Prossima uscita: “Il quaderno delle parole perdute” di Pip Williams edito da GARZANTI in tutte le librerie e sugli store on-line dal 20 Maggio 2021. Estratto

Prossima uscita: “Il quaderno delle parole perdute” di Pip Williams edito da GARZANTI in tutte le librerie e sugli store on-line dal 20 Maggio 2021. Estratto

Oxford. Lo Scriptorium nel giardino segreto è il luogo preferito della piccola Esme. Lì, nascosta sotto un immenso tavolo di legno, ruba parole scritte su bianchi fogli. Parole che il padre lessicografo scarta mentre redige il primo dizionario universale. Più Esme cresce, più capisce che le definizioni che non compariranno nel lemmario ufficiale hanno qualcosa in comune: parlano delle donne, del loro modo di essere, delle loro esperienze. Parlano della sorellanza, dell’amore che non è solo possesso, dell’essere compagne in una lotta comune. Escluderle significa non dar loro una voce, guardare il mondo da un unico punto di vista, soffocare possibilità e speranze. Eppure c’è chi fa di tutto per farle scomparire per sempre. Anni dopo, Esme è determinata a fare in modo che questo non accada. Per tutta la vita ha collezionato quelle parole con l’intenzione di proteggerle, perché ha un sogno: scrivere un dizionario delle donne, che restituisca a ciò che è andato perduto il rispetto che merita. Per farlo deve combattere contro chi non la pensa come lei. Ma a darle coraggio ci sono tutte le donne che da secoli non aspettano altro che far parte della storia e non essere dimenticate. Un romanzo che, prendendo spunto dalla storia vera della nascita dell’Oxford English Dictionary, scrive un inno all’importanza delle parole e dei libri. Un inno al diritto delle donne di rivestire un ruolo centrale nella cultura e nella società. Una storia che unisce al fascino intramontabile dell’ambientazione accademica di Oxford e Cambridge un messaggio di potente attualità.

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A Ma’ e Pa’

PROLOGO 
Febbraio 1886

Prima della parola perduta, ce ne fu un’altra. Arrivò allo Scriptorium in una busta di seconda mano, il vecchio indirizzo cancellato da un tratto di penna e sostituito con «Professor Murray, Sunnyside, Oxford».

Pa’ aveva il compito di aprire la posta e io quello di sedergli in grembo, come una regina sul trono, e aiutarlo a estrarre delicatamente ogni parola dalla sua culla ripiegata. Mi diceva su quale mucchietto riporla e a volte faceva una pausa, posava la sua mano sulla mia e mi guidava il dito sopra, sotto e attorno alle lettere, scandendomele all’orecchio. Lui pronunciava una parola e io la ripetevo come un’eco, poi mi diceva qual era il suo significato.

Questa parola era scritta su un foglietto marrone dai bordi frastagliati, dove la carta era stata lacerata in modo che avesse le dimensioni richieste dal professor Murray. Pa’ fece una pausa e io mi preparai a impararla. Ma la sua mano non si posò sulla mia, e quando mi voltai per esortarlo a continuare vidi sul suo volto uno sguardo che mi bloccò; anche se eravamo vicinissimi, lui guardava molto lontano.
Tornai alla parola e cercai di capire. Senza che la sua mano guidasse la mia, posai il dito su ogni lettera.

«Che cosa dice?» domandai.

«Lily», rispose. «Giglio.»

«Come la mamma?»

«Come la mamma.»

«Vuol dire che lei sarà nel Dizionario?»

«In un certo senso, sì.»

«Saremo tutti nel Dizionario?»

«No.»

«Perché?»

Mi sentivo sollevare e abbassare al ritmo del suo respiro.

«Un nome deve avere un significato per far parte del Dizionario.»

Posai di nuovo lo sguardo sulla parola. «La mamma era come un fiore?»

Pa’ annuì. «Il fiore più bello.»

Raccolse la parola e lesse la frase scritta più in basso. Poi girò il foglietto in cerca di qualcos’altro. «Non è completa», disse. La lesse ancora, muovendo gli occhi avanti e indietro come per cercare di scoprire ciò che mancava, quindi la ripose sul mucchietto più piccolo.

