venerdì, Dicembre 4, 2020
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Prossimamente in librerie e on-line “La libertà di Emma Herwegh” di Dirk Kurbjuweit, traduzione di Irene Salvatori edito da Bollati Boringhieri disponibile dal 26 Novembre 2020. Estratto

TRAMA

Una donna coraggiosa, alla ricerca della felicità, della partecipazione e del cambiamento.

«Non ci si dimenticherà facilmente di Emma Herwegh: una donna alla ricerca della felicità, del cambiamento, dell’emancipazione. Una donna testarda, diventata adulta nel XIX secolo» – Neue Zürcher Zeitung

«Tre livelli temporali, una scelta mirata dei personaggi e delle situazioni storiche… Un romanzo illuminante» – Die Zeit

«Con La libertà di Emma Herwegh leggiamo tre libri: una biografia, un libro di storia e un dramma matrimoniale. Che cosa si può volere di più?» – MDR Kultur

È una donna forte, Emma, e tutto quello che fa lo fa con convinzione e determinazione. Attiva nella lotta delle donne per il diritto di voto, sostenitrice dell’emancipazione femminile e della libertà dell’individuo contro i pregiudizi del suo tempo, Emma fu la moglie del poeta romantico e politico tedesco Georg Herwegh. Ed è lei stessa a raccontarci la sua storia − o meglio la racconta a un suo ospite, un giovane drammaturgo che si rivelerà essere Frank Wedekind −, la storia di una donna che non si piega alle aspettative di una strada già tracciata per lei da altri. Nata nel 1817, figlia di un ricco mercante di tessuti e ottima musicista, Emma fu l’unica donna a unirsi alle truppe armate che, nel 1848, dalla Francia porteranno la rivoluzione nella sua Germania. Uno scandalo, come del resto fu uno scandalo il suo matrimonio con il rivoluzionario Herwegh, che la condusse dalla Germania a Parigi, a frequentare i salotti di Karl Marx e Heinrich Heine, personaggi di cui ci racconta l’umanità, anche a scapito della loro statuaria grandezza. Ma quando Herwegh si innamora follemente di Natalie, la moglie del suo amico Alexander Herzen, l’ideale dell’amore libero si trasforma in una lotta tra lealtà e tradimento, tra l’amore per il marito e quello per l’indipendenza. In modo avvincente ed estremamente intimo Dirk Kurbjuweit ha composto un’opera in cui la storia e le vicende private si confondono con credibilità, offrendo una prospettiva diversa da cui guardare ai grandi ideali e alle personalità che hanno fatto la Storia. Da questo romanzo scorrevole, seducente, Emma ne esce a testa alta, forte, intelligente, ironica e soprattutto estremamente sincera, alla costante ricerca della più totale libertà e della più completa felicità personale.

ESTRATTO

Per Andrea

Parigi, gennaio 1894

Forse mi presterà del denaro. Se lui mi darà dieci franchi riuscirò a sopravvivere, sopravvivere a malapena, almeno finché Madame Read non avrà deciso di prestarmene cinquecento. Presumo lo farà, ma esita, ha dei dubbi e questo mi offende. Sono molti soldi, ma lo sono più per me che per lei. Madame Read non dovrebbe farla così lunga, non le manca nulla e io invece che cos’ho? Per fortuna Marcel mi ha fatto avere della legna, un intero albero che ha comprato per pochi soldi, lo ha fatto tagliare e me lo ha spedito. Che bravo figliolo. Ma con questo freddo un albero dura solo dieci giorni. Poi avrò bisogno del denaro di Madame Read. Fino al suo prestito i dieci franchi di Benjamin Franklin dovrebbero bastarmi. Ha ereditato, lui, lo so. Si permette un albergo e ogni mattina una cioccolata calda a letto, e comunque la sua mattina spesso significa il pomeriggio, perché prima non si sveglia. E poi deve pagare le ragazze. Dirò a Benjamin che per questo mucchio di legna nella stanza mi sento come una vedova indiana che vive accanto a una catasta da rogo e sa di doverci salire a breve. Lo farà ridere, a lui piace questo genere di sarcasmo. Mi piace il vostro cinico sarcasmo, mi ha detto. A me non piace che lui mi pensi cinica. Effettivamente ieri sera, mentre sedevo al camino accanto alla legna, ho davvero pensato di vivere come una vedova indiana in compagnia di una catasta da rogo. Senza nessuno lì sopra, però, nessun cadavere. L’uomo è stato seppellito da tempo.

