“Villa ventosa” di Anne Fine

I numerosi lettori di «Lo diciamo a Liddy?» sanno che nessuno più di Anne Fine ha la sovrana capacità di raccontare i legami familiari, soprattutto nei loro aspetti sordidi e inconfessabili. Questa volta al centro non c’è solo un gruppo di parenti, ma un luogo che in qualche modo è l’emblema di tutti loro: Villa Ventosa, una dimora di campagna circondata da un incantevole parco che viene sistematicamente devastato dalla furia della padrona di casa, l’eccentrica Lilith Collett, che nella sua vita ha detestato ogni istante in cui ha dovuto essere madre. Ma per i quattro figli viene il momento della rivolta, complici l’omosessualità di William e il promesso sposo di Barbara, un seducente cameriere spagnolo dall’improbabile nome di Miguel Ángel Arqueso Algarón Perz de Vega. Tanto basta perché si scateni una trascinante sequenza di eventi comici, dove l’arte di Anne Fine ci induce ad appassionarci ai segreti e alle disavventure di tutti i membri della famiglia senza che quasi ce ne accorgiamo, avvinti come siamo dalla pirotecnia di equivoci, ricatti e doppi giochi che scandisce ogni pagina.
Villa Ventosa è apparso per la prima volta nel 1994.

1

Due gocce d’acqua

«Magari se arriviamo presto tua madre ci farà assistere a una bella sfrondatina».

Caspar aveva parlato con gli occhi fissi sul traffico attorno alla rotonda, e William non fu costretto a sorridere. In altre circostanze, quell’osservazione lo avrebbe divertito: uno dei motivi per cui stava con lui era che, nelle giornate nere, Caspar riusciva con una battuta a far balenare una luce di verità nei suoi pensieri più bui. Ma il sogno di quella notte era ancora troppo vivido. Sentiva il sapore dell’aria gelida e il freddo sulla pelle mentre, nel magico crepuscolo bluastro dell’inverno, apriva il cancello di Villa Ventosa e rivedeva il giardino com’era un tempo.

Il macchinone di Caspar era impegnato nell’ultima svolta.

«Chissà che cosa disboscherà oggi. Scommettiamo?».

William era terrorizzato al solo pensiero. L’ultima volta era toccato al giardino giapponese. «Era una cosa insulsa, impossibile da diserbare, e ci inciampavano tutti». La penultima era stata l’edera. «Era morta, caro. Stecchita».

«Ma se quest’estate ti lamentavi che si infilava nelle finestre!».

Lei aveva stretto le labbra a culo di gallina.

«No, caro. Ti sbagli. Quell’edera era morta da anni».

Caspar gli mise una mano sul ginocchio.

«Coraggio».

William alzò la testa e, mentre la macchina entrava in giardino, inspirò profondamente. Troppo profondamente, e Caspar gli lanciò un’occhiata sospettosa.

«Sei già in lacrime!».

«No, non è vero».

Bisogna dirlo: Caspar guidava da dio. In un secondo aveva messo la retromarcia ed era già fuori sulla stradina.

«Ci avrà visti?».

«Fino a dopo il lillà siamo al sicuro».

«Il lillà?».

Figurarsi. Il lillà non c’era più da anni.

«Oddio! Dammi un minuto. Sto andando a pezzi».

«Non c’è fretta».

Caspar smontò dalla macchina e si accese una sigaretta, poi si appoggiò al cofano e guardò senza batter ciglio William che frignava e si soffiava il naso, si soffiava il naso e frignava. Tanto per cominciare, non riusciva proprio a capire perché William provasse il desiderio di fare quelle abominevoli visite. Caspar aveva sollevato la questione solo poche sere prima, quando l’altro aveva attaccato con la sua terribile litania. «Dovrei proprio andare a trovarla. Sono passati mesi». Caspar si era girato dall’altra parte tra le lenzuola, irritato. «Ma perché? Se ha voglia di vederti, perché non lo fa lei lo sforzo di venire?».

«Dove? Qui?».

«Perché no?».

Già: perché no? Dopotutto avevano una comodissima stanza per gli ospiti. Le pareti non erano certo di carta, e nell’appartamento di Caspar non c’era niente di stravagante: niente di vistoso, niente cuoio, niente piume, nessun andirivieni di strani amici a strane ore.

«Sta benissimo anche senza di te, comunque. Ha Barbara».

«Appunto. Non è per niente giusto nei confronti di Barbara».

«A lei non importa. E se le importasse, potrebbe sempre chiederti di darle un po’ il cambio. O chiederlo a Tory, o a Gillyflower».

«Ma certo. Improvvisamente non sei un esperto solo di tutto il resto. Sei un esperto anche della mia famiglia!».

