“Auschwitz blocco 10” di Magda Hellinger e Maya Lee con David Brewster

“Auschwitz blocco 10” di Magda Hellinger e Maya Lee con David Brewster

Una storia vera
Nel marzo 1942 Magda, una maestra d’asilo di venticinque anni, viene deportata ad Auschwitz insieme a un altro migliaio di donne: sono tra le prime ebree a essere rinchiuse nel campo.

Qui, i nazisti hanno l’abitudine di designare una prigioniera come responsabile di tutte le altre, e Magda viene spesso scelta per questo ruolo. La sua vita nel campo prosegue quindi sul costante filo del pericolo: sfrutta in tutti i modi la sua posizione per aiutare le altre prigioniere, rischiando ogni volta di essere scoperta e giustiziata dai soldati. Basato sulla testimonianza della stessa Magda e su estese ricerche, questo libro ricostruisce un incredibile racconto di resilienza, bontà e misericordia: la prova che la parte migliore dell’animo umano può resistere anche in mezzo alle condizioni più atroci.
L’incredibile testimonianza della sopravvissuta che salvò centinaia di ebree dagli esperimenti medici nel famigerato Blocco 10 di Auschwitz
«Un libro che fa riflettere, una lettura imperdibile per chiunque sia interessato alla storia dell’Olocausto.»
«Le storie delle persone come Magda, che sono state costrette a prendere decisioni impensabili, sono state taciute troppo a lungo.»
«Un libro che fornisce rare e importanti informazioni sulla vita quotidiana e sull’infernale organizzazione all’interno dei campi di concentramento.»
Magda Hellinger

È stata deportata ad Auschwitz dalla Slovacchia nel marzo 1942, all’età di venticinque anni. È una delle poche persone che riuscirono a sopravvivere per oltre tre anni alle terribili condizioni del campo. Durante la sua permanenza ad Auschwitz-Birkenau si ritrovò a ricoprire diversi ruoli di responsabilità, agli ordini diretti delle SS, riuscendo ad approfittarne per salvare centinaia di vite.
Maya Lee

È la figlia di Magda Hellinger. È una stimata imprenditrice e gestisce numerose organizzazioni no profit. Dopo aver curato la biografia del marito di Magda, un sopravvissuto all’Olocausto, ha spinto anche sua madre a raccontare la propria storia, integrandola con approfondite ricerche storiche. Auschwitz Blocco 10 è il risultato di questi sforzi.
David Brewster

Vive a Melbourne, è uno scrittore freelance. Ha collaborato con diversi autori per portare alla pubblicazione le loro memorie e testimonianze.

In ricordo di mia madre, Magda Hellinger Blau.
Questa è la storia che ha sempre voluto raccontare.

Introduzione

In pochi possono capire che cosa significasse essere un prigioniero ad Auschwitz-Birkenau, forse soltanto chi l’ha vissuto. Ancora meno persone possono comprendere che cosa volesse dire vedersi attribuire il ruolo di funzionario all’interno del campo di concentramento. In questa posizione, a patto di possedere coraggio e astuzia, potevi salvare delle vite, pur non avendo alcun potere di arrestare il massacro continuo che avveniva attorno a te. Vivevi nella consapevolezza che in qualsiasi momento rischiavi di essere ucciso da una guardia annoiata o di malumore, che riteneva fossi stato troppo clemente con i prigionieri quando invece stavi solo cercando di essere umano.

Mia madre, Magda Hellinger Blau, è stata una prigioniera funzionaria. Quando era ancora in vita, però, solo una piccola parte dei familiari e degli amici conosceva la sua storia.