Ma insomma quando arriva? Perché non viene? Ha di nuovo fatto l’alba al Café d’Harcourt? E poi avrà anche portato a casa una ragazza, Alice o Rachel o Marie Louise, oppure Henriette? No, Henriette no, mi ha detto che è morta, di sifilide presumo. Probabilmente Alice. Vuole andare a Londra fra poco e questo sarà triste per me. I datteri sono sul tavolo, lui mangia volentieri i datteri, e poi il grog, che ho già preparato bello forte, come piace a lui. Anche il marzapane gli piace, ma me ne resta poco, lo tengo da parte per un momento speciale. A volte non viene neanche, perché rimane a scrivere la sua pièce teatrale. Ha suonato? Sì, ha suonato.

Siede in poltrona, mangia un dattero, beve il grog. Questa mattina, sul presto, racconta lui, una ragazza si è avvelenata sulla terrazza del Café d’Harcourt, non è stato un bel vedere. La conoscevate? chiedo. No. Anche il clown Chocolat era presente, prosegue Benjamin. È un nero che si esibisce adesso al Nouveau Cirque, sono queste le novità. Ah, e devo ringraziare Leontine per i pidocchi, di nuovo, ma adesso basta, mai più Leontine, dice lui, e dice che ha incontrato il dottor Letourneau, rientrato dall’Italia molto angosciato. A Firenze una ragazzina di quindici anni si è sparata per colpa sua. O mio Dio, esclamo, una bambina. Almeno ne aveva quindici, dice Benjamin. Qualche settimana fa mi aveva raccontato che di sera, sul boulevard Rochechouart, teneva d’occhio la strada cercando una ragazza di diciotto anni e, quando pensava di averla trovata, era venuto fuori che ne aveva dodici. L’aveva comunque portata con sé. La ragazza a Firenze, dice, amava il dottor Letourneau d’un amore idolatrico, ma lui è sposato e sembra essere un brav’uomo. Era la figlia più piccola di Alexander Herzen, dice Benjamin. Oh, dico io. Lo conoscete? chiede Benjamin. Naturalmente conoscevo Alexander Herzen. È morto. Lo conoscevate bene? Sì, dico io, per un lungo periodo l’ho frequentato ogni giorno. Oh là là, sorride ammiccando. No, dico io, siete sulla strada sbagliata. Non avete mai sentito parlare dell’affaire Herzen? No, dice lui, mi dispiace. Siete scusato, dico, all’epoca non eravate ancora nato, l’affaire Herzen ebbe luogo intorno al 1850, scosse mezza Europa, i giornali non parlavano d’altro. Mi guarda interessato. Raccontatemi. Non mi sarà possibile in un paio di minuti, non mi sarà possibile neanche in un paio d’ore e voi sembrate sul punto di tornare al Café d’Harcourt o alla Vachette o alle Folies Bergère, oppure direttamente all’Hotel Hétair. Allora siete gelosa, dice sfacciato. Se n’è accorto, devo stare più attenta alla mia voce, al tono che uso. Mio caro Benjamin Franklin, dico, presto avrò ottant’anni e la gelosia, vi renderete conto se avrete la pazienza di seguire la mia storia, non è mai stata tra le mie peggiori debolezze. Non chiamatemi Benjamin Franklin, per piacere. Ma è il vostro nome. Lo so, sbuffa, ed è persino un nome piacevole, ma sapete che non voglio lo si usi. Lo so, caro Benjamin, lo so. Quando gli chiedo il denaro? Adesso? No. Serve un momento adatto. Raccontatemi allora.

Sapete, dico, che Georg e io dopo la Restaurazione siamo tornati a Parigi, dove abbiamo continuato la nostra vita da emigrati e che io, nel 1849, ho avuto una figlia, Ada. Lui annuisce. Continua a non scrivermi la mia Ada, dico, ogni giorno aspetto una sua lettera da San Paolo, ma non arriva niente, neanche dai nipoti, è una vita da nonna in astratto quella che devo vivere qui. Una bella definizione, dice, «da nonna in astratto». Ma non è una bella condizione, aggiungo. Volevate allora raccontarmi di Parigi? dice Benjamin. Pazienza, pazienza, o già vi chiama il Café d’Harcourt? Voi siete gelosa, ammettetelo, dice. Vorrei soltanto poter raccontare in pace, dico, ma vi prego, riguardo all’affaire Herzen: Alexander riteneva che Georg fosse il solo vero russo tra gli esiliati di Parigi e questo lusingava Georg, perché lui sapeva che agli occhi di Alexander essere russo era sinonimo di passione e 

