sabato, Ottobre 24, 2020
BLOG Novità

“Ultimo respiro” di Robert Bryndza edito da Newton Compton dal 1 Giugno in tutte le librerie e on-line. Estratto

Sinossi

Dall’autore del bestseller La donna di ghiaccio

Un grande thriller


Un’indagine della detective Erika Foster


Il corpo di una donna viene ritrovato in un cassonetto, con gli occhi spalancati e i vestiti ricoperti di sangue, e la detective Erika Foster è tra i primi a giungere sulla scena del crimine. Il problema è che questa volta il caso non è suo.


Mentre tenta di assicurarsi un posto nella squadra investigativa, Erika non può fare a meno di notare che le caratteristiche del ritrovamento ricordano un omicidio irrisolto avvenuto quattro mesi prima. Il cadavere di un’altra donna, abbandonato in un luogo analogo, presentava una ferita identica: un’incisione fatale sull’arteria femorale. Nell’ombra c’è un assassino che adesca le sue vittime online, nascondendosi sotto una falsa identità. Le sue prede sono donne giovani e attraenti. Quando un’altra ragazza scompare, per Erika e la sua squadra ha inizio una corsa contro il tempo sulle tracce di un individuo terribilmente sadico. Ma come si può catturare un killer che non sembra nemmeno esistere?
Dall’autore di La donna di ghiaccio
3 milioni di copie vendute
Pubblicato in 30 Paesi

«Una nuova eroina detective tinge di rosa il thriller di Robert Bryndza. Si chiama Erika Foster, ed è una poliziotta tenace e testarda. Come Clarice Starling de Il silenzio degli innocenti. Risolvere il caso diventa per lei questione di vita, occasione di riscatto.»
La Repubblica

«La tosta detective Erika Foster è di nuovo al lavoro.»
Il Corriere della Sera

«Un autore che sa appassionare a ogni pagina.»
Jeffery Deaver

«La suspense vi risucchierà in questo thriller con protagonista Erika Foster, la detective della provincia londinese dal piglio deciso e dall’animo inquieto diventata famosa con il bestseller mondiale La donna di ghiaccio
Il Venerdì di Repubblica

Estratto

Prologo

Lunedì 29 agosto 2016

Erano le tre del mattino, il fetore del cadavere appestava la macchina. Era da giorni che il caldo non concedeva un attimo di tregua. L’aria condizionata era sparata al massimo, ma la puzza che si alzava dal bagagliaio era implacabile. Si stava decomponendo in fretta.

Erano passate due ore da quando l’aveva infilata lì. Le mosche avevano preso a ronzarle intorno, gli era toccato scacciarle sventolando le mani alla cieca nel buio. Era comica la goffaggine con cui sbracciava e si dimenava. Se fosse stata viva, probabilmente anche a lei sarebbe venuto da ridere.

Nonostante i rischi in cui incorreva, gli piacevano quelle gite notturne per l’autostrada deserta che attraversava i sobborghi di Londra. Due traverse prima aveva spento i fari e ora, entrando in un quartiere residenziale, fece lo stesso con il motore. La macchina scivolava in silenzio lungo la strada, superando le finestre buie delle case verso una piccola tipografia deserta in fondo alla discesa. Il parcheggio la separava dalla via principale e gli alberi alti allineati lungo il marciapiede lo gettavano nell’ombra, mentre l’inquinamento luminoso della città colorava l’orizzonte di un denso bagliore arancione. Entrò nel parcheggio, scavalcando e schiacciando con le ruote le radici degli alberi che spuntavano dall’asfalto.

Si avvicinò alla fila di cassonetti accanto all’ingresso della tipografia, sterzando bruscamente a sinistra e fermando l’auto a meno di trenta centimetri dall’ultimo bidone dell’immondizia.

Rimase seduto in silenzio per un istante. Le case dall’altra parte della strada erano nascoste dagli alberi, tra la fila di villette a schiera e il parcheggio c’era un muro di mattoni. Allungò un braccio verso il vano portaoggetti e tirò fuori un paio di guanti di lattice. Scese dall’auto e subito il calore emanato dal marciapiede si alzò ad aggredirlo. Pochi secondi, e già sentiva le mani sudate sotto i guanti. Quando aprì il bagagliaio, spuntò fuori un moscone che gli finì dritto in faccia. Prese a sventolare i palmi, sputacchiando e scacciandolo via.

Aprì il coperchio del cassonetto: da dentro subito si levò una puzza tremenda e qualche altra mosca maledetta che aveva deciso di deporre le sue uova fra la calda sporcizia infetta gli volò addosso. Riprese a sbracciare e sputacchiare, spostandosi verso il retro dell’auto.