Pa’ allontanò la sedia dal tavolo di cernita. Saltai giù dalle sue ginocchia, pronta a prendere la prima pila di schede. Questa era un’altra mansione di cui mi potevo fare carico, e mi piaceva vedere come ogni parola trovasse il proprio posto fra le caselle. Lui raccolse il mucchietto più piccolo e io cercai di indovinare dove sarebbe finita la mamma. «Non troppo in alto e non troppo in basso», canticchiai tra me e me. Ma invece di consegnarmi i foglietti, Pa’ fece tre lunghi passi verso il caminetto e li gettò tra le fiamme.

Erano tre schede. Ognuna di esse nel lasciare le sue mani fu sospinta da una corrente di calore e, danzando nell’aria, andò a posarsi in un posto diverso. Vidi lily iniziare ad accartocciarsi prima ancora che toccasse terra.

Mi sentii strillare mentre correvo verso il caminetto. Sentii Pa’ gridare il mio nome. La scheda era già raggrinzita.

Allungai la mano per recuperarla, anche se la carta marrone si era annerita e le lettere stavano diventando ombre. Pensavo che l’avrei conservata come la foglia di una quercia sbiadita e intirizzita dall’inverno, ma non appena riuscii a stringerla mi si sfaldò tra le dita.

Avrei potuto far durare all’infinito quel momento, invece Pa’ mi trasse a sé e mi avvolse con forza. Mi trascinò fuori dallo Scriptorium e affondò la mia mano nella neve. Era livido in volto, perciò gli dissi che non faceva male, ma quando aprii le dita i frammenti anneriti della parola erano appiccicati alla mia pelle sciolta.
Certe parole sono più importanti di altre: questo ho imparato, crescendo nello Scriptorium. Ma mi ci è voluto parecchio tempo per capire perché.

PARTE PRIMA 
1887-1896 
Batten-Distrustful

MAGGIO 1887

Scriptorium. La parola dà l’idea che fosse un edificio grandioso, in cui anche un passo leggerissimo echeggiasse tra il pavimento di marmo e la cupola dorata. Ma si trattava solo di una rimessa, nel giardino sul retro di una casa a Oxford.

Invece che riporre vanghe e rastrelli, lì si riponevano parole. Ogni parola della lingua inglese era scritta su un foglietto di carta delle dimensioni di una cartolina postale. Venivano spediti da volontari di ogni parte del mondo e conservati in mucchi nelle centinaia di caselle allineate lungo le pareti. Il professor Murray era colui che aveva scelto il nome Scriptorium – doveva aver pensato che un semplice capanno in un giardino non fosse degno di custodire la lingua inglese – ma tutti coloro che vi lavoravano lo chiamavano Scrippy. Tutti tranne me. A me piaceva la sensazione che dava la parola Scriptorium mentre si formava in bocca e si posava delicatamente tra le labbra. Mi ci volle parecchio tempo per imparare a pronunciarla ma, quando infine ci riuscii, nessun’altra poteva sostituirla.

Una volta Pa’ mi aiutò a cercare la casella con «scriptorium». Trovammo cinque schede contenenti esempi di come la parola era stata usata, e ogni citazione risaliva a non più di un centinaio di anni prima. Tutte più o meno si assomigliavano e nessuna faceva riferimento a una rimessa nel giardino sul retro di una casa a Oxford. Uno scriptorium, dicevano le schede, era la sala di scrittura di un monastero.

In ogni caso, compresi perché il professor Murray l’aveva scelta. Lui e i suoi assistenti erano un po’ come dei monaci, e a cinque anni era facile immaginare che il Dizionario fosse il loro libro sacro. Quando il professor Murray mi spiegò che ci sarebbe voluta una vita intera per raccogliere tutte le parole, mi domandai la vita di chi. Lui aveva già i capelli grigi come cenere, ed erano arrivati solo a metà della lettera B.

Pa’ e il professor Murray avevano insegnato insieme in Scozia molto tempo prima di quel progetto. E in virtù della loro amicizia, del fatto che io non avevo una madre che si prendesse cura di me e che Pa’ era uno dei lessicografi più fidati del professore, allo Scriptorium tutti chiudevano un occhio sulla mia presenza.

C’era qualcosa di magico nello Scriptorium, come in ciò che conteneva o che avrebbe potuto contenere. Ogni superficie era occupata da pile di libri. Vecchi dizionari, storie e racconti di molto tempo addietro riempivano gli scaffali che separavano una scrivania dall’altra, o formavano nicchie in cui sedersi. Gli schedari dal pavimento al soffitto erano stipati di schede; una volta Pa’ aveva detto che se le avessi lette tutte avrei compreso il significato di ogni cosa.