di vigore, di carattere. Ma, per carità di Dio, chi era Alexander Herzen? incalza Benjamin con un dattero in bocca, mi dovete dire prima di tutto chi era Alexander Herzen. Davvero non avete mai sentito parlare di lui? chiedo io. Il nome mi dice qualcosa, sbadiglia, un emigrato a Londra che si batteva per la libertà dei polacchi. Ma non so chi fosse davvero. Sbadiglia ancora. Le ragazze lo stancano, sempre quelle ragazze.

Alexander Herzen lavorava al Ministero degli Interni russo, finché venne mandato in esilio per un anno a Novgorod, per insubordinazione. Era un oppositore dello zarismo, già a quattordici anni rimase affascinato dalla rivolta dei decabristi e decise che sarebbe diventato un rivoluzionario.

Perché si chiamava Herzen, se era russo? chiede Benjamin. Sua madre era tedesca, dico io, anche se questo non spiega nulla, in effetti, visto che lei si chiamava Haag. Benjamin non chiede altro e del resto non saprei cosa rispondere. Ho dimenticato perché si chiamasse Herzen. Era ricco, dico, aveva ereditato. Come voi, penso, per questo mi potrete allungare dieci franchi, Alexander me ne aveva dati diecimila. Herzen aveva sposato sua cugina Natalie, una cugina di primo grado, entrambi erano figli dei fratelli Jakowlew, entrambi figli illegittimi e questo li univa. Natalie era orfana quando arrivarono, aveva cinque anni meno di lui. Che aspetto aveva? chiese Benjamin. Era bella? È ovvio che lo chieda. Potevamo forse evitare questa domanda? È l’unica cosa, tra tutte le possibili, che gli uomini vogliono sapere di noi. Era bella, dico io, perché questo rafforzerà la sua concentrazione, perché così ascolterà più a lungo, prima di tornare al d’Harcourt. E allora penso alla sua bellezza, era tenera, pallida, diafana, d’una fragilità delicata, era un angelo la cui compagnia sembrava attesa con impazienza dalla morte.

Era una donna che aveva bisogno di protezione, di un protettore.

Bella come un angelo, dico a Benjamin, il quale vuol sapere precisamente come, per questo dico tenera, dico diafana, ma non di più, niente della sua grazia, del suo muoversi fluida, niente del suo corpo esile eppure perfettamente rotondo, non voglio che la veda con gli occhi di Georg, soprattutto che pensi che io sia sempre stata così in carne. E cinica. Che si immagini pure una Natalie bella, ma non una Natalie che è l’esatto contrario della Emma che lui conosce. Ah, dice lui, con quel suo tono culinario che sull’argomento donne non riesce ad evitare, bella come un angelo. E quando avete incontrato queste due belle persone, cara signora Herwegh? Del sarcasmo Benjamin non può farne a meno.

