconvolta: lo Stradivari Conte De Fontana del 1702, violino di inestimabile valore, è scomparso. Brutto affare per il commissario Valentina Raffa, poliziotta giovane e sexy in preda all’ennesima delusione d’amore e in perenne lotta contro le battutine e i goffi tentativi di abbordaggio del suo capo, il questore De Paoli Ambrosis. Come se non bastasse, ci si mette anche uno svampito liutaio olandese, Peter van Basten, che prima la seduce con la sua aria esotica e poi l’abbandona nel bel mezzo del primo appuntamento, sparendo misteriosamente. Per sua fortuna, il commissario Raffa è troppo impegnata per mettersi sulle sue tracce: c’è in gioco un simbolo della città e, soprattutto, la sua reputazione. Nonostante il paziente aiuto del collega, l’ispettore Davide Tranquillo, segretamente innamorato di lei, per «la Raffa» il caso si fa sempre più intricato, tra ricatti, foto compromettenti, pedinamenti e vendette…

Estratto

«E lo sapeva bene Paganini,
che il diavolo è mancino,
è subdolo e suona il violino.»
FRANCO BATTIATO, Lode all’inviolato

1

«Aaaaahh!»

L’urlo riecheggiò tra le stanze semivuote del museo e rimbombò contro gli alti soffitti, insinuandosi nelle orecchie dei pochi presenti. Qualcuno si allarmò e riparò istintivamente in un angolo, uno sparuto gruppetto di cinque giapponesi, invece, si fece coraggio e si diresse verso la saletta attigua da dove sembrava provenire. Il più anziano invitò gli altri alla prudenza e sporse la testa oltre il vano della porta: ciò che vide lo lasciò di stucco, per quanto sorpreso possa mai apparire un vecchio signore giapponese.

Il custode Martino Seghizzi, così recitava la targhetta nuova di pacca sulla tasca destra della camicia, se ne stava davanti al distributore automatico di snack e bibite con le mani tra gli ormai radi capelli e un’espressione disperata. Risvegliatosi da un breve quanto ristoratore sonnellino mattutino – la sala relax era perfetta per lo scopo – si era visto depredato del suo spuntino preferito; all’interno del distributore automatico, infatti, la fila occupata fino a un’ora prima da ben cinque KitKat era completamente vuota. Chi si era permesso di fargli una cosa del genere? Un autentico affronto che per nulla al mondo sarebbe rimasto impunito.

Guadagnata la sala principale del museo e guardatosi intorno con sguardo omicida, non ci mise molto a fare due più due: i cinque giapponesi stringevano tutti tra le mani l’arma del delitto, la tanto agognata carta rossa e bianca, chi vuota, chi piena per metà e con ancora il bolo di wafer e cioccolato in bocca, e lo fissavano terrorizzati e ignari del pericolo che stavano correndo.

«Fermi voi!» gridò il custode in italiano, unica lingua conosciuta e conoscibile per un dialettofono come lui.

I nipponici, ovviamente, non capirono un accidenti. Martino, allora, si avvicinò con fare minaccioso, convinto che un’occhiata di quelle giuste valesse più di mille parole. «Chi vi ha dato il permesso di mangiarvi tutti i KitKat, eh? Cosa credete, che un custode si nutra d’aria?»

I visitatori meno coraggiosi, quelli che in un primo momento si erano allontanati per evitare guai, si fecero avanti, spinti da una curiosità divertita e rassicurata dal fatto che quel pazzo non ce l’avesse con loro. Peccato che nemmeno questi fossero italiani; tedeschi, per l’esattezza, e anche piuttosto ben messi. Grazie a un barlume di lucidità, Martino Seghizzi rifletté sullo svantaggio numerico: aveva senso mettersi nei pasticci e rischiare pure di prenderle?

Non ci fu bisogno di rispondere, poiché la provvidenza pensò bene di visitare proprio quel museo in quel preciso istante e di incarnarsi, per l’occasione, nell’omino delle macchinette, ovvero il fattorino della Snack&Co il quale, con il volto interamente coperto dai caratteristici cartoni rossi e blu, esclamò: «Ciao, Martino! Indovina? Nuova fornitura di KitKat: due cartoni, solo perché sei tu». E perché, magari, la smetti di rompere. Ma questo lo pensò soltanto.

A quelle parole il custode si placò.

«Era ora», rispose come se niente fosse, e accompagnò il fattorino nella sala relax, guardandosi bene dal dargli una mano.

I giapponesi tirarono un sospiro di sollievo, i tedeschi si tranquillizzarono delusi e tutti tornarono alle loro occupazioni di turisti, mentre gli Stradivari, gli Amati e i Guarneri del Gesù, capolavori dell’arte liutaria cremonese, allentarono finalmente le loro corde.

Tutti tranne uno; ma questo, Martino Seghizzi, doveva ancora scoprirlo.

VENERDÌ

Ventisei ore prima

2

Il commissario Valentina Raffa aveva a che fare con la solita giornata noiosa tra scartoffie e stupide battutine da rispedire al mittente. Sempre le stesse da che aveva messo piede nel palazzo della Questura di Cremona, monotone e puntuali come le campane a mezzogiorno. In un venerdì qualunque avrebbe risposto con sbuffi e parole al vetriolo, ma non quello: finalmente, dopo tre anni di solitudine e stanche serate con le amiche, aveva un appuntamento.

