venerdì, Dicembre 4, 2020
BLOG Novità del mese

Da oggi in libreria “Una festa da sogno” di Karen Swan edito da Newton Compton. Estratto

TRAMA

Autrice del bestseller Un diamante da Tiffany

Il maestoso castello di Lorne, arroccato sulle scogliere nel sud dell’Irlanda, appartiene alla fa­miglia di Ottie, Pip e Willow da secoli. Nessuno avrebbe po­tuto aspettarsi che, alla morte di Sir Declan, nella spartizione dell’eredità il castello sarebbe stato destinato a Willow, la più piccola. Ottie e Pip sono senza parole: perché proprio a lei? Tre anni prima, infatti, per un motivo che nessuno conosce, Willow ha lasciato la città per trasferirsi a Dublino, giurando che non sarebbe mai più tor­nata. Come se non bastasse, Willow ha intenzione di ven­dere il castello, cosa che rat­trista Ottie e Pip. Per fortuna l’acquirente, Connor Shaye, ha intenzione di convincere le tre sorelle a dare una festa di addio. E, in una notte magica sulla scogliera, persino i segreti più misteriosi possono tornare alla luce. Ottie, Pip e Willow saranno in grado di lasciarsi il passato alle spalle?

Autrice bestseller del «Sunday Times»
N.1 in classifica in Italia
Oltre 500.000 copie vendute


«Colta, capace di gestire la propria immaginazione con la lucida professionalità di un orologiaio svizzero, Karen Swan sa bene come creare un bestseller.»
Il Messaggero

«Uno scrigno che è un mix di leggerezza e sentimento.»
la Repubblica

«È il libro da regalare, regalarsi, divorare durante le vacanze natalizie.»
Panorama

ESTRATTO

A Jo Nana,
un ciuco sull’orlo di una crisi di nervi
insieme a me

Prologo

La busta volò fuori dal libro simile a una foglia che cade dall’albero, silenziosa come un’imbarcazione sciolta dagli ormeggi che scivola sull’acqua. Sfacciatamente libera.

La guardò. Era una grafia familiare, che pure non riusciva ad attribuire. Il bordo superiore era strappato, segno che era stata aperta in tutta fretta, il ricciolo della “e” alla fine del nome appena sfumato sulla pergamena. Una goccia di champagne, forse? Una lacrima?

Era solo una lettera, eppure il suo istinto le disse che le parole chiuse lì dentro avevano un peso. Come una cerva in mezzo al prato, percepiva una minaccia che non riusciva ancora a vedere. Un momento innocuo era diventato d’un tratto critico e ora tutto ruotava intorno a ciò che sarebbe accaduto dopo. Immobile e con il fiato sospeso, lesse lo scritto e subito capì che il gioco era già in corso, che aveva già perso. Come la cerva, aveva una sola scelta.

Fuggire.

Capitolo uno

Martedì 26 novembre 2019
Castello di Lorne, Kilmally, Irlanda

«La nobiltà non è altro che un mucchio di antiche ricchezze!».

«Santo cielo, gli rode», sussurrò Pip all’orecchio di Ottie, il sopracciglio inarcato in un’espressione scettica, mentre la voce del padre riecheggiava nella galleria del salone.

«Sì, avete sentito bene, siatene pur certi», insisteva Declan Lorne. «Per tutti i diavoli dell’inferno, per me vale quanto un paio di calzini». E, per ribadire il punto, sfilò una delle sue pantofole di velluto – con lo stemma di famiglia trapuntato in filo dorato – e scoprì un alluce pallido che sbucava da una calza rossa.

Un mormorio divertito e sorpreso si diffuse tra la folla.

«Dec!», lo riprese dolcemente sua moglie con un gesto sconsolato e tipicamente femminile del capo. «Erano nuovi anche quelli».

Il mormorio eruppe in uno scoppio di risa mentre l’uomo si guardava intorno deliziato nel raduno di parenti e amici che avevano affrontato il difficoltoso e un po’ arduo viaggio per arrivare fin lì. A parte gli abitanti del villaggio e quelli che arrivavano in elicottero, era a un’ora di macchina dall’aeroporto di Cork, la metà della quale trascorsa su strade a corsia unica, dietro flemmatiche mandrie di bestiame da latte e ponti su vari ruscelli.