All’inizio del 1848 gli Herzen presero un appartamento sugli Champs-Élysées, vicino all’Arc de Triomphe. All’epoca avevano tre bambini, Tata, Sascha e Kolja, che era sordomuto. Erano esiliati, esiliati come tutti noi, rifugiati. Heine fece conoscere i due uomini, Alexander e Georg. Heinrich Heine? Sì, dico. Magnifico, dice Benjamin. Continuo a parlare velocemente. Vidi Natalie in un salotto, ma allora non facevano ancora parte del nostro giro di emigrati della Restaurazione e fu soltanto dopo il nostro rientro che Georg e Alexander diventarono amici stretti. Adoro Heine, anzi lo venero, dice Benjamin Franklin, senza Heine non potrei scrivere neanche una riga. Sarebbe diventata una grande amicizia tra due uomini eccezionali se non vi si fosse intromessa una donna. Sempre le donne, dice Benjamin. Che frase stupida, non è da lui, ma Benjamin non è così banale da fermarsi qui. Erano anni, prosegue, in cui le donne erano così come gli uomini le volevano e le creavano. Non tutte, dico io. Voi naturalmente no, dice lui ridendo. Brindiamo a noi con un sorso di grog.
Forse non lo sapete, dico io, ma le cose non andavano bene a Parigi dopo la rivoluzione di febbraio. Il popolo non era contento del governo repubblicano, ci furono rivolte represse brutalmente, vigeva la legge marziale ed era scorso molto sangue, davvero molto sangue. Arrestarono Herzen perché lo reputavano un radicale, anche se lo rilasciarono subito. Nel dicembre del ’48 i francesi votarono come presidente Luigi Napoleone, il nipote di Napoleone. Lo so, lo so, dice Benjamin. Lo sa, va bene, questo lo sa, ma di Herzen non sa praticamente niente. Vivevamo dunque sotto Luigi Napoleone e all’inizio non si stava neanche poi così male. Georg si recava quasi ogni sera nel bell’appartamento degli Herzen sugli Champs-Élysées. Talvolta mi portava con sé, ma il più delle volte no. E Natalie, chiede Benjamin, era sempre presente? Spesso c’era, dico io, del resto gli uomini si incontravano a casa sua, non nella mia. Non mi fraintendete, caro Benjamin, volevo bene a Natalie, le volevo bene davvero. Ma Natalie aveva semplicemente letto troppa George Sand. Che io dica una cosa del genere! Io sì che ho letto tutta George Sand, parola per parola. Quando ero giovane. E anche quando non ero più così giovane. Questo non lo dico. Dico che Natalie aveva letto troppa George Sand. E che non capiva che non era possibile vivere come dentro un romanzo. E che il romanticismo è una cosa adatta alla gioventù, al tempo dei sogni, prima che la vita cominci davvero. Cosa che probabilmente neanche io avevo capito per lungo tempo. Secondo quale romanzo voleva vivere, chiede Benjamin, perché per un attimo rimango in silenzio. La piccola Fadette. Voi avete letto La piccola Fadette? No, dice lui, e si sente a disagio, perché lui, lo scrittore, vorrebbe aver letto più di me, che sono soltanto la vedova di uno scrittore.

Parla di due fratelli gemelli, Landry, forte e allegro, e Sylvinet, sensibile e appassionato. Landry è fidanzato con Fadette, ma a lei piace anche Sylvinet, e Sylvinet ama Fadette, perché pensa che solo lei possa capirlo e lei pensa la stessa cosa di lui. Che cosa ne deducete? dico io. Natalie, dice Benjamin, pensa che Alexander sia Landry e Georg Sylvinet e lei… È Fadette, concludo io la sua frase. E avete capito, continuo, che io non faccio parte di questa storia, perché Sylvinet non ha una moglie, è solo, mentre Georg aveva qualcuno che lo capiva… E cioè voi, dice Benjamin Franklin. Io non dico niente. Voi avete sempre capito il vostro Sylvinet, dice lui. Il mio Georg, dico io. Il vostro Georg, dice lui.

Entrambi gli uomini hanno preso parte al gioco, proseguo, a volte Alexander lo chiamavano Landry, a volte Georg si rivolgeva al suo amico Alexander come a un fratello gemello. C’era un grande affetto tra i due, i due uomini intendo, erano indivisibili, disprezzavano Luigi Napoleone e si entusiasmavano per una nuova rivoluzione, una vera, non come la rivoluzione degli smidollati dell’Assemblea di Francoforte, come la chiamavano loro, ma una rivoluzione dei Giusti con dei giusti risultati: il potere del popolo. Natalie era sempre presente quando parlavano di politica, ma lei non ne parlava, non era argomento suo, mentre la donna che avrebbe potuto parlare di politica stava a casa, con i bambini. Voi, dice Benjamin. Io, dico io. Ada all’epoca era un bebè, avevo sempre un bebè in braccio, io. Quando la tata non era presente, aggiungo io ai miei pensieri, c’era quasi sempre, lei. E adesso Ada non scrive, dico a Benjamin e il tono è amaro, anche se non vorrei.

Non mi fraintendete, dico io, sono ben lontana dall’accusare Georg. Lui doveva vivere secondo la sua natura, secondo la natura di uno scrittore e questo a volte può essere difficile da capire per coloro che scrittori non sono, soprattutto quando si tratta di un grande scrittore.

L’ AUTORE

foto presa dal web

Dirk Kurbjuweit, vicedirettore di «Der Spiegel», è autore di numerosi romanzi e di due saggi sulla politica di Angela Merkel. Ha vinto, tra gli altri premi, l’Egon Erwin Kisch Preiz e il Roman Herzog Preiz. Vive tra Berlino e Amburgo. Bollati Boringhieri ha pubblicato il suo thriller L’ombra della paura (2018) e La libertà di Emma Herwegh (2020).

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