A quel punto era scoppiata la lite, seguita dalla tregua fredda. E poi finalmente, dopo averla tirata in lungo quanto William aveva osato, e Caspar retto, c’erano state la focosa scopata di pentimento e la fantastica rappacificazione. Nello stile e negli stratagemmi della tirannia emotiva, non c’erano dubbi, William aveva preso tutto dalla madre. Due gocce d’acqua. Ma, per reprimere la sua concupiscenza per la signora Collett, Caspar non aveva bisogno di restare appoggiato con tutto il suo peso contro la fiancata tiepida e lustra della Rover. Si mosse con un certo disagio, guardando speranzoso William dietro il parabrezza, ma in cambio ricevette solo un’occhiata bieca. Forse era il momento sbagliato, ma Caspar era fatto così: lo eccitavano le cose che gli altri trovavano smoscianti. Lacrime, nasi che colano, singhiozzo, accessi di tosse.

Ci provò un’ultima volta.

«Vuoi che torniamo indietro fino al parco?».

William finse di non aver sentito. Si lasciò scivolare sul sedile e appoggiò la testa all’indietro. Abbassa le spalle. Espira lentamente. Prendi tempo.

Il toc-toc dei passi che si avvicinavano li colse tutti e due di sorpresa. Doveva essere letteralmente planata giù lungo il viale, a meno che non si fosse appostata dietro uno dei 

pochi cespugli che ancora godevano della sospensione della pena capitale.

«Ti nascondi, caro?».

«Niente affatto!» William si raddrizzò in un lampo. «Caspar fa finta di aver smesso di fumare, così ha pensato di tirare un’ultima boccata prima di incontrare Barbara».

Al riparo dalla vista della signora Collett, Caspar scosse il capo. Restava sempre sbalordito dalla velocità di reazione di William in presenza di sua madre.

«Sei pallido, caro».

«No, per niente».

«Potevi almeno lavarti la faccia».

Allora cercava rissa. Adesso avrebbe indirizzato a Caspar uno dei suoi sorrisi complici e vezzosi, per costringerlo a spalleggiarla – «Non trova, Caspar?» – nel trattare il figlio sempre più da bamboccio? Quando captò il piccolo movimento di William che stava per alzare la mano e pulirsi ubbidiente le tracce di lacrime, Caspar ebbe voglia di strappare la rigida permanente d’argento della signora Collett. O di tirare i capelli a William. Perché lui e le sue sorelle sopportavano tutto questo? I casi erano due: o la signora Collett era pazza, o era solo insopportabile. Se era pazza, come mai continuava ad avere su di loro un influsso così spaventoso? William aveva quasi trent’anni, Cristo santo, e Barbara stava per compierne dieci di più. Nessuno dei due viveva recluso: avevano degli amici e un lavoro. Com’era possibile che per colpa di quell’arcigno relitto della loro infanzia lui si riducesse a piagnucolare in continuazione e lei a tormentarli con quei farfuglianti sfoghi telefonici? Come mai non imparavano semplicemente a tenerle testa, oppure non toglievano una volta per tutte il disturbo, come avevano fatto lui e la maggior parte delle sue pazienti con genitori tristi, noiosi, perfidi o matti?

Adesso, però, era meglio correre in soccorso di William prima che sgorgassero altri fiumi di lacrime.

«’giorno, signora Collett».

Finché le aveva fatto comodo, la villanzona aveva finto di non vederlo.

«Buongiorno, Caspar».

«Bella giornata, no? Si sarà data da fare in giardino, oggi».

Bene o male funzionò: lei tolse da dentro il finestrino la sua pettinatura sclerotica, permettendo a William di riprendere fiato.

«A dire il vero sì. Ho lavorato un po’ a questi cespugli. Così sembra tutto più ordinato, non trova?».

Brullo, semmai. Spoglio. Non restava quasi più niente. E di certo non era previsto che da lì si vedesse fino alla finestra della cucina. Caspar non poteva affermare di conoscerlo così bene, il giardino, ma doveva sicuramente esserci stato qualche albero o una pianta oltre…

«Mamma! Che fine ha fatto il filadelfo? L’hai tagliato?».

«Per forza, tesoro. Non è sopravvissuto alla gelata. Speravo proprio che si riprendesse, visto come gli era affezionato tuo padre, ma doveva essere già mezzo andato».

«Ma non gli hai dato neppure il tempo di riprendersi! La gelata è di poche settimane fa!».

La signora Collett strinse le labbra.

«Sei venuto fin qui per criticare?».

Caspar era pronto a intervenire di nuovo, quando vide Barbara spuntare dal vialetto. Stava già buttando via la sigaretta e camminando più in fretta col suo passo da papera. Cara, vecchia Barbara! Che mettesse a frutto le sue sudate capacità professionali. Che interrompesse la cosa sul nascere.