Era stata così bella, persino negli ultimi istanti di vita, qualche ora prima, quando aveva pianto e supplicato con i capelli unti e i vestiti sporchi. E ora è un cadavere. Un cadavere che non serviva più a nessuno, né a lui né a lei.

Con un unico movimento fluido la tirò fuori dal bagagliaio e la posò sui sacchi neri, richiudendo il coperchio del cassonetto. Si guardò intorno: era solo, ancora più solo adesso che lei se n’era andata. Risalì in macchina e ripartì. Il viaggio verso casa era lungo.

Il mattino seguente, una vicina si avviò di buon’ora verso la tipografia con un sacco nero in mano. Non passavano a ritirare la spazzatura nei giorni festivi, e i suoceri erano venuti a trovare il nipotino appena nato. Aprì il coperchio del primo cassonetto, ma uno sciame di mosche parve esploderle addosso. Fece qualche passo indietro, scacciandole con la mano. Ma poi vide, steso su un mucchio di sacchi neri, il corpo di una giovane ragazza. Era stata selvaggiamente picchiata: aveva un occhio gonfio e tumefatto, dei tagli profondi sulla testa e il corpo ricoperto di moscerini che proliferavano nel caldo della mattinata.

Di colpo la puzza la raggiunse. Lasciò cadere subito il sacchetto e vomitò sul marciapiede rovente.

Capitolo 1

Lunedì 9 gennaio 2017

L’ispettore capo Erika Foster guardava il detective Peterson che si asciugava i rasta corti, inzuppati dai rimasugli di neve sciolta. Era alto e snello, il giusto mix di fascino e arroganza. Le tende erano tirate, una protezione gradita contro la neve che continuava a cadere; la televisione produceva un piacevole ronzio di sottofondo e le due nuove lampade bagnavano di luce calda il piccolo salottino con angolo cottura. Dopo la lunga giornata di lavoro, Erika si era rassegnata, consolandosi con l’idea di un bel bagno caldo e una lunga dormita, ma poi Peterson l’aveva chiamata dal fish and chips dietro l’angolo, chiedendole se avesse fame. Non le aveva lasciato nemmeno il tempo di tirar fuori una scusa qualsiasi, quindi Erika aveva risposto di sì. Avevano risolto insieme qualche caso importante, quando Erika era a capo della squadra omicidi, ma ora lavoravano in unità differenti: Peterson era ancora con il team, mentre lei era stata riassegnata a un ruolo che, nel giro di poco tempo, aveva preso a odiare.

Peterson andò a sistemare l’asciugamano sul termosifone, poi si voltò verso di lei e sorrise.

«C’è una vera bufera là fuori», disse soffiando aria calda tra le mani giunte.

«Hai passato un buon Natale?», gli chiese Erika.

«Nella norma. Eravamo solo io, mia madre e mio padre. Mio cugino si è fidanzato», disse togliendosi il giubbotto di pelle.

«Auguri…». Non ricordava di aver mai sentito parlare di un cugino.

«E tu? Sei stata in Slovacchia?»

«Sì, con la famiglia di mia sorella. Mi è toccato dormire in un lettino singolo con mia nipote… Ti va una birra?»

«Magari», rispose Peterson.

Appese il giubbotto allo schienale del divano e si sedette. Erika aprì lo sportello del frigo e ne ispezionò il contenuto. C’era una confezione da sei nel cassetto delle verdure, per il resto l’unica cosa commestibile era un pentolino di zuppa vecchia di un paio di giorni. Provò a specchiarsi nella superficie tonda del pentolino di metallo, ma il riflesso veniva distorto come in uno di quegli aggeggi deformanti alle giostre, dandole un viso appuntito e una fronte spiovente. Sarebbe stato meglio inventare una bugia educata e dire che aveva già mangiato.

Un paio di mesi prima, dopo una serata al pub fra colleghi, Erika e Peterson erano finiti a letto insieme. Anche se nessuno dei due l’aveva ritenuta soltanto una storia da una notte, avevano mantenuto sempre un rapporto professionale. La cosa si era ripetuta un altro paio di volte prima di Natale, ma in entrambe le occasioni Erika se n’era andata prima di colazione. Adesso però lui era nel suo appartamento, sobrio come lei, e il ritratto incorniciato di Mark, il marito che l’aveva lasciata vedova, era sulla mensola vicino alla finestra.

Provando a scacciare l’ansia e il senso di colpa, raccolse due birre e chiuse lo sportello del frigo. Il sacchetto di plastica a strisce bianche e rosse con dentro il loro fish and chips li aspettava sul bancone, e solo l’odore le stava facendo venire l’acquolina in bocca.