«È importante tenere il punto, mia cara», disse guardandola con un amore quasi feroce negli occhi. «Voglio che neanche uno dei presenti in questa stanza se ne vada di qui stasera pensando che me ne freghi qualcosa di questo maledetto titolo che si ferma con me. Non me ne importa. Il Signore ci ha dato tre straordinarie e splendide figlie, talentuose e precoci, e non rinuncerei a nessuna di loro per un cognome».

«Per quanto mi riguarda, sono certa che a me avrebbe rinunciato volentieri quella volta che gli ho pulito la pistola con la vasellina», bisbigliò Pip avvicinandosi di nuovo e dando di gomito alla sorella.

«Se fosse riuscito a trovarti», replicò Ottie sorridendo a quel ricordo. «Hai dormito per due notti nella rimessa delle barche, se non ricordo male».

Pip mosse le sopracciglia scure con un lampo malizioso negli occhi verdi. Con la massa di capelli ramati, la costellazione di lentiggini e la snella corporatura mascolina, sembrava un folletto troppo cresciuto e intenzionato a seminare il caos. «Già, e quando sono ricomparsa era così sollevato di rivedermi da dimenticarsi perfino perché fossi scappata».

«Te lo sei sempre rigirato come ti pare», tubò Ottie.

«Ah!». Pip rise. «Quello è stato uno dei miei rari successi. Tu te la caveresti con un omicidio».

«Io?», sibilò scandalizzata Ottie.

«Non fare l’innocentina», sogghignò Pip, «sei sempre stata la sua preferita. La primogenita. La piccola miss Perfezione».

Il sorriso sul viso di Ottie si spense. Era ben cosciente di cos’era per suo padre, e non era certo quello. Il brillio che le aveva acceso negli occhi lo champagne si offuscò, mentre guardava suo padre allargare il braccio e sua madre scivolarvi dentro come una volpe di seta. La baciò sulla guancia accompagnato da un coro di “Oooh”. Dopotutto era la festa per i trent’anni di matrimonio e nel loro ambiente rappresentavano la storia d’amore per eccellenza, ancora innamorati dopo tutti quegli anni.

«Potete star certi che senza Serena al mio fianco sarei andato in rovina molti anni fa. Serena è stata la mia luce guida e la mia ancora di salvezza in questi ultimi trent’anni. Non sono un marito facile, ve l’assicuro, ma lei mi ha tenuto sulla retta via e, nel frattempo, ha ridato vita al castello trasformandolo in una casa per le nostre tre splendide ragazze». Alzò gli occhi e girò lo sguardo nella grande sala dai soffitti a doppia altezza, fissandolo prima su Ottie e poi su Pip. «Santo cielo, guardatele! Le più grandi meraviglie della terra».

Alle esclamazioni di approvazione che ne seguirono, Pip gemette mentre Ottie alzò gli occhi al cielo. «Oddio, quando il bicchiere è troppo pieno, c’è sempre la proverbiale goccia che lo fa traboccare…», borbottò Pip a denti stretti.

«Eh, già, sono l’uomo più fortunato del mondo per aver ricevuto la benedizione di queste quattro donne nella mia vita. Ma…», fece una pausa a effetto scrutando il suo pubblico. Era sempre stato bravo a ingraziarsi la folla. «Ma sarò sincero, non l’ho sempre pensata così». Ottie rialzò il viso, sorpresa da quella sincera ammissione, e lo trovò a fissare lo sguardo proprio su di lei; con sua grande meraviglia, la solita danza gioiosa nei suoi occhi ora non era che un camminare in punta di piedi. «Ma adesso lo so. Per Giove, adesso lo so».

Mentre sosteneva lo sguardo di suo padre, Ottie sentì le spesse pareti del castello crollarle addosso e i colori della festa sfumare nel bianco, mentre quegli occhi le dicevano molto più delle parole…

«E come molti di voi avranno notato, la nostra piccola Willow non è riuscita a essere qui stasera». Per una frazione di secondo gli mancò la voce, che perse il ritmo e la cadenza consueti. «Va da sé che ne sentiamo la mancanza, più di quanto potrà mai sapere».

