Prossimamente: “Un Natale d’altri tempi di Tilly Tennant

Prossimamente: “Un Natale d’altri tempi di Tilly Tennant

In libreria dal 18 Novembre 2021

Ogni oggetto ha una storia da raccontare…
Le luci di Natale risplendono ovunque e un’allegra folla si riversa nelle strade alla ricerca di regali. Si prospetta un mese intenso per il piccolo negozio dell’usato di Dodie, inguaribile romantica con la passione per gli oggetti che hanno una storia da raccontare. Nella sua bottega “Nontiscordardimé”, infatti, ogni articolo in vendita ha un passato che lo rende unico. E Dodie cerca di trasmettere ai clienti l’amore per quegli oggetti che hanno un’anima, un vissuto. Sistemando l’allestimento dei cappotti, Dodie rimane sorpresa di trovare nelle tasche di una vecchia giacca una lettera mai aperta. Come è possibile che le sia sfuggita? Potrebbe non essere troppo tardi per recapitarla. Con l’aiuto di Edward, il suo nuovo inquilino (per la verità piuttosto riluttante all’idea di riaprire un capitolo del passato che sembra chiuso da anni), Dodie decide di raggiungere l’indirizzo indicato sulla busta. Quello che ancora non sa è che la storia da ricostruire è molto più intricata di come avrebbe potuto immaginare. E che dietro l’angolo potrebbe nascondersi il lieto fine dei suoi sogni… giusto in tempo per Natale.
Benvenuti nel piccolo negozio delle storie segrete
Riusciranno a risolvere il mistero in tempo per le feste?

«Basta sfogliare le prime pagine per rimanere ipnotizzati davanti al talento di questa bravissima autrice.»
«Un libro che ti fa ridere e sospirare, la lettura perfetta per aspettare Natale.»
«Davvero una storia che riesce a scaldare il cuore. È sorprendente come il passato riesca a influenzare il presente.»

A Olivia, giorno dopo giorno scoppio di orgoglio
per la donna straordinaria che sei diventata.

Uno

Harvey. Film vecchissimo e storia ridicola, secondo qualcuno, ma a Dodie piaceva eccome. Riusciva a catturarla come pochi altri film moderni avessero mai fatto. Impossibile contare le volte in cui l’aveva visto – venti, venticinque forse. Eppure si commuoveva ancora quando Elwood P. Dowd diceva addio a Harvey, convinto di doverlo lasciare per sempre per prendersi cura del dottor Chumley, ma senza ombra di rammarico nella pura e altruistica accettazione della sua perdita. Dodie aveva pianto a ogni singola visione e di sicuro l’avrebbe fatto anche alla centesima. Per alcune cose era così e basta.

Isla, la fedele amica che lo aveva guardato con lei più volte di quanto le piacesse ammettere, o almeno così sosteneva, alzò gli occhi al cielo passandole la scatola di fazzoletti. «Non ti capisco proprio», disse, succhiando rumorosamente il frullato di mango e banana acquistato lungo la strada.

«Sta dicendo addio a Harvey», si giustificò Dodie.

«Sì, ma non capisco come puoi commuoverti tutte le volte. Lo sai che alla fine si sistema tutto».

«Perché in questo momento Elwood non lo sa ed è triste, ma non fa scenate. Ci ricorda che la vita è una continua perdita e lo accetta con dignità. Ci ricorda che niente dura per sempre».

«Tranne questo maledetto film».

«È quasi finito».

«È una cretinata. Un coniglio invisibile? Alto due metri? Quel tipo è suonato. Se avessero tentato di ottenere i finanziamenti per realizzarlo ai giorni nostri, la sceneggiatura non sarebbe arrivata nemmeno sulla scrivania dei produttori».

«Non è un vero coniglio, è Elwood che lo vede così. È un puca, una creatura del folklore celtico che assume un aspetto diverso a seconda delle persone. E poi è reale, perché lo vede anche il dottore, ecco perché Harvey ha acconsentito ad aiutarlo a cercare la propria pace interiore». Dodie si asciugò gli occhi con la manica della felpa oversize e prese il tè che si stava raffreddando sul tavolinetto. «È questo che fa Harvey, aiuta gli emarginati ad accettare la propria condizione». Dodie sorrise a Isla come se quell’ultima affermazione fosse la più ovvia del mondo. Dopotutto, lei si era sempre sentita in qualche modo un’emarginata nel corso dei ventotto anni che aveva passato sulla Terra.

