“Due chiacchiere con lo scrittore” in compagnia dell’autore Enrico Losso

“Due chiacchiere con lo scrittore” in compagnia dell’autore Enrico Losso

Enrico Losso è nato a Vittorio Veneto nel 1974 e abita a Ferrara. Lavora come impiegato amministrativo all’Università di Bologna, dunque fa parte della grande famiglia dei pendolari, dedita all’osservazione della gente nei vagoni dei treni. Ama il pastello blu cobalto quando deve disegnare per sua figlia, il numero 27 e i film diqualsiasi genere, purché lo facciano sognare. Legge molto, ogni tanto sottolinea. Appassionato di storia, è affascinato dagli errori che l’uomo, ciclicamente, continua a commettere. Il suo sogno di evasione è una camminata, lenta, su un sentiero di montagna. Dove si nascondono le rondini è il suo romanzo d’esordio.

Ciao Enrico, benvenuto a “Due chiacchiere con lo scrittore”
Per cominciare parliamo un po’ di te.

  • Chi è Enrico nella vita di tutti i giorni?

È un uomo che si sta avvicinando al “mezzo del cammin di nostra vita”, ma, sostanzialmente, rimane sempre un tredicenne che si entusiasma nell’incontro con una persona interessante, nel vedere crescere la propria figlia (ha cinque anni), nel tenere per mano la moglie in una passeggiata sulla spiaggia o su un sentiero di montagna. E che, soprattutto, ha due passioni: leggere (un po’ di tutto, da Buzzati a Ammaniti, da McCharty a un graphic novel) e scrivere.

  • Da dove nasce la tua passione per la scrittura?

Ho da sempre provato un particolare piacere per lo scrivere, (ricordo i romanzetti che scrivevo da ragazzino e che facevo leggere ai parenti per avere una mancetta), ma ho iniziato a farlo in maniera più strutturata poco più di una decina di anni fa, partecipando al Laboratorio di Scrittura Walter Tobagi a Mestre. Qualche anno fa ho partecipato alla scuola di scrittura Palomar di Rovigo (fondata e diretta da Mattia Signorini). È qui che ho trovato un gruppo di amici eccezionale (con cui ci sentiamo tuttora) e dove è nato il romanzo “Dove si nascondono le rondini”, edito quest’anno da Garzanti.

  • Hai un luogo o una stanza dove preferisci scrivere?

Scrivo un po’ dove capita, ma principalmente sul piccolo scrittoio che ho in camera. Cerco di essere sempre vicino alla mia libreria, perché ho bisogno di fermarmi, ogni tanto, e di rileggere qualche passo di un autore o di un romanzo che mi ha colpito. Ad esempio: sto scrivendo di un bosco e mi viene in mente come quel tale autore in quel tale romanzo ha parlato del bosco. E corro e rileggermi il passo.

  • Esiste un libro che ha avuto una grande influenza nella tua vita? C’è uno scrittore che consideri il tuo mentore?

Leggo un po’ di tutto, sono tanti gli autori che ho amato e che amo tuttora (infatuazioni, rapporti più solidi, talvolta rotture). Se penso a degli autori che ho molto amato, mi vengono in mente: quando ero un adolescente Mino Milani (che ci ha lasciati da poco) e la sua formidabile saga del cowboy Tommy River. In seguito Dino Buzzati, dai “Sessanta racconti” al “Deserto dei Tartari”. Una passione travolgente e più recente è per Cormac McCarthy, da “La strada” a “Non è un paese per vecchi”.

  • Com’è nata l’idea del tuo romanzo d’esordio “Dove si nascondono le rondini?”

L’idea-madre è nata per caso, guardando il film “Un mondo perfetto” del 1993, diretto da Clint Eastwood che ha come protagonista Kevin Costner. Mi è subito parso affascinante l’incontro (e la successiva amicizia) fra due persone molto diverse fra loro per carattere, storia pregressa e modo di pensare.  Per la mia storia mi sono venuti in mente un ragazzino tredicenne un po’ sfigato di provincia (Lamberto) e una brigatista romana trentenne (Irene). Tutto è nato da lì.

  • I personaggi che hai descritto prendono spunto da persone reali o li hai inventati?

Qualcosa di autobiografico si pesca sempre nello scrivere un romanzo: impressioni, caratteristiche di un vecchio compagno, scorci di un paesaggio. In Lamberto qualcosa di me tredicenne c’è, ma una piccola parte. Irene è più “inventata”. Per il nonno di Lamberto mi sono ispirato al mio di nonno, per cui avevo un’adorazione. Un maestro elementare in pensione che era stato prigioniero durante la seconda guerra mondiale e che amava disegnare e lavorare il legno. Per i genitori di Lamberto ho pescato nei ricordi di genitori dei miei coetanei.