Accanto a lei, Pip si irrigidì, trattenendo un profondo respiro. Cos’era quello… un confessionale? Dopo un altro istante, però, lui distolse lo sguardo dalle due ragazze per riportarlo sui propri ospiti, e gli occhi recuperarono il loro consueto brio. Era una festa, in fin dei conti!

«Aveva degli impegni che hanno la precedenza», disse l’uomo sorvolando sul mare dei loro segreti come se fosse una pozzanghera. «…Lavoro. La grande vita sociale di Dublino. 

Dopotutto, siamo onesti, perché diavolo avrebbe dovuto farsi tutta la strada di ritorno per sorbirsi delle chiacchiere sciocche con una manica di vecchie ciabatte come noi?».

Uno scroscio di risate rispose alle sue parole.

«Guardiamoci in faccia, amici miei, ormai stiamo invecchiando! Ma almeno, invecchiamo insieme».

«Vero! Vero!», si alzarono diverse esclamazioni.

Declan rise, le guance più paonazze che mai. «Voglio quindi ringraziare tutti voi per aver fatto questo viaggio indubbiamente epico ed essere qui con noi stasera, e vorrei concludere con diversi brindisi alle donne della mia vita. Alla mia cara moglie Serena…».

«A Serena!», gridò rauca la folla mentre sua madre rivolgeva a tutti il più enigmatico dei sorrisi. Aveva mantenuto la sua figura e il suo aspetto ed era abituata a trovarsi al centro dell’attenzione.

«Alle mie adorate figlie che sono qui stasera: Ottie e Pip».

«A Ottie e Pip!».

«E anche se non è qui, non sarà dimenticata: all’uccellino che è volato via dal nido, Willow!».

«A Willow!».

Ottie inarcò un sopracciglio e toccò il bicchiere di Pip con il suo, mentre si guardavano in un silenzio triste. «A Willow».

La stessa sera, Croke Park, Dublino

Willow chiuse gli occhi e si concentrò sul rombo dei bassi che le risuonavano nel petto facendole vibrare le costole. Con le braccia in alto e la testa gettata all’indietro, cantava a squarciagola insieme alla folla. Se il cielo fosse stato il coperchio della terra, era certa che sarebbe saltato via per l’energia assoluta che si irradiava dallo stadio: le luci laser si incrociavano saettando verso il cielo notturno, i puntini bianchi di decine di migliaia di fotocamere dei cellulari ondeggiavano all’unisono. Sugli schermi a tre del palco si accendevano le immagini e, sebbene i membri della band non fossero che capocchie di spillo dal punto in cui si trovava lei in piccionaia, l’acustica di primissimo livello le portava la voce di Bono alle orecchie in modo così nitido che le sembrava di averlo accanto.

A farle venire la pelle d’oca, però, non era tutto l’armamentario di una tournée multimilionaria, quanto l’intensità di essere totalmente sincronizzata con altre ottantamila persone, condividere un momento moltiplicato e amplificato ottantamila volte. Quello voleva dire essere vivi, far parte di qualcosa. L’euforia che inseguiva costantemente. La sua droga.

Accanto a lei Caz saltava su e giù sul posto pompando il pugno nell’aria novembrina mentre cantava – urlava, in realtà – più forte che poteva. Indossava solo una T-shirt sui jeans, ma in qualche modo la temperatura era diventata irrilevante al lampo delle luci e al primo rombo di basso dagli amplificatori. I suoi lunghi capelli biondi ondeggiavano di qua e di là, la piccola rondine tatuata alla base del collo appariva e spariva come un cucù e i molteplici cerchi all’orecchio sinistro sfavillavano alle luci. A metà del testo smise di saltellare per prendere un avido sorso di birra, e Willow rise alla sua faccia prima attonita e poi indignata nel rendersi conto che il bicchiere era praticamente vuoto: non si era minimamente accorta che buona parte della pinta era ora sui suoi stivali e a terra. Guardò stupita l’amica.

«Ne vado a prendere altre», le gridò Willow all’orecchio, togliendole il bicchiere di mano.

«No! Tocca a me!», gridò di rimando Caz.

«Lo so, ma devo comunque andare in bagno», disse Willow con un’alzata di spalle.