«Tutto questo lo so, me l’hai già detto. Ora ti dico io una cosa, però: non sarei mai venuta stasera se mi avessi detto che avevi intenzione di rivederlo. Appena finisce mettiamo l’ultimo Star Trek, okay? Altrimenti vado a vederlo a casa mia. A volte mi sembra che tu ti sia fidanzata con James Stewart. Ho io gli incubi in cui mi fidanzo con James Stewart, per quanto spesso lo vedo! E non è una bella cosa, considerato che è morto e sepolto!».

«Quanto mi piacerebbe uscire con James Stewart», commentò Dodie malinconica.

«Sei in ritardo di sessant’anni».

«Cinquanta, dai».

«E comunque non lo dire in presenza di Ryan. Potrebbe non gradire essere secondo a un morto. Che poi, onestamente, non so proprio come facciate a stare ancora insieme. Non lo manda al manicomio dover sempre competere con dei cadaveri?»

«Brrr», rabbrividì Dodie. «Detto così suona malissimo. Preferisco pensare a Jimmy in una forma non cadaverica».

Isla aprì un enorme pacchetto di patatine e gliele offrì. «Chris Pine… ecco un uomo per cui rinuncerei felicemente a ogni mio bene terreno».

«Chi?»

«Ah, già. Dimenticavo che non conosci gli attori posteriori agli anni Sessanta. È negli ultimi film di Star Trek».

«Ah sì?», rispose Dodie, distratta di nuovo dal televisore che sembrava uscito da un museo. Funzionava bene, non aveva certo l’aspetto snello degli schermi piatti, ma a lei piaceva la sua tenera sagoma cicciotta, come ripeteva sempre all’amica quando le dava il tormento per comprarne uno moderno o le comunicava le offerte del negozio di elettronica. Se lo sarebbe tenuto finché non fosse morto, e non escludeva neanche di portarlo a riparare, in quel caso. Il film era arrivato alla scena in cui Elwood P. Dowd discuteva con Harvey del come e perché doveva lasciarlo. Per tutti, personaggi e spettatori, parlava al nulla.

Isla sospirò esasperata, e quando Dodie le sorrise ironica le tirò addosso un cuscino ricamato. «Scema! Smettila di sfinirmi!».

«Guarda che lo so chi è Chris Pine», rise Dodie. «Conosco qualcosa del mondo moderno, solo che preferisco quello più datato».

«Non avevo dubbi. Anche per questo film avranno speso una fortuna in effetti speciali», commentò sarcastica Isla. «Se avete intenzione di fare tanto casino per un coniglio alto due metri, almeno fatecelo vedere!».

«Non esistevano gli effetti speciali, all’epoca. O meglio, erano talmente pessimi che si preferiva affidarsi al potere dell’immaginazione».

«E se non ce l’hai?»

«Allora meglio guardare qualcos’altro. Tipo l’ultimo Star Trek».

«E questo spiega perché preferisco intrattenermi nel XX secolo. È tutto lì bell’e pronto e non devo immaginare niente. Se voglio fantasticare, leggo un libro».

«Sarà, ma io preferisco il ritmo dei film di una volta. Il passo dei vecchi tempi, meno stressante e meno spaventoso di oggi, in un certo senso».

«Se fossi vissuta allora, forse non l’avresti pensata così. C’erano leggi spaventose, tanto per cominciare. Non potevi nemmeno essere gay a quei tempi. E ci si ammalava di rachitismo, tubercolosi o altre malattie terribili».

«Sì, lo so, ma sembra comunque tutto più mite, no?»

«Vallo a dire a Oscar Wilde».

«Non sto sostenendo che fosse perfetto», si indispettì Dodie riportando l’attenzione sullo schermo. Sulle discussioni teoriche, Isla la spuntava sempre. Era intrisa di fatti come la zuppa inglese lo è di sherry, e se Dodie passava il proprio tempo persa nei tempi andati, Isla invece leggeva libri di sociologia e psicologia e qualsiasi altra -logia possibile.

«A proposito dei vecchi tempi, hai riscontrato miglioramenti nelle vendite da quando hai rimesso a nuovo il negozio?», chiese Isla allungando una mano verso le patatine.

«Un pochino», rispose Dodie, piegando le gambe sotto il sedere e portandosi una ciocca del caschetto dietro l’orecchio con il piercing. «Forse è perché si avvicina il Natale, ma mi auguro che duri un po’ più a lungo. Non appena gli porterò i libri contabili, il commercialista sarà in grado di fare una proiezione e darmi un’idea di cosa aspettarmi l’anno prossimo. Spero siano buone notizie, perché ho speso fino all’ultimo centesimo per la ristrutturazione, quindi o decolla o cala il sipario». Fissò un punto imprecisato nel vuoto. «E non esagero», aggiunse con un filo di voce.

