venerdì, Ottobre 30, 2020
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“La famiglia al numero 13” di S.D. Monaghan edito da Newton Compton da oggi in libreria e on-line. Estratto

Sinossi

Tutti hanno dei segreti.

I loro sono molto pericolosi.
Mary è bella, ricca e incarna alla perfezione il ritratto di una donna felice. La sua splendida casa gode di una vista mozzafiato e il giardino è sempre in ordine. La sua vita sembra proprio perfetta. Ma dietro la porta di ingresso si nasconde una realtà molto diversa. Il marito, Andrew, le rivolge a stento la parola e trascorre le sue giornate da solo nel seminterrato, mentre suo nipote combatte con gravi disturbi del comportamento, che spesso provocano scatti d’ira imprevedibili. L’illusione di perfezione che Mary ha faticosamente costruito sta cominciando a sgretolarsi. Come se non bastasse qualcuno ha iniziato a inviarle messaggi anonimi, minacciando lei e la sua famiglia. E sembra conoscere i lati più nascosti della vita di Mary, quelli che lei si sforza di celare. Possibile che uno dei segreti dell’appartamento numero 13 sia in grado di mettere in serio pericolo lei e i suoi cari?
Ai primi posti delle classifiche in Inghilterra e negli Stati Uniti
«Incredibile! Mi ha completamente ipnotizzato fin dalle prime pagine.»
«Un titolo imperdibile per tutti gli amanti del thriller.»
«Colpi di scena a non finire e una conclusione magistrale.»

Estratto

Per Anne, lo spazio bianco in ogni pagina

Capitolo uno

Connor

Quel giorno

Il sangue continuava a uscire mentre un freddo vuoto e crudo s’insinuava nella ferita come un fantasma. Connor fissava il cadavere. Riconobbe quel viso, un viso che aveva imparato a conoscere anche troppo bene. Poi annuì, il corpo sotto shock e la mente rimasta lucida dicevano la stessa cosa: Sì, questo è ciò che un coltello fa alla carne. Afferrò il manico verde mimetico e osservò l’acciaio, poi abbassò lo sguardo sulla ferita, come se non riuscisse a credere che, nel giro di pochi istanti, un vecchio arnese come quello fosse riuscito a sfondare la gabbia toracica e raggiungere la colonna vertebrale. La lama scintillò per un attimo sotto il bagliore dei lampioni di St. Catherine’s Hill, prima di finire inghiottita dall’ombra degli alberi dove la macchia di sangue sembrava una pozza oleosa.

Connor sollevò delicatamente la testa, nella speranza di trovare un barlume di vita da confortare. E poi voleva guardare ancora un’ultima volta quel volto che gli era diventato così familiare. Doveva mantenere il peso in equilibrio, senza scuotere troppo il corpo, quasi si aspettasse davvero di riscontrare un lamento, un piagnucolio che gli desse speranza. Ma era 

consapevole anche che quello fosse il fardello più pesante che un uomo potesse sostenere. Una pozza di sangue denso come vernice aveva già invaso il vialetto, mentre più in là era schizzato ovunque, come un furioso quadro di Jackson Pollock.

Al piano superiore di una casa del vicinato, si aprì la finestra di una camera da letto e una donna si affacciò nella solita quiete di St Catherine’s Hill. Ci fu un momento di silenzio, nel quale il suo cervello processò con esattezza ciò che vedevano gli occhi: e poi iniziò a gridare, la penetrante e sgomenta consapevolezza di ciò che giaceva, crudelmente mutilato, sul vialetto del numero 13.

Connor sollevò lo sguardo e fece per urlare, ma ne emerse soltanto un bisbiglio: «No. Non sono stato io. Non so cos’è successo. Non c’ero». Nel panico crescente, un lampo gli attraversò i pensieri come un proiettile: Mi hanno incastrato. Fin dall’inizio. Adesso non mi crederà mai nessuno. Sono fottuto, completamente fottuto.

La donna gridò ancora per tutta St. Catherine’s Hill, stavolta formulando delle parole: «O mio Dio! Polizia. Chiamate la polizia!».