Mia madre è sempre stata una figura impenetrabile. Nonostante tutto quello che aveva passato, era diversa dalla maggior parte dei sopravvissuti all’Olocausto, che per il resto della vita si sono portati addosso le cicatrici lasciate dall’esperienza del campo. Magda era ottimista, industriosa e proiettata verso il futuro. Quando io e mia sorella eravamo piccole, ogni tanto ci raccontava aneddoti sui campi di concentramento e sul particolare ruolo che aveva ricoperto con la stessa tranquillità con cui una madre avrebbe potuto rievocare l’infanzia passata in una fattoria. Noi non potevamo capire. A un certo punto alzavamo gli occhi al cielo e le dicevamo: «Basta, mamma».

Alla fine, senza farne parola con nessuno, si è messa a scrivere la sua storia. Ha assunto un ragazzo per battere il manoscritto a macchina e solo allora ci ha concesso di leggerlo. Non era particolarmente interessata al nostro parere o a rispondere alle nostre domande. Nel 2003, all’età di ottantasette anni, ha portato il fascicolo in tipografia e ha fatto stampare un libriccino. Ha organizzato una presentazione e ha venduto un po’ di copie, destinando il ricavato a un’associazione benefica di cui faceva parte. E così è finita.

Negli ultimi anni della sua vita, Magda era restia a parlare della sua storia o dell’Olocausto in generale. Sebbene ci fosse ancora molto da raccontare, ormai era stanca e desiderava soltanto lasciarsi alle spalle quell’incubo. Era come se l’atto di imprimere su carta la sua esperienza l’avesse liberata da quel trauma profondo e bruciante, rendendola di nuovo la madre che avevo sempre conosciuto, la donna decisa che guardava avanti.

Solo dopo la morte di Magda, avvenuta poco prima del suo novantesimo compleanno, ho cominciato a rendermi conto di quanto la sua storia fosse ricca e complessa. Fra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta aveva fornito testimonianze audio e video allo Yad Vashem, l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Gerusalemme, al Jewish Holocaust Centre di Melbourne e, qualche tempo dopo, alla Shoah Foundation istituita dal regista Steven Spielberg. L’avevano intervistata per ore, ma lei non ce ne aveva parlato granché. Guardando e ascoltando le registrazioni, mi sono accorta che nella fretta di pubblicare il suo libro mia madre aveva omesso molti particolari. Inoltre non aveva citato nessuna testimonianza di prima mano a sostegno della sua storia, nemmeno quelle delle tante donne a cui aveva salvato la vita raggirando abilmente i nazisti. Ho capito che mia madre, nelle sue memorie, aveva raccontato soltanto un pezzetto della storia.

Negli anni successivi il mio interesse è cresciuto e mi sono impegnata a comprendere meglio ciò che Magda e le sue compagne avevano vissuto. Così facendo ho scoperto la storia unica e sorprendente di una donna che aveva avuto il privilegio di osservare da vicino i crimini, le bugie e gli inganni dell’organizzazione paramilitare nazista delle SS (Schutzstaffel), riuscendo a trovare in sé stessa la forza di innalzarsi al di sopra della crudeltà e dell’orrore del più noto campo di concentramento nazista. Non soltanto era riuscita a sopravvivere per tre anni e mezzo in quell’inferno, ma aveva anche salvato centinaia di prigioniere.

Non è stato scritto molto sulle persone come Magda, che per volere delle SS oltre a essere imprigionate nel campo di sterminio ricoprivano ruoli di responsabilità. Gli scrittori tendono a concentrarsi sulla figura dei kapò, prigionieri a capo di un Kommando, ossia una squadra di lavoro. I kapò erano per la maggior parte detenuti tedeschi, di solito criminali incalliti che avevano fama di essere particolarmente spietati. Purtroppo era opinione diffusa che anche i prigionieri funzionari fossero fatti della stessa pasta. Talvolta Magda è stata giudicata ingiustamente da altri sopravvissuti soltanto a causa del ruolo che aveva ricoperto. La maggior parte delle accuse mosse ai funzionari era basata su dicerie. Nei primi anni che seguirono l’Olocausto, gli ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio, spinti dal bisogno di trovare dei colpevoli, puntarono il dito su chi aveva svolto questo tipo di incarichi. Molti, Magda compresa, furono incolpati di aver collaborato con i nazisti. A causa di questo clima di accuse, la maggior parte di coloro che avevano ricoperto il ruolo di funzionario ha preferito tenerlo nascosto per non attirarsi addosso le ire degli altri ebrei.