«Quasi tutti gli studenti tornano a casa per Natale», le ricordò Isla, cui era sfuggita l’improvvisa tristezza dell’amica. «Immagino che loro costituiscano la maggior parte della tua clientela, perciò non mi preoccuperei se durante le feste gli affari dovessero rallentare. Vedrai che si riprenderanno dopo».

«Invece confidavo proprio nel Natale per recuperare. Temo che dopo sia troppo tardi».

«Devi avere fiducia», disse Isla. «Sono sicura che ce la farai, prova ad avere un pizzico di fiducia in più anche tu. Siamo a Bournemouth: è pieno zeppo di hipster e bohémien, il luogo perfetto per il vintage e le stravaganze. Non appena scopriranno il tuo negozio, non ti libererai più dei clienti».

Isla si stiracchiò grattandosi con un’unghia tra i capelli stretti in una treccia. Dodie si era sempre considerata una bellezza discreta anche se un po’ ordinaria, ma Isla era ben altro. Di origini nigeriane e scozzesi, era esotica come un’orchidea rara e resistente, e selvatica come un tarassaco: una combinazione potente, eppure non si curava più di tanto dei suoi numerosi ammiratori, preferendo restare single e indipendente. Solo un uomo molto speciale avrebbe potuto rubarle il cuore e Dodie si era spesso chiesta se esistesse davvero.

«Quindi, se la vedi in questo modo», continuò Isla, «significa che la situazione migliorerà a gennaio con l’inizio del nuovo trimestre. Gli studenti adorano i vestiti vintage».

«Tu no».

«È vero, tecnicamente sono una studentessa anch’io, ma sono comunque troppo vecchia per quel trend».

«Non sei vecchia, ha solo un paio di mesi più di me».

«Forse non vecchia, ma nemmeno abbastanza giovane per fare la hipster».

«Be’», aggiunse Dodie, «io non sono una studentessa, ma adoro il vintage».

«Che fossi strana l’avevamo già appurato». Isla accennò con una mano all’ingombrante televisore. «Abbiamo qui il reperto A».

Dodie sogghignò. «E va bene, mi arrendo».

«D’estate, però, la città si riempirà di potenziali clienti e sono certa che andrà tutto bene. Hai aperto da soli sei mesi, la gente deve ancora scoprirti. Se posso muovere una critica, il problema è il locale che hai scelto».

«Sì, fa un po’ schifo», concordò Dodie, «ma in centro chiedono affitti esagerati e con fronte mare sarei andata in bancarotta».

«Ho tentato di dirtelo al tempo. Sarebbe stato meglio nell’entroterra. Ringwood o Dorchester, oppure un posto così, almeno fino a quando gli affari non decollavano».

«Ma io amo questo posto. E in più ci vive mia nonna, che adora avere qualcuno che abiti tanto vicino a lei».

«“Ci vive mia nonna” non mi sembra una grande motivazione per aprire un’attività commerciale nella località più costosa di tutto il litorale…».

«Bournemouth non è la più costosa».

«Scommetto che è tra le prime dieci», insistette Isla infilandosi in bocca una patatina enorme con una grazia di cui nessun altro sarebbe stato capace. «Mi posso permettere a malapena il parcheggio, quando vengo a trovarti».

«Scusa».

Isla la guardò di sottecchi. «È un bene che tu mi piaccia, è tutto ciò che posso dire».

«A proposito…», riprese Dodie, abbassando il volume della televisione. «Domani ti andrebbe di darmi una mano al negozio per un’oretta? Non te lo chiederei, ma sto aspettando un lotto che ho vinto all’asta la settimana scorsa e ho bisogno di esaminarlo».

«Per tua fortuna domani non ho niente da fare: le lezioni sono annullate perché il professore ha l’influenza».

«Puoi fermarti da me, così ti risparmi il viaggio di ritorno a Dorchester».

«Non ho niente dietro».

«Ti presto un pigiama, non c’è problema. E ho uno spazzolino da denti nuovo».

«E le mutande pulite? Non metterò quelle di nylon a Y degli anni Sessanta del tuo negozio, te lo puoi scordare!».