Connor guardò la strada oltre le due colonnine all’inizio del vialetto, sormontate dai pacchiani grifoni in pietra. Era questione di minuti, poi avrebbero sguinzagliato ogni pattuglia, ogni agente per trovarlo il prima possibile. Per forza. Si sa che quando qualcuno uccide e si sporca le mani di sangue, sprofonda in un baratro dell’esistenza in cui la vita non  vale granché. A quel punto strapparne qualche altra non fa più tanta differenza. Nei portici di qualche casa vicina si accese la luce. Il tempo era ormai agli sgoccioli.

Capitolo due

Mary

Tre giorni prima

Premo l’interruttore e le luci esterne si spengono. Il buio cala nel giardino, il prato diventa un lago scuro. Nel cielo brilla uno spicchio di luna così affilato che un uomo ci si potrebbe tagliare. Appoggiata alla ringhiera, mi sistemo al solito posto sul patio, almeno tre metri sopra gli altri cortili ben curati di St Catherine’s Hill.

Il mio riflesso si specchia nel vetro alle mie spalle. Ho un nuovo taglio di capelli: castano scuro, piuttosto corto, le punte leggermente più chiare mi donano un aspetto curato. Temevo di apparire troppo formale. Ma ho dovuto ricredermi: mi fa sembrare più sicura di me ma non arrogante, sobria ma non severa. Un’elegante quarantenne, tutt’altro che scialba. Quando ho chiesto a mio marito: «Allora?», Andrew mi ha osservata in silenzio, come se in un’ora avessi cambiato completamente aspetto e non sapesse che dire. Ma lentamente il viso si è illuminato nell’espressione che mi aspettavo. Mi ha detto che quel taglio mi dava dieci anni in meno, e dato che già prima ne dimostravo una trentina, la gente avrebbe finito per pensare che fossi sua figlia. Nelle rare occasioni in cui Andrew dice cose del genere mi fa sentire legata a lui come se fosse il mio re e io la sua guardia del corpo.

Adoro questo nuovo taglio.

Chiudo gli occhi e do inizio al rituale del mio momento preferito della giornata. Eccolo qui: lo scatto metallico del vecchio accendino di mio marito, seguito dalla profonda inalazione di fumo nei polmoni. Anche a occhi chiusi, percepisco la punta accesa. Quando vedo la gente fumare fuori dagli uffici, nelle macchine o davanti ai locali bloccando l’ingresso, mi sembra sempre un vizio compulsivo e sgradevole. Ma quando lo faccio io, di nascosto, una volta al giorno, in questo stesso punto poco prima di mezzanotte, a ogni tiro ho l’impressione di calarmi in un bagno perfetto.

Lascio cadere la cenere a terra, e mi perdo a guardare il retro della casa di Brona e Zachery oltre il giardino. I fiori sulla ringhiera insieme alle siepi e agli alberi in fondo al cortile mi nascondono. Meglio che una come Brona non venga a conoscenza del mio segreto. I segreti sono belli solo se restano tali.

Come al solito, ho una visuale perfetta di Brona che, una quindicina di metri più in là, passa di fronte alla finestra del salotto al primo piano e apre la porta scorrevole che affaccia sul patio. «Vedo tutto», mormoro come se fosse una buona cosa. Lo strano vaporizzatore di Brona si illumina di verde. Ma che senso ha? Il gusto di una cicca sta nel fatto che è pericolosa, proibita, nociva. Fa un tiro della sigaretta elettronica, fumandosi nient’altro che tecnologia, ed espira vapore denso nell’aria notturna. La sigaretta consumata mi brucia le dita e subito mi rendo conto di essermi aggrappata alla ringhiera del patio come se fosse quella di una nave che affonda. La spengo in uno di quei massicci vasi ornamentali.

Il telefono vibra, ma non rispondo. Tutti gli indizi puntano su una brutta notizia. A quest’ora della notte arrivano solo brutte notizie. In preda al terrore aspetto l’arrivo di un messaggio e alla fine il cellulare vibra di nuovo. Lo schermo è a qualche centimetro dal mio viso. Chiamo la segreteria e ascolto attentamente.

HAI UN NUOVO MESSAGGIO. IL MESSAGGIO È STATO LASCIATO ALLE ORE VENTITRÉ E CINQUANTUNO MINUTI.