Giudicare con durezza significa non voler vedere che, ogni volta che si sono esposti per salvare la vita di un internato, Magda e gli altri prigionieri funzionari hanno messo in pericolo la propria. Le loro storie meritano di essere raccontate.

Magda non ha mai ricercato la gratitudine delle persone che aveva salvato, voleva semplicemente che le fosse riconosciuto di aver fatto tutto ciò che in quel momento tragico era in suo potere. Inoltre, come tanti altri sopravvissuti, voleva rivolgersi a chi negava l’Olocausto. «Spesso ho desiderato avere l’opportunità di chiedere a queste persone perché negano il mio dolore e screditano la mia vita, assieme a quella di altri milioni di persone. Perché dovremmo essere costretti a sentire certi discorsi? Non abbiamo sofferto abbastanza?». E, ovviamente, voleva fare in modo che una simile tragedia non dovesse mai ripetersi.

Mi rivolgo a voi, genitori, maestri, professori, scienziati, sacerdoti, rabbini. Fate conoscere ai bambini e all’opinione pubblica i crimini perpetrati dal regime nazista ai danni di ogni nazione, non solo del popolo ebraico. Non posso cancellare ciò che è stato fatto a me e a tante altre persone. Il tormento, gli incubi mi tengono sveglia ogni sera, quando provo a chiudere gli occhi. Voglio raccontare la mia storia per far sì che persone come voi si convincano a fare il possibile per evitare che la radice del male trovi in futuro un terreno su cui attecchire.

Magda ha scritto la sua storia così come la ricordava. I singoli eventi, i rapporti che intratteneva con le SS e le altre prigioniere erano ancora vividi nella sua mente. Nel raccontarla una seconda volta, componendo un affresco della vita ad Auschwitz-Birkenau negli anni del suo internamento, ho tentato di restare fedele ai suoi racconti e allo stesso tempo aggiungere dettagli che potessero renderli esaustivi e insieme veritieri. Oltre agli scritti e alle testimonianze registrate da Magda, ho attinto dalle storie dei sopravvissuti che l’hanno conosciuta e di coloro che rivestivano incarichi simili al suo, nonché dalle opere di diversi studiosi. Quando la “verità” si faceva sfuggente, come spesso accade in vicende di questo genere, ho lasciato che fosse Magda a raccontarla nel modo in cui la ricordava, come aveva sempre fatto. Mi riferisco in particolare alle interazioni fra i personaggi: i dialoghi sono stati riportati così come Magda li aveva scritti o riportati nelle sue testimonianze, e gli interventi sono stati apportati soltanto in caso di necessità, per maggiore chiarezza.

In conclusione, vorrei condividere l’estratto di una lettera aperta scritta dalla dottoressa Gisella Perl, sopravvissuta di Auschwitz. Il testo uscì sul giornale in lingua ungherese di Tel Aviv «Új Kelet» il 28 luglio 1953, con il titolo Magda, la Lagerälteste del Campo C. Perl era una ginecologa ebrea rumena che fu deportata assieme alla sua famiglia nel 1944 e in seguito pubblicò un libro di memorie dal titolo I Was a Doctor in Auschwitz. La lettera è stata scritta poco dopo un incontro casuale fra la dottoressa Perl e Magda Hellinger avvenuto in Israele.

Ci trovavamo ad Auschwitz-Birkenau da poche settimane. All’epoca potevo fare soltanto supposizioni, adesso lo so per certo. Allora, che portassimo o meno un numero addosso, umiliati, ridotti a bestie, non avevamo la minima idea, non capivamo che cosa stesse accadendo in quel luogo. Qual era la verità? Dove stava l’inganno? A chi dovevamo credere? Chi dirigeva quell’inferno? Quali norme e regolamenti reggevano le sorti di ogni minuto e ora?