  • Cosa ci puoi raccontare del tuo romanzo?

In due parole (per non spoilerare troppo): la vicenda si svolge nel 1983 e lo scenario è il paese di San Barbaso, un paese inventato ma che ricalca (ridotto nelle dimensioni) Vittorio Veneto, la cittadina in provincia di Treviso di cui sono originario e in cui ho vissuto fino ai trent’anni. Narra l’incontro fra un tredicenne, Lamberto e una brigatista rossa, Irene. Tra i due nasce un’amicizia trasversale, al di là di ogni logica, fino ad un finale inatteso.

Ho scelto una brigatista rossa perché il periodo degli “anni di piombo” mi ha sempre affascinato: è un periodo di fermenti, ideologie, estremismi e sangue che ha caratterizzato gli anni settanta/ottanta dell’Italia. Sono un grande appassionato di storia e divoratore di saggi storici e mi è parso “naturale” inserire un elemento storico nel mio romanzo. L’idea che una brigatista cercasse di “infondere” i suoi ideali in un ragazzino “sfigato” di provincia, bullizzato dai suoi coetanei mi è parsa da subito molto buona.

  • Il punto di forza del tuo romanzo?

Secondo me, sono due: la sincerità nella scrittura con cui ho messo a nudo i sentimenti dei due protagonisti e il richiamo al periodo storico che spero possa essere uno stimolo per tanti per saperne di più.

  • Avresti mai pensato di vedere un giorno il tuo libro pubblicato?

Ci ho sperato, ho lottato, ho messo tutto me stesso per realizzare questo sogno. In qualche momento ha prevalso lo sconforto, ma alla fine è stata gioia pura.

  • Una citazione del tuo romanzo…

[Scelgo un dialogo:]

Irene strappò una pratolina e se la rigirò un po’ fra le dita, im­mersa in qualche pensiero; poi puntò il fiore su di lui e si mise a parlare con voce sommessa: «Da quando ti ho cono­sciuto mi sembra di dover ripensare a tutto».
«A tutto cosa?»
«A tutta la mia vita. Non avrei mai immaginato che que­sto sarebbe stato un fatto positivo.»
«Ti metto in testa dei dubbi?»
«Sì.»
«È buffo.»
«Che cosa?»
«Tu invece me li togli.»

J: Grazie mille per il tuo tempo.
Complimenti per il libro.

E: Grazie di cuore a te.
Un abbraccio, Enrico

Il libro

TRAMA

Lamberto odia giocare a nascondino e le case abbandonate. Ma è sicuro che i suoi compagni si siano nascosti lì. Quando però si gira chi si trova davanti non è uno di loro. Chi si trova davanti è una donna che stringe in mano una pistola. Lamberto e Irene si incontrano così. Lui è un ragazzino impacciato e timido che trova le risposte giuste alle prese in giro unicamente quando è solo nella stanza con i suoi disegni. Lei ha dedicato tutta la sua vita a una causa che è più importante di tutto: le brigate rosse. Lamberto sa chi sono i brigatisti ma tutto quello che conosce arriva dai racconti del padre carabiniere. Quindi Irene può essere molto pericolosa. Dovrebbe denunciarla, ne è certo. Ma a mano a mano che si conoscono, Lamberto scopre di sentirsi più forte e più sicuro. Perché Irene gli insegna che bisogna dire sempre quello che si pensa senza paura, bisogna credere in se stessi e ribellarsi contro chi vuole decidere al posto nostro. Mentre Lamberto le trasmette un dubbio che nella donna non era mai affiorato: se l’aver sacrificato ogni cosa per cambiare il mondo sia stata la scelta giusta, se non era possibile modificare il sistema diversamente. Se, soprattutto, quel segreto che non ha mai detto a nessuno poteva cambiare tutto. Sono diversi Lamberto e Irene come l’ingenuità e la disillusione. Ma sono più simili che mai. Fino al giorno in cui accade qualcosa che nessuno dei due potrà mai più dimenticare. Qualcosa che li farà scontrare con la realtà più vera. Perché non si vive di sole parole, anche se sono loro che fanno crescere e diventare chi vogliamo essere.

Per leggere la recensione https://www.librichepassione.it/recensione-dove-si-nascondono-le-rondini-di-enrico-losso/

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