venerdì, Ottobre 30, 2020
BLOG Novità del mese

Segnalazione: “Tempi supplementari” di Otello Marcacci edito da Edizioni Ensemble. Dal 25 Marzo 2020 in tutte le librerie e on-line. Estratto.

Sinossi

I tempi supplementari sono tempi di grazia, nel calcio come nella vita. Quando la superiorità dell’avversario è schiacciante si cerca di coprire la porta fino al fischio finale, e, nel frattempo, si spera: si spera di limitare la sconfitta facendo almeno un goal, si spera che un pallone cada in avanti, quanto basta da far partire l’improbabile contropiede di un mediano; si spera di resistere fino alla fine. E allora si va ai supplementari. Giacomo e i suoi amici vanno tutte le estati al mare in colonia, con le suore, nella pineta di Marina di Grosseto. Quando raccolgono la sfida dei ragazzi di un’altra colonia, inizierà una partita di calcio che durerà per cinquant’anni.

PROLOGO

Indugiai sulla porta della stanza, la sua eccessiva magrezza
metteva a disagio. Seduto su una sedia a rotelle, guardava fuori
dalla finestra toccandosi il naso con la mano. Ripeteva il gesto
a intervalli regolari, contando tra una volta e l’altra, fino a quattro,
forse cinque. Gocce di pioggia sporca colpivano il vetro.
Cercai di ritrovare il ragazzo di un tempo tra le pieghe diafane
del suo corpo, ne scontornai i tratti, ma nulla emergeva dalla
violenza di quella immagine. Le sue mani, tenute in grembo,
stringevano dei fogli di carta. Sul piccolo comodino accanto al
letto, un libro di Pamuk, una bottiglia d’acqua e un bicchiere di
plastica ancora pieno per metà. Bussai. Si girò e sorrise.
«Con questo tempo deve essere stata un’impresa arrivare
fin qua».
«All’incirca».
Non aveva mai amato le menzogne, inutile iniziare in quel
momento.
«Sei anche uscito prima dal lavoro» aggiunse scuotendo la
testa.
Mi affrettai nel raccogliere la sua roba senza rispondere.
«Te lo ha chiesto Stefania, vero?»
Scorsi quella timidezza antica da gentiluomo che da ragazzi
scambiavamo per goffaggine.
«Cosa dicono i dottori?»
Mi pentii un secondo dopo aver aperto bocca. Fece una
smorfia, si asciugò la fronte e sventolò i fogli che aveva in mano

9


«Non si pronunciano».
«Che vuol dire “non si pronunciano”, scusa?»
«Significa poco tempo, ecco che significa, molto poco…»
Mi passai la mano nei capelli. Un’infermiera minuta entrò
portandosi dietro un voluminoso faldone che quasi la sovrastava:
«Paolo Pancaldi?» chiamò, poi consegnò il foglio di dimissione.
Prima di uscire chiese se c’era bisogno di qualcosa
con la voce indifferente di chi ne aveva già visti tanti come lui.
Tirai su la borsa in pelle e gliela posi sulle ginocchia. Fissava il
vuoto con un’espressione che non riuscivo a decifrare. Avrei
voluto abbracciarlo, ma non avevo la forza di interrompere i
suoi pensieri, così iniziai a spingere la sedia a rotelle, in silenzio.
Nel corridoio incrociammo gli sguardi dei familiari in visita ai
degenti mezzo moribondi del reparto. Paolo salutò tutti a uno
a uno. Mi tenni a distanza per rispetto, poi mi fece segno, mi
avvicinai e lo condussi fino all’ascensore. In attesa che si aprisse
la porta, infilò una mano in tasca, tirò fuori un pacchetto di
mentine, ne prese due, poi me le allungò, ma io rifiutai.
«Grazie» disse con un filo di voce.
«Di che?»
«Di essere qua».
Gli appoggiai una mano sulla spalla che non staccai fino
a che arrivammo al piano terra dove ci immergemmo dentro
un mucchio di gente indaffarata che, all’improvviso, mi apparve
per quello che era: un bel niente! Tanti bel niente uno
accanto all’altro, a fare e disfare. Lasciammo la sedia a rotelle
alla reception.
«Mangiamo qualcosa prima di andare?»
Era una di quelle domande che non ammettono una risposta
negativa.
«Sei sicuro?»

10

«Una volta a casa sarà dura. Meglio adesso».
Non feci resistenza. Tornammo indietro ed entrammo al
bar dell’ospedale. Che non era un bar, ma un troiaio di posto
dentro un ospedale di merda in un giorno che faceva schifo
nel momento peggiore degli ultimi mesi che sono stati i peggiori
della sua vita. E forse anche della mia, credo. Dal bancone
arrivava odore di disinfettante. La parete alle spalle della
barista bionda era tappezzata di fotografie e cartoline sbiadite
attaccate con l’adesivo. Lasciai che scegliesse anche per
me. Ordinò due focaccine al prosciutto e due minerali.
«Inquietante come il cibo in questi posti appaia finto»
disse mentre ci sedevamo a uno dei tavolini di plastica bianca.
Lo guardai negli occhi.
«Senti, Paolo…»
«Shh, mangia».
«No, è che io…»
«Lo so, ma c’è poco da dire».
Si versò un po’ di acqua nel bicchiere, il movimento della
mano era lento.
«Tutto bene?» chiesi con la stupidità di chi non sa come
approcciarsi a una cosa più grande di sé.
«Non ti ho invitato a pranzo per tirarmi su di morale».
Lo disse con cattiveria e ne fui contento, perché sembrò
essere tornato quello che conoscevo da quarant’anni. Il cinismo
a volte è un ottimo antidolorifico. Meglio incazzato con
il mondo che rannicchiato sul divano a piangere stropicciando
fazzoletti di carta. Il giornale radio che passava dalle casse
gracchianti poste in un angolo sotto un pezzo di intonaco
screpolato ci informò: Donald Trump confermava che gli
USA non credevano che esistessero significative modifiche al
clima tali da indurre modifiche legislative.

L’ AUTORE
È nato a Grosseto e vive a Lucca. Ha pubblicato i romanzi Gobbi come i Pirenei (2011), Il ritmo del silenzio (2012), La lotteria (2013), Sfida all’ok Dakar (2016), Autobiografia Rock (2020).

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