sabato, Ottobre 31, 2020
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Recensione del romanzo “Il treno dei bambini” di Viola Ardone edito da Einaudi.

“Il treno dei bambini”
Autrice: Viola Ardone
Casa editrice: Einaudi
Genere: Romanzo
Pagine: 233

Trama

È il 1946 quando Amerigo lascia il suo rione di Napoli e sale su un treno. Assieme a migliaia di altri bambini meridionali attraverserà l’intera penisola e trascorrerà alcuni mesi in una famiglia del Nord; un’iniziativa del Partito comunista per strappare i piccoli alla miseria dopo l’ultimo conflitto. Con lo stupore dei suoi sette anni e il piglio furbo di un bambino dei vicoli, Amerigo ci mostra un’Italia che si rialza dalla guerra come se la vedessimo per la prima volta. E ci affida la storia commovente di una separazione. Quel dolore originario cui non ci si può sottrarre, perché non c’è altro modo per crescere.

«Un romanzo appassionante e scritto benissimo. La storia di questo bambino del dopoguerra, della sua lotta per la sopravvivenza e l’amore, tiene incollati alle pagine».
Marion Kohler, DVA-Penguin, Germania

«Originale, emotivo, di grande qualità letteraria. Un libro che tutti dovrebbero leggere».
Anne Michel, Albin Michel, Francia

«Uno splendido romanzo. Viola Ardone ci fa riflettere, con delicatezza e maestria, su come certe decisioni possano cambiare per sempre la nostra vita».
Elena Ramírez, Seix Barral, Spagna

Recensione

“Da quel momento in cui mi hai messo su quel treno, io e te abbiamo preso binari diversi, che non si sono più incrociati.”

Nel suo romanzo, Viola Ardone ci racconta la vita del Dopoguerra, uno spaccato della nostra storia che io non conoscevo . Sono molto grata all’autrice di averne parlato attraverso il suo libro: perché noi siamo il frutto degli eventi che sono accaduti in passato, siamo il frutto delle azioni che hanno compiuto le persone che sono vissute prima di noi.

Il protagonista principale di questo romanzo è Amerigo Speranza che vive con sua mamma Antonietta   dato che non ha mai conosciuto il padre, emigrato in  America per “fare i soldi”, partito ma mai più tornato..
 Amerigo e sua madre vivono di stenti, purtroppo la povertà è tanta: i soldi scarseggiano ed anche il cibo, lui cerca di aiutarla come può, con i mezzi consentiti  a un bambino.

“Mia mamma cammina in mezzo alla via senza guardare mai a terra. Io trascino i piedi e sommo i punti delle scarpe per far passare la paura. Conto sulle dita fino a dieci e poi ricomincio daccapo. Quando farò dieci volte dieci, succederà una cosa bella, così è il gioco. La cosa bella fino a mo non mi è mai capitata, forse perché ho contato male i punti.”

A causa dello stato di povertà in cui si trovavano le famiglie, era  stato proposto loro di mandare i figli al Nord, dove famiglie disponibili e  abbienti  vi avrebbero provveduto offrendo un riparo e da mangiare per l’inverno..

 Il viaggio in treno verso l’Emilia era  sulla bocca di tutti gli abitanti di quel piccolo paese, purtroppo, come sempre, si  udivano molte dicerie: chi assicurava che sarebbero andati in Russia per poi essere uccisi, chi al Nord  per essere costretti a compiere i lavori più sfiancanti ,insomma nessuno sapeva realmente dove quei bambini sarebbero andati.
Seppur ci fosse molta incertezza i genitori, in preda alla disperazione, decidevano di far salire i propri figli sopra quel convoglio. Una tra tante fu Antonietta che decise di far intraprendere quel viaggio anche ad Amerigo.

 “C’è scritto che noi siamo i bambini del Mezzogiorno e che il Settentrione ci aspetta per aiutarci, e questa è la solidarietà.”

“Osservo mia mamma attraverso il finestrino. Lei si stringe nello scialle, in silenzio. Il silenzio è arte sua. Poi il treno urla forte, più forte della maestra con la scucchia quando scoprì lo scarafone morto che le avevamo nascosto sotto al sillabario. Allora le mamme fuori al treno incominciano a muovere le braccia avanti e indietro e io credo che ci stanno salutando. Invece no.
Tutte le creature sopra al treno si sfilano i cappotti e li buttano dai finestrini per darli alle mamme, pure Mariuccia e Tommasino.(…)


Questo era il patto: i bambini che partono, lasciano i cappotti ai fratelli che restano, perché nell’Alta Italia l’inverno è freddo, ma pure qua non è che fa caldo.”