Non lo sapevamo. Io non lo sapevo.

Ero prigioniera da sei settimane. Durante l’appello, scalza e vestita di stracci, mi guardavo intorno. Osservavo. All’interno del campo alcune prigioniere svolgevano mansioni precise, e una in particolare veniva chiamata Lagerälteste.

Iniziai a osservarla. La vedevo con gli occhi di medico, di psicologa. Sul volto severo, sotto quell’espressione dura che si sforzava di assumere, vedevo la paura nei suoi occhi, le sue dita tremanti, le vene del collo che pulsavano di terrore quando le prigioniere sfilavano davanti a una guardia delle SS.

«Chi è quella donna?», chiesi.

Una sera mi recai a parlare con la Lagerälteste, che si chiamava Magda.

«Chi è lei?», mi domandò. «E che cosa vuole?»

«Sono una dottoressa. Mi serve un paio di scarpe e vorrei parlare con lei», le dissi trepidante, tenendo gli occhi bassi.

«Venga, si sieda. Le farò portare un paio di scarpe, ma prima voglio parlare, perché ho capito di avere davanti a me una persona intelligente».

Parlando, Magda mi svelò le complesse e spietate leggi che vigevano nell’infernale campo di Auschwitz-Birkenau. Mi rivelò l’orrore delle camere a gas, dei forni crematori, degli esperimenti compiuti nel Blocco 10, del “comando punitivo” e di altre istituzioni. A distanza di dieci anni, penso che la gente non potesse immaginare che cosa stava accadendo. Non poteva sapere che i nazisti stavano sterminando centinaia di polacchi e milioni di ebrei in quel modo sadico.

Magda parlava bisbigliando e il suo volto cambiava di minuto in minuto. Al posto dell’espressione dura, sul viso bagnato dalle lacrime spuntarono profondi solchi.

«Scelgono alcune persone fra noi – a caso, senza nessuna logica – e assegnano dei ruoli di comando, obbligandoli a fare da tramite fra gli assassini e le vittime. Perché? A quale scopo? Non lo sappiamo. Sappiamo soltanto che siamo responsabili. Siamo responsabili di qualsiasi cosa non piaccia alle SS. Mi creda, non è affatto facile».

Continuò a parlare con il capo chino.

«Lei è una dottoressa. Stia attenta! Non dimentichi che è una dottoressa. Stia attenta e non lo dimentichi. Qualsiasi cosa dicano i tedeschi, è una bugia. Nasconde sempre un fine malvagio. Ecco le sue scarpe. Torni a trovarmi, così potremo parlare. Possiamo essere di enorme aiuto a queste donne».

Questo fu il mio primo incontro con Magda. Con le sue parole mi fece conoscere l’orrore che stavamo vivendo. Ho continuato a guardarla per un anno, e per un anno mi sono dispiaciuta per lei. Ogni volta che sorgeva un problema andavo da Magda, che immancabilmente mi aiutava.

Ne ero consapevole già allora come adesso: essere una Lagerälteste era un destino amaro, tenere assieme fra i trentamila e i quarantamila esseri umani ridotti alla stregua di animali, assicurare l’ordine e al tempo stesso eseguire i diabolici comandi dei supervisori delle SS

La nostra Lagerälteste, la nostra Magda, era una persona giusta. Lottava come una persona giusta. Ringrazio la provvidenza di averci mandato una persona così, una persona che aveva fede nel fatto che un giorno saremmo tornati esseri umani. Una persona che, in ogni luogo e in qualsiasi situazione, ci ha aiutato, ci ha difeso e salvato, a volte con durezza, altre con un sorriso o un’espressione accigliata.