Una voce femminile, educata ma pressante, comincia a parlare. Sembra una registrazione dei tempi della guerra più che una comunicazione di pochi minuti fa. Dal tono sembra quasi che abbia paura che un soldato possa sentirla: cosa che, a dire il vero, è perfettamente plausibile, considerato dove si trova mia sorella.

«Mary, sono Emer. Insomma, tu credi che il tempo cancelli tutte le colpe. Ti sei convinta che confinando nel passato la scelta che hai fatto – la tua sporca scelta – sarà più semplice conviverci. Forse speri che un giorno riuscirai a convincerti di non aver mai fatto niente. Che non sia mai successo niente. Sei mia sorella maggiore, Mary. Avevi delle responsabilità. Haidelle responsabilità. È colpa tua. Sono qui per colpa tua».

Emer fa una breve pausa per placare il respiro affannato dal turbinio di parole.

«Lui non doveva esistere. È proprio qui che ho sbagliato. Provando a nascondere la verità. Provando a ignorarla. A fingere che non provassi nulla. Lui non doveva esistere».

A mia sorella piace parlare dei propri sentimenti, cosa comprensibile quando i “sentimenti” sono l’unico argomento di cui ti parla la gente importante, l’unica cosa capace di tirarti fuori dal tuo inferno personale e trascinarti nel mondo reale. È più forte di lei, Emer non può non essere egocentrica. Anche se sono felice che abbia scelto di aggrapparsi proprio a me. Abbiamo così tanto in comune, così tanta storia condivisa. Voglio aiutarla di più. Devo. Solo che ancora non so come.

«Mary… c’è dell’altro. Una cosa nuova, una cosa che non ti ho mai detto».

Ne dubito.

«Mary… vorrei che ci fossi tu qui, al posto mio».

Questa sì che è nuova.

«È più forte di me, Mary. Oggi e in qualche altra occasione… ultimamente… ti odio».

Il cellulare si allontana di qualche centimetro dal mio orecchio.

«È così, ti odio. E ce l’ho con te. Io… ti guardo e divento piccola.

Sono piccola. Tu mi fai sentire così. E devo crescere adesso. Ma avrai mie notizie. Molto presto. Te ne accorgerai».

Salvo il messaggio, che si aggiunge alle altre ventidue missive dal fronte mandate da Emer. Andrew non ne sa nulla. Non posso dirglielo. In quanto ex soldato, è un uomo molto protettivo – soprattutto per quanto riguarda questa faccenda. Passa subito all’azione. Non conosce altri modi. Ma questa situazione non richiede azione. Non ancora.

Per Brona è ora di andare a letto, già da un po’. Le luci nel suo salotto si spengono, oscurando il mio giardino con una spruzzata d’inchiostro color ebano. Da quando mi sono licenziata dall’agenzia di viaggi, questo giardino è diventato la mia ragion d’essere: il mio progetto infinito. È come avere la campagna nella casa di città: un cortile di dimensioni gestibili, ma abbastanza grande da risvegliare il mio pollice verde. Sono laureata in letteratura e non in botanica, ma tutto ciò che so – ogni conoscenza accademica che ora possiedo – riguarda gli alberi, i cespugli e i fiori. Questo giardino mi rende consapevole della natura: le lussureggianti e rigogliose esplosioni di nascita e rinascita, in un ciclo continuo, di stagione in stagione.

C’è un rumore improvviso nell’oscurità del giardino di sotto. Si fa subito più forte: è come il suono sordo di un pugno che colpisce ripetutamente della carne umidiccia. Aguzzo gli occhi nel buio. Quel suono raccapricciante mi spaventa. So che non c’è un animale là sotto. 

So esattamente che cos’è. Consapevole di quanto sta per accadere, mi sorprende l’idea che avrei davvero potuto girare i tacchi e andarmene.

«O Dio santo», mi ritrovo a bisbigliare. «No, non di nuovo…».

L’ autore

S.D. Monaghan, è cresciuto a Dublino, ma ha sempre viaggiato per il mondo. Dopo due anni trascorsi in Thailandia a insegnare inglese, è tornato in Irlanda e si è laureato in psicologia. Ha vissuto in Canada per quattro anni e ha studiato sceneggiatura a Toronto, per poi conseguire un master in scrittura creativa a Dublino. La famiglia al numero 13 è il suo primo libro pubblicato dalla Newton Compton.

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