Caz sorrise raggiante e le alzò i pollici. «Va bene, allora okay!». Era un’anima semplice, lontana da false modestie o atteggiamenti ambigui. Caz era come la vedevi, e proprio quella sua trasparenza era ciò che rendeva la condivisione dell’appartamento così facile e divertente. Mai una discussione su chi avesse finito l’hummus o dimenticato di comprare il latte, mai un commento passivo-aggressivo sulle scarpe scompagnate disseminate sul pavimento o sui jeans bagnati lasciati nella lavatrice per giorni e giorni. Caz aveva una franchezza immediata che Willow non solo ammirava, ma di cui necessitava: l’essere reale. Autentica. Stramaledettamente sincera.

Presi entrambi i bicchieri di plastica, Willow scese i gradini verso l’uscita, oltrepassò gli steward e raggiunse gli anelli interni dello stadio. C’era un gran fermento là sotto, gente che correva in bagno, bar, file ai negozi di gadget. Gettò un’occhiata titubante alla coda fissa fuori dal bagno delle donne e decise che avrebbe aspettato di rientrare a casa.

Puntò quindi al bar più vicino. La gente era in tripla fila, sempre meglio che in ventesima come prima che uscisse la band. Ormai pratica della procedura, scrutò la folla in cerca di un punto debole, dell’anello più lento della catena, e si infilò in uno spazio che si aprì all’improvviso all’estrema destra. Si ritrovò così con una sola persona davanti al bancone.

Sentì la massa impaziente sgomitare e chiudersi immediatamente intorno a lei, avendo individuato la breccia con un attimo di ritardo. Rimase ferma e aprì di poco i gomiti nel tentativo di occupare più spazio. Stavano servendo il tizio davanti e lei rimase lì paziente, cercando di intercettare lo sguardo del barman che faceva avanti e indietro a riempire pinte di birra. Saranno state almeno sei e Willow si chiese come avrebbe fatto il suddetto tizio a portarle via senza un vassoio.

Il retro del bancone era a specchio e, mentre aspettava, guardò il proprio riflesso. Le ci volle un attimo prima di riconoscersi. Era strano – sorprendente perfino – individuarsi all’improvviso in mezzo alla gente, vedersi come l’avrebbe vista un estraneo, i capelli grossi, scompigliati e quasi neri che l’avevano sempre fatta risaltare ora tagliati in modo rozzo sulle spalle, l’eyeliner intorno agli occhi color ghiaccio come un tatuaggio, il viso magro e pallido e la bocca carnosa, una marea di anellini all’orecchio sinistro, una maglietta nera con le “hot lips” del concerto dei Rolling Stones, sempre lì, l’estate scorsa. Pur senza vedere gli stivali con le borchie e i jeans attillati, appariva decisamente come una “ragazza rock”, che era poi l’idea di fondo. Nessuno avrebbe mai potuto pensare che fosse figlia di un cavaliere.

Il ragazzo davanti aveva pagato e allargò al massimo le dita per tenere precariamente tre birre in ogni mano e, mentre si girava piano, tutti intorno a lui fecero automaticamente un mezzo passo indietro per non ritrovarsi con la birra schizzata addosso.

Willow avanzò di poco, girandogli intorno in modo che potessero scambiarsi di posto. Subito la folla si gonfiò in avanti a riempire di nuovo il varco, come olio in una padella, ma lei era agile e snella, e ben versata nell’arte di farsi servire.

L’ AUTRICE

foto presa dal web

Karen Swan, ha iniziato la carriera di giornalista di moda, prima di rinunciare a tutto per prendersi cura dei suoi tre figli e realizzare il sogno di diventare una scrittrice. La casa in cui vive si affaccia sulle splendide scogliere del Sussex. Con la Newton Compton ha pubblicato numerosi bestseller tra cui Un diamante da Tiffany (numero 1 nelle classifiche italiane), Un regalo perfetto, Natale a Notting Hill, Il segreto di Parigi, Natale sotto le stelle, Una questione di cuore, Un regalo sotto la neve, Una fantastica vacanza in Grecia, Le incredibili luci delle stelle, La mia fantastica vacanza in Spagna e Una festa da sogno.

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