Con la mia testimonianza vorrei ripagare il debito di gratitudine che ho nei suoi confronti, anche a nome dei tantissimi prigionieri a cui Magda, la Lagerälteste di Auschwitz-Birkenau, ha rivolto un gesto di gentilezza.

Spero che la storia di Magda sia d’ispirazione al mondo intero, un mondo in cui, anche nelle condizioni più difficili, tremende e disumane, la parte migliore dell’essere umano può trionfare e sopravvivere.

Maya Lee

Prima parte
La storia di Magda

1

Le origini

Mi trovavo in una limousine nera tirata a lucido. Accanto a me sedeva Josef Kramer, Hauptsturmführer delle SS nonché comandante del campo di concentramento nazista di Auschwitz-Birkenau, vestito con l’uniforme grigioverde delle SS completa del berretto con il Totenkopf (testa di morto), l’inquietante simbolo della formazione, rappresentato da un teschio con le tibie incrociate.

Era il maggio 1944.

Kramer era da poco arrivato a Birkenau, ma la sua fama l’aveva preceduto: era uno dei comandanti più famigerati delle SS. Era un uomo imponente, alto più di un metro e ottanta, con due mani enormi. Si vociferava che con quelle mani avesse ucciso più di un prigioniero. Nei due mesi seguenti avrebbe monitorato l’arrivo di quasi quattrocentotrentamila ebrei ungheresi stipati all’interno di lunghi treni. Avrebbe diretto l’uccisione nelle camere a gas di circa tre quarti di loro, subito dopo l’arrivo. In questo arco di tempo la popolazione di Auschwitz, e così anche il numero delle vittime, avrebbero raggiunto il loro apice. Su circa un milione di prigionieri uccisi all’interno del complesso di Auschwitz durante la seconda guerra mondiale, quasi metà di loro morì nel breve periodo sotto il comando di Kramer.

Io ero una prigioniera. Ero sopravvissuta per più di due anni nei campi che componevano il complesso di Auschwitz. Avevo patito la fame e le malattie, i maltrattamenti, le punizioni corporali. Avevo rischiato di finire nella camera a gas per lo meno tre volte. Sul braccio sinistro avevo tatuato il numero 2318 (dreiundzwanzig achtzehn in tedesco), che la maggior parte delle guardie delle SS usava per rivolgersi a me. Tuttavia, rientravo fra i pochissimi prigionieri che Kramer e alcuni dirigenti chiamavano per nome.

L’auto di Kramer percorse il breve tratto che ci separava dal nuovo blocco, appena costruito, che sarebbe stato denominato Campo C. Ufficialmente, era il Settore B-II-c. La vettura si fermò davanti al cancello d’ingresso e scendemmo. Davanti a me si stendevano due schiere parallele di costruzioni di legno simili a baracche, circondate da un alto recinto di filo spinato carico di corrente elettrica. Un campo in tutto e per tutto simile a quelli che lo affiancavano su entrambi i lati. Le sinistre file di edifici sembravano non avere mai fine.

Kramer mi guardò. «Sarai la Lagerälteste del Campo C».

Lagerälteste. L’anziana, la responsabile del settore. Il vertice della bizzarra gerarchia dei prigionieri funzionari. Ero stata scelta, senza ovviamente avere voce in capitolo, per gestire le trentamila donne che sarebbero giunte a breve ad Auschwitz. Ogni baracca avrebbe potuto comodamente ospitare quaranta cavalli, invece vi sarebbero state stipate circa mille prigioniere. Avrei dovuto assicurarmi, tra le altre cose, che tutte le donne si riunissero davanti all’edificio ogni mattina prima dell’alba e nel tardo pomeriggio, si disponessero su cinque file ordinate e rimanessero in attesa, talvolta per ore, del consueto Zählappell. Al primo incidente o comportamento sbagliato, o se una prigioniera non si fosse presentata all’appello, la Lagerführerin Irma Grese o una delle sue guardie avrebbero incolpato me. Un ufficiale delle SS ubriaco o di cattivo umore avrebbe potuto mandarmi alla camera a gas in qualsiasi momento, semplicemente perché gli era passato per la testa. Se non avessi curato l’igiene, se si fosse diffusa qualche malattia all’interno del mio settore, sarei potuta finire, assieme alle trentamila prigioniere del Campo C, su per la ciminiera del forno crematorio.