I bambini tristi e impauriti lasciavano le loro case e le loro famiglie.
Dopo un lungo viaggio, arrivavano stremati e disorientati alla stazione di Bologna dove ognuno di loro era affidato alla loro famiglia di adozione.
Amerigo  fu affidato a Derna, che a causa della sua situazione di donna sola e impegnata nel partito comunista, lasciava spesso il bambino sotto la custodia di sua sorella Rosa e del marito Alcide, genitori di tre bambini.
Amerigo fin da subito fu accolto bene dalla famiglia adottiva, dopo le prime difficoltà avute con i figli della coppia i bambini diventarono come fratelli .
Tramite Alcide, Amerigo conobbe il  mondo della musica, Alcide era un abile accordatore di strumenti, per questo motivo  il bambino decise di intraprendere lo studio del violino.

“Mi pare di essere pure io uno strumento scordato e che lui rimetterà a nuovo anche me, prima di farmi tornare indietro da dove sono venuto.”

Il tempo scorreva, Amerigo  si sentiva finalmente felice, spensierato, amato ,viveva le sue giornate da bambino, anche se pensava sempre a mamma Antonietta, le mancava anche se  dopo quella esperienza il suo  il suo cuore era letteralmente diviso in due.

Giunse la primavera  e per Amerigo  e gli altri bambini che arrivarono con lui al Nord , era giunto il momento di tornare a casa, alcuni ripartirono mentre altri decisero di fermarsi con le loro famiglie adottive.

“Tutto quello che avevo, già non ce l’ho più: la torta del mio compleanno, il dieci in matematica del maestro Ferrari, i segnali con la luce dalle finestre, l’odore dei pianoforti, il sapore del pane appena fatto, le camicette bianche di derna… man mano che mi allontano dalla vita di prima, le facce di Derna, di Rosa e di Alcide si trasformano in quelle di mia mamma Antonietta…”

Amerigo ritornò nei posti dove era cresciuto,  finalmente a casa sua, dalla sua mamma, tuttavia qualcosa dentro di lui era cambiato.
Il tempo procedeva imperterrito, ma Amerigo era sofferente: fisicamente viveva a  Napoli ma il suo cuore e la sua testa erano rimasti con la sua famiglia adottiva nell’Italia Settentrionale.

“Da un lato c’era mia madre e dall’altro tutto quello che desideravo: una famiglia, una casa, una cameretta solo per me, cibo caldo, il violino. L’accoglienza, la solidarietà, come dici tu, ha anche un sapore amaro, per entrambi le parti, per quelli che la danno e per quelli che la ricevono.”

Una narrazione scorrevole, delicata, commovente un romanzo che testimonia il coraggio , i valori, il distacco, la sofferenza, l’altruismo ,una storia che difficilmente si potrà dimenticare.


Un romanzo che fa riflettere su quello che era la comunità di ieri e della società in cui viviamo oggi.
 All’epoca nonostante la povertà, le persone erano altruiste ,  noi , invece, che non viviamo di stenti, facciamo fatica a condividere ciò che abbiamo con gli altri, viviamo in un epoca in cui si cerca di possedere sempre di piu’, senza ottenere mai un reale appagamento.
 
Cosa dire  inoltre, del coraggio sovraumano di quelle madri che per non far morire di fame i proprio figli, li  affidavano ad estranei? Io egoisticamente non so se ne sarei stata capace…

Una storia profonda e potente dalla prima all’ultima pagina, un libro che racchiude tanti insegnamenti tra cui quello   “ che il bene ricevuto non si deve mai dimenticare.”

“Le strade che prima erano grevi e opprimenti mi sono un po’ più familiari. Ho ancora paura del passato, ma lo cerco. (…)
Quello che non ci siamo detti non ce lo diremo più, ma a me è bastato saperti dall’altra parte di quei chilometri  di strada ferrata, per tutti questi anni, con le braccia strette a croce sul mio cappottino. Per me è lì che resti. Aspetti, e non vai via.”

Link dell’intervista:

https://www.librichepassione.it/2019/11/18/intervista-alla-scrittrice-viola-ardone-autrice-del-romanzo-il-treno-dei-bambini-edito-da-einaudi-editore/

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Buona lettura!

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