«Il nostro William criticare? Ma figuriamoci!».

«William mi stava giusto rimproverando di aver eliminato il filadelfo, cara. Come se non mi si fosse spezzato il cuore. Era la pianta preferita di tuo padre. Tutti gli anni, quando fioriva, mi diceva: “Ci siamo, Lilith. Finalmente è arrivata l’estate”».

«Quest’anno non avrebbe potuto dire un bel niente» ribatté aspro William.

Ma la signora Collett ne aveva abbastanza. Il suo tono troncò la conversazione come fosse un’altra radice ribelle in quel poco che restava dei suoi cespugli.

«Comunque adesso non c’è più, quindi è inutile parlarne».

Girò bruscamente sui tacchi e partì come un generale verso casa, fingendo di non curarsi se la seguivano o meno. Caspar si staccò con un sospiro dalla macchina e si rimise al volante. Aspettò a motore acceso che William e Barbara raggiungessero la madre, spostandosi sul campo da tennis per lasciarlo passare. Dopo di che andò a fermarsi sotto uno dei pochi alberi che forse sarebbe sopravvissuto alle scorrerie della signora Collett, in virtù delle sue mere dimensioni e perché serviva a sorreggere il muro tra Villa Ventosa e l’albergo adiacente. E fu proprio quel muro che Caspar guardò con immenso struggimento mentre chiudeva la portiera. Di certo là dietro c’erano ancora i tavolini di ferro battuto sparsi sul prato, ciascuno sotto il suo ombrellone. E di certo i viottoli segreti tra i rododendri viola portavano ancora fino alla serra. Lui e William sarebbero riusciti, in nome dei vecchi tempi, ad allontanarsi per cinque minuti? Difficile. Molto difficile. Ma pur rapito, in un fantastico flashback, dalla frenesia accecante di quel primo pomeriggio, gli risuonò nelle orecchie l’ultima frase acida di William mentre partivano: «Non sei costretto ad accompagnarmi. Posso sempre prendere il treno».

Con un altro sospiro, li seguì tutti quanti dietro l’angolo e vide ancora, come ogni volta che ci andava, che cosa continuava a risucchiare William a Villa Ventosa. Il prato digradante si stendeva fino agli alberi senza più l’intralcio del giardino giapponese che la signora aveva spianato. La vecchia vasca di pietra in cui incrociavano pigramente i pesci rossi era stata ripulita dal muschio che la ricopriva con l’aiuto di un lindo candeggiante. Dall’ultima visita, persino il sentiero tra i graticci di rose pareva sparito. Tuttavia la bellezza del giardino era indistruttibile. Meno cose c’erano, più sembravano belle quelle rimaste. Non c’era da stupirsi se di notte William si svegliava inzuppato di sudore e gli si abbarbicava addosso. «Di nuovo quel sogno, Caspar. Ma non è proprio un sogno, sai. Ci torno davvero, a casa. Torno davvero indietro nel tempo, nella Villa Ventosa di una volta».

Ecco qua, pensò Caspar. Ci sono quelli come me, che crescono con la sola vista di un muro sporco a distrarli dallo studio, e quelli come William, che passano l’infanzia in un posto magico come questo, e il resto dei loro giorni – e delle loro notti – attanagliati dal terrore di perderlo. E quella donna non faceva che peggiorare. Mentre posava un piede sui gradini lastricati che portavano in casa, alle orecchie di Caspar arrivò quella che per la signora Collett voleva essere una frase conciliatoria.

«Ho fatto tirar via anche l’achillea. Mandava cattivo odore».

Con un terzo e ultimo sospiro Caspar li seguì in casa…

foto presa dal web

Anne Fine è nata a Leicester nel 1947, vive nella contea inglese di Durhamed; è una delle scrittrici per ragazzi più famose di lingua inglese. Attualmente è membro della Royal Society of Literature.
I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo e le sue storie più volte hanno visto adattamenti televisivi o cinematografici, dal suo libro Mrs. Doubtfire è stato tratto il film omonimo con Robin Williams.
Infiniti i premi e i riconoscimenti internazionali nel corso degli anni. Più volte vincitrice del British Book Awards come miglior scrittrice per ragazzi o del Guardian Children’s Fiction Prize. Nel 2001 è stata nominata Children’s Laureate, il più importante riconoscimento inglese della letteratura per ragazzi, in successione a Quentin Blake.
Il romanzo Quella strega di Tulip (The Tulip Touch) ha vinto nel 1996 il Whitbread Book Award (Costa Book Awards) nella categoria Children’s book.

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Author: Jenny Citino
Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.