Posai uno sguardo freddo sul complesso di edifici, socchiudendo gli occhi irritati dal fumo acre che riempiva l’aria, proveniente dagli alti camini di mattoni rossi visibili in lontananza. Quella era la maschera che mostravo a Kramer. Dentro di me, invece, si agitava una tempesta di emozioni, quelle stesse emozioni che avevo provato ogni giorno negli ultimi due anni, ancora più amplificate. Paura. La fedele compagna di vita di ogni prigioniero. Orrore per le migliaia di vite che sarebbero andate perdute senza che potessi farci niente. E determinazione a portare avanti quella che consideravo la mia missione, ossia salvare il maggior numero di persone possibile, senza curarmi di nient’altro.

Uno dei miei primi ricordi è quello di un incontro con un uomo in uniforme. Forse la scena che rammento è frutto di una ricostruzione basata su ciò che mi hanno raccontato, visto che all’epoca avevo solo tre anni. Ma ricordo benissimo il vestitino rosso acceso che, con l’ostinazione di una bambina di quell’età, volevo indossare a tutti i costi ignorando il trambusto che proveniva dall’appartamento del vicino. Non ci sarebbe stato niente di male, se in quel periodo non fosse stato pericoloso mischiare l’ebraismo con il colore rosso.

Era il 1919 ed erano trascorsi due anni da quando i bolscevichi avevano conquistato il potere in Russia innalzando la loro bandiera rossa. La Repubblica cecoslovacca, nata solo l’anno precedente dalla dissoluzione dell’Impero austroungarico al termine del primo conflitto mondiale, si prefiggeva di rovesciare i bolscevichi assieme ad alcuni alleati. Mentre il sentimento anticomunista cresceva, in gran parte dell’Europa si dava la caccia ai presunti simpatizzanti del regime sovietico. Si stava facendo strada una teoria secondo cui la Rivoluzione russa era un complotto ebraico, e perciò molti ebrei erano stati ritenuti colpevoli di tale “crimine”.

Nella nostra cittadina, Michalovce, situata all’estremità orientale del paese, si vociferava che volessero procedere alla fucilazione di tutti gli ebrei in quanto comunisti. Un gruppo di nostri concittadini si era rivolto al vicino, il signor Elefant, un signore molto in vista, chiedendogli protezione. Il signor Elefant aveva acconsentito a nasconderli, tuttavia, quando le sue posizioni erano divenute note ai piani alti, gli era stato ordinato di consegnare gli ebrei. Al suo rifiuto, alcuni funzionari avevano fatto irruzione a casa sua per radunare tutte le persone che teneva nascoste, portarle fuori e allinearle davanti a un muro per la fucilazione.

Intanto, a casa nostra, anch’io ero rimasta ferma sulle mie posizioni e alla fine mia madre, forse distratta dai rumori che provenivano dall’appartamento accanto, si era arresa e mi aveva lasciato indossare il mio vestito preferito. Qualche attimo dopo, uno dei funzionari piombò in casa nostra alla ricerca di altri ebrei comunisti, e la prima cosa che vide fu il rosso del mio abitino. Un attimo dopo arrivò anche il signor Elefant, che lo stava implorando di non giustiziare il gruppetto di ebrei.

I bottoni lustri e i distintivi sull’uniforme catturarono subito la mia attenzione. Ignara della paura che regnava nella stanza, tesi le braccia verso il funzionario, che non si tirò indietro e mi prese in braccio. Mi misi a chiacchierare, giocando con i bottoni della sua giacca e toccandogli il viso serio…

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