«Lo vuoi mangiare dal contenitore di carta?», chiese Erika stappando le birre.

«Il fish and chips si mangia solo e soltanto così», rispose Peterson. Se ne stava seduto con un braccio steso sullo schienale del divano, la caviglia poggiata sul ginocchio opposto. Sembrava a suo agio e totalmente sicuro di sé.

Dovevano parlare, anche a costo di guastare l’atmosfera: Erika aveva bisogno di mettere qualche paletto. Prese due piatti e li sistemò sul tavolino da caffè insieme alla busta di plastica e le birre. Aprirono in silenzio il contenitore di carta e una nuvola di vapore fumante si levò dalla pastella croccante del pesce circondato da patate morbide e dorate. Per qualche secondo, si limitarono a mangiare.

«Peterson, James, ascolta…», iniziò Erika.

Ma poi il telefono del detective prese a squillare. Peterson lo recuperò dalla tasca.

«Scusa, devo proprio rispondere».

Erika annuì e gli fece cenno di proseguire.

Peterson prese la chiamata e ascoltò con la fronte aggrottata. «Davvero? D’accordo, nessun problema. Qual è l’indirizzo?». Afferrò una penna dal tavolo e si segnò la via su un angolino della confezione di patate. «Sono nei paraggi. Posso andare subito e mettermi di guardia finché non arriva lei… Solo che con questo tempo mi ci vorrà un po’». Terminò la chiamata, infilò in bocca una manciata di patate e scattò in piedi.

«Che succede?», chiese Erika.

«Alcuni studenti hanno trovato il corpo mutilato di una ragazza nel cassonetto dei rifiuti».

«Dove?»

«A Tattersall Road, vicino New Cross… Cavolo, queste patatine sono davvero buone», disse ficcandosene un altro pugno in bocca. Recuperò il giubbotto di pelle dal divano e controllò di avere con sé distintivo, portafogli e chiavi.

Al pensiero di non fare più parte della squadra omicidi, Erika sentì un’altra fitta di rimorso.

«Mi dispiace. Ci toccherà rimandare. Dovevo avere la serata libera, in teoria. Che stavi dicendo prima?»

«Tranquillo, non fa niente. Chi ti ha chiamato?»

«L’ispettore capo Hudson. È bloccata per la neve. Be’, non proprio bloccata, ma deve raggiungerci da South London e le strade sono messe male».

«New Cross è qua vicino, vengo con te», disse lei, posando il piatto e recuperando portafogli e distintivo dal bancone della cucina.

Peterson la seguì all’ingresso, infilando il giubbotto. Erika si guardò velocemente allo specchio, pulì una macchia di olio all’angolo della bocca e si pettinò alla bell’e meglio i corti capelli biondi. Non era truccata, e notò che la settimana di bagordi natalizi le aveva arrotondato il viso, nonostante gli zigomi alti. Incontrò gli occhi di Peterson allo specchio: un’ombra era scesa su di lui.

«È un problema?»

«No. Ma andremo con la mia aiuto», rispose lui.

«No, prendo la mia».

«Hai intenzione di cominciare a darmi ordini?»

«Di che stai parlando? Tu vai con la tua auto, io con la mia. Tipo convoglio».

«Erika. Ero venuto qui solo per il fish and chips…».

«Solo per il fish and chips?», chiese lei.

«E questo che vorrebbe dire?»

«Niente. Senti, tu hai ricevuto una chiamata, una chiamata di lavoro, ed è perfettamente logico che io, in qualità di tuo superiore, ti accompagni sulla scena del crimine. Soprattutto dato che l’ispettore capo Hudson è stata trattenuta…». Lasciò la frase a metà: stava forzando la mano, lo sapeva.

«Un tuo “superiore”. Non la smetterai mai di ricordarmelo, vero?»

«Dovresti essere tu a ricordartelo», sbottò, infilando subito il cappotto. Spense le luci e, in un silenzio ingombrante, uscirono insieme dall’appartamento…

L’autore

Robert Bryndza, si è conquistato una fama incredibile con il suo thriller d’esordio, La donna di ghiaccio, che in pochi mesi ha scalato le classifiche ed è in corso di traduzione in 30 Paesi. I romanzi che hanno come protagonista Erika Foster sono bestseller internazionali che contano quasi 3 milioni di copie vendute. La Newton Compton ha pubblicato La donna di ghiaccioLa vittima perfettaLa ragazza nell’acquaI cinque cadaveri e Ultimo respiro.

Similar Posts

error: Testi e foto ©librichepassione.it