Uscita da una lunga e assai penosa relazione sentimentale con un collega – un sottoposto, a dire la verità, e da qui tutti i problemi che avevano portato alla rottura –, si era assicurata già dal primo incontro casuale al mercato, davanti alla bancarella del fruttivendolo, che lui non facesse il suo stesso lavoro; di tutto aveva bisogno fuorché di un maschio pieno di testosterone e muscoli, con una pistola nella fondina, frustrato dall’obbligo di dover eseguire i suoi ordini.

Per sua fortuna, non era stato difficile, poiché l’oggetto del suo desiderio indossava un camice di cuoio marrone recante l’effigie di Stradivari, che poco spazio lasciava al dubbio e all’immaginazione. Ce ne fosse stato bisogno, ci aveva pensato il fruttivendolo a chiarire l’assunto apostrofandolo con il più classico dei «Liutaio dei miei maroni», tipico esempio di saluto affettuoso tra individui di sesso maschile in quel di Cremona. Che, poi, autoctono lo era soltanto l’ambulante. Il bel liutaio, uno spilungone dai capelli chiari come la paglia, arrivava dritto dal Paese dei tulipani e rispondeva al nome evocativo, ma non per lei, di Peter van Basten il quale, abbandonate le velleità calcistiche che in Olanda toccano più o meno a tutti, aveva deciso di imparare l’antica arte della costruzione degli strumenti ad arco. E quale miglior scuola dell’Istituto d’istruzione superiore Antonio Stradivari di Cremona?

Il commissario Raffa, che di arte ne aveva respirata ben poca – lei, figlia di un sergente dell’esercito italiano cresciuta tra regole ferree e traslochi, non aveva avuto tempo per quel genere di cose –, era stata attratta come il ferro da una calamita dal suo fascino surreale, goffo e ineffabile e, venendo meno alla rigida educazione e ai buoni propositi di fare a meno degli uomini per un bel po’, si era buttata.

Oddio, buttata: diciamo che aveva organizzato un piano perfetto di avvicinamento programmato; un appostamento, via. Scoperto dove si trovava la bottega, aveva preso a passarci davanti ogniqualvolta metteva piede fuori dalla Questura.

Va detto che da via dei Tribunali, sede di quest’ultima, e via Sicardo, dove lavorava Peter, non è ’sta gran distanza, ma nemmeno sono due passi; c’è da camminare, ecco, e bisogna passarci davanti apposta, soprattutto se la propria residenza si trova nella direzione opposta. A ogni modo, un po’ di moto non guasta mai.

E insomma, a forza di capitarci davanti con fare ostentatamente distratto e casuale, era accaduto l’inevitabile: un frontale in cui il povero liutaio aveva avuto la peggio. Caviglia slogata e corsa al pronto soccorso dove, complici le tre ore di attesa, i due avevano approfondito la conoscenza.

Bene, per nulla al mondo si sarebbe lasciata rovinare quella giornata, prodromo di un weekend al limite del fantastico: cenetta a lume di candela con Peter in un ristorante del centro – Il violino, e come poteva essere altrimenti –, concerto del quartetto d’archi Le quattro armonie al Teatro Ponchielli con 

una viola realizzata da lui medesimo e il famigerato violino Stradivari Conte de Fontana del 1702, per gentile concessione della Fondazione Stradivari e del museo omonimo, e infine… be’, spazio all’immaginazione.

Il sabato, nottata permettendo, sarebbe partita per Pienza, in Val d’Orcia, con delle vecchie amiche per un paio di giorni all’insegna del relax, della buona tavola e del buon vino. Equilibrio perfetto che nessuno avrebbe dovuto romperle, insieme alle palle che per una volta non le giravano già di prima mattina.

Era entrata in ufficio che non erano ancora le otto, il sole splendeva alto nel cielo d’aprile sgombro di nuvole e Valentina si sentiva felice. Sapeva bene che nel suo lavoro bastava un attimo a rovinare la giornata, ecco perché trasalì quando l’ispettore Davide Tranquillo bussò alla porta senza aspettare, come al solito, una risposta prima di entrare.

«Caffè?» Poi, letta l’espressione sul volto del suo superiore, aggiunse: «Siamo nervosi stamattina?»

«No, Tranquillo, sono solo stanca della gente maleducata.»

Il sarcasmo era lo stratagemma più utilizzato dal commissario per difendersi dalla curiosità altrui; e più la perspicacia dell’interlocutore si avvicinava alla verità e più lei diventava indisponente. Funzionava, sì, ma solo a fronte di una conoscenza superficiale; non certo quello che c’era tra lei e il suo fidato sottoposto, il quale non capì il senso della battuta, ma ne colse lo spirito e prese l’assai saggia decisione di non chiedere spiegazioni.

«Me lo bevo da solo, allora?»

«No, no, arrivo. Dammi un minuto per sistemare queste scartoffie, però», rispose il commissario Raffa. Aveva bisogno di riprendere il controllo sui propri nervi, si era ripromessa di tenere la vita sentimentale fuori da quella lavorativa. Nessuno, per il momento, doveva sapere.

Scartoffie? Ma se la scrivania era sgombra e tirata a lucido come ogni mattina! Come sopra, l’ispettore Tranquillo preferì tacere e aspettarla in corridoio. O si era alzata con la luna storta, o il suo capo si era innamorata.

L’autore

Marco Ghizzoni è cresciuto in un piccolo paese della provincia cremonese dove sua madre ha gestito un bar, crocevia di storie e personaggi da cui ha preso spunto la serie “Boscobasso” (Il cappello del maresciallo, I peccati della bocciofila e L’eredità del Fantini.)

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