«Non dire stupidaggini!», ridacchiò Dodie. Non vendo mutande anni Sessanta nel mio negozio… quelle le tengo per sfilare per Ryan. Sapessi quanto lo fanno arrapare…».

«Ossignore! Lui così normale e tu così strana… Ricordami: com’è che state insieme voi due?»

«Suppongo perché gli opposti si attraggono. O forse perché era disperato».

«Non direi. Se c’era qualcuno disperato, quella eri tu. Sei fin troppo complessa per lui».

«Stai dicendo che è un sempliciotto?»

«Praticamente un organismo unicellulare».

«Ma…», protestò Dodie, però Isla la bloccò con una mano.

«Lo so. È affidabile, normale e ti fa sentire al sicuro, ed è un bene che siate così diversi, perché con una persona uguale a te sarebbe un gran casino. Non voglio riaprire la discussione, già sai come la penso su di lui, quindi evitiamo di litigare adesso». Isla si sistemò sul divano, rivolgendole un sorriso asimmetrico. «Andrò a casa e mi cambierò le mutande, se per te va bene. Non mi scoccia tornare domani mattina, non ti devi preoccupare. Dorchester non è certo dall’altra parte del mondo».

«Sei un mito!», si illuminò Dodie. «Grazie mille!».

Isla diede un’alzata di spalle. «Potrebbe essere divertente».

«E se trovi qualcosa che ti piace, è tua: una ricompensa per l’aiuto».

«Senza offesa, ma dubito fortemente di trovare qualcosa che mi piaccia. Indosso solo vestiti rigorosamente nuovi e così voglio continuare».

«Scommetto che la nuova consegna ti sorprenderà», sorrise Dodie. «Vedrai che troveremo meraviglie!».

«Mi stupirei se dovessi finire a mettere uno dei tuoi vestiti da morti. Sono anni che cerchi di convertirmi e non ci sei mai riuscita, quindi faresti bene a rinunciare. Per quanto bene ti voglia e per quanto desideri sostenerti nei tuoi affari, non indosserò mai abiti da vecchia».

Dodie rise. «Non sono così vecchi! Ho dei lotti anni Ottanta e Novanta che vanno tantissimo adesso».

«Ossignore!». Isla si portò una mano alla fronte in un gesto teatrale. «Solo trent’anni fa… Quale moderna e stravagante stregoneria è mai questa?». Sorrise di nuovo a Dodie. «Sempre abbastanza vecchi da finire in un museo».

Dodie incrociò le braccia. «Insisto, resterai sorpresa. Dagli una possibilità, apri la mente quando li guarderai, usa un pizzico di immaginazione. Ti garantisco che prima o poi nel mio negozio troverai qualcosa di cui ti innamorerai e io sarò lì a dirti che te l’avevo detto».

«Se mai troverò qualcosa nel tuo negozio, hai il permesso di scatenarti nella danza della vittoria più lunga ed elaborata del mondo».

«Potrei prenderti in parola».

Isla si stiracchiò e sbadigliò. «Non è ancora finito il film? Mentre guardi la fine mi vado a preparare un panino, a star qui mi passa la voglia di vivere».

Dodie sorrise. «Il pane sai dov’è. Io tornerò a fantasticare sul mio Jimmy Stewart, tu vai pure ad abbuffarti».

Isla distese le gambe snelle dall’angolo del divano in tessuto su cui era rannicchiata e infilò con grazia il paio di infradito che teneva sempre a casa di Dodie. «Hai del prosciutto decente?»

«Nel frigo», rispose Dodie, «se sei fortunata, è Waitrose. In offerta speciale, ovviamente».

«Ooooh», gongolò Isla. «Lo adoro!».

Dodie riportò l’attenzione sul televisore mentre Isla si spostava in cucina. Harvey era tornato ed Elwood era felicissimo di rivederlo. O, almeno, era quello che il regista voleva far credere, perché non lo vedeva nessun altro. Dodie sorrise con affetto allo schermo; da piccola, quando guardava quel film, era convinta che Jimmy Stewart vedesse davvero Harvey. Ora, invece, pensava solo che da grande attore qual era si fosse autoconvinto di vedere qualcosa a cui rivolgere le proprie battute. Le sue riflessioni furono però interrotte dal brontolio dello stomaco.

foto presa dal web

Tilly Tennant è nata nel Dorset, una contea nel sudovest dell’Inghilterra. Dal 2009 si dedica a tempo pieno alla scrittura, dando vita a romanzi diventati bestseller in Gran Bretagna. Lavora anche come editor freelance.

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