Al centro si trovava il tavolo di cernita. Pa’ stava seduto a un’estremità e tre assistenti potevano sistemarsi lungo i lati. All’estremità opposta era collocata l’alta scrivania del professor Murray, affacciata su tutte le parole e su tutti gli uomini che contribuivano a definirle.

Noi arrivavamo sempre prima degli altri lessicografi, e per un breve lasso di tempo Pa’ e le parole erano a mia disposizione. Gli sedevo in grembo al tavolo di cernita e lo aiutavo a selezionare le schede. Quando ci imbattevamo in una parola che non conoscevo, lui leggeva la citazione che la accompagnava in modo che potessi ricostruirne il significato. Se gli facevo le domande giuste, cercava il libro da cui era tratta per approfondire. Era come una caccia al tesoro, e a volte trovavo l’oro.

«“Questo ragazzo era stato fin dalla nascita un lavativo che non aveva voglia di far niente.”» Pa’ lesse la citazione di una scheda che aveva appena sfilato dalla busta.

«Anch’io sono una lavativa che non ha voglia di far niente?» chiesi.

«A volte», rispose lui, per punzecchiarmi.

Poi volli sapere chi fosse il ragazzo, e Pa’ mi fece vedere la parte superiore del foglietto.

«Aladino e la lampada meravigliosa», lesse.

Quando arrivarono gli altri assistenti, mi infilai sotto il tavolo di cernita.

«Stai buona come un topino e non essere d’intralcio», si raccomandò Pa’.

Era facile rimanere nascosta.

A fine giornata mi sedetti sulle ginocchia di Pa’ vicino al caminetto, e leggemmo Aladino e la lampada meravigliosa. Era una vecchia storia, disse lui. Parlava di un ragazzo cinese. Domandai se ce ne fossero altre, e lui rispose che ce n’erano altre mille. Non mi ricordava niente che avessi sentito, nessun posto dove fossi stata e nessuna persona che avessi conosciuto. Mi guardai attorno e pensai allo Scriptorium come alla caverna di Aladino. All’esterno pareva un posto comunissimo, ma dentro era colmo di meraviglie. E certe cose non erano sempre quello che sembravano.

Il giorno seguente, dopo avere aiutato con le schede, tormentai Pa’ perché mi leggesse un’altra storia. Il mio entusiasmo era tale che mi dimenticai di stare buona come un topino; cominciavo a essergli d’intralcio.

«Ai lavativi non sarà permesso rimanere», mi ammonì Pa’, e io m’immaginai di essere bandita dalla caverna di Aladino. Passai il resto della giornata sotto il tavolo di cernita, dove il frammento di un tesoro riuscì a scovarmi.

Si trattava di una parola scivolata dal bordo del tavolo. “Non appena atterra”, mi dissi, “la recupero e la porgo io stessa al professor Murray.”

La tenni d’occhio. Per un migliaio di istanti la osservai mentre veniva trasportata da un’invisibile corrente d’aria. Mi aspettavo che cadesse sul pavimento sudicio, ma non successe. Planò come un uccello fino a sfiorarlo, poi riprese quota e, quasi fosse guidata da un genio, fece una capriola. Non avrei mai creduto che potesse posarmisi in grembo, che fosse in grado di compiere un tragitto così lungo. Ma così fece.

Si adagiò tra le pieghe del vestito come un oggetto luminoso venuto giù dal cielo. Non osavo toccarla. Solo in presenza di Pa’ mi era permesso maneggiare le parole. Pensai di chiamarlo, ma qualcosa mi frenò la lingua. Rimasi seduta a lungo con la parola, con il desiderio di toccarla, ma senza farlo. “Che parola?” mi chiedevo. “Di chi?” Nessuno si chinò per cercarla.

Dopo un bel po’ di tempo la raccolsi, attenta a non spezzarne le ali d’argento, e me la avvicinai al volto. Nell’oscurità del mio nascondiglio si faticava a leggere. Mi trascinai fino a un punto fra due sedie, dove la polvere luccicava nell’aria.

Alzai la parola alla luce. Inchiostro nero su carta bianca. Otto lettere; la prima, una B di «bene». Mossi le labbra per pronunciare le altre come mi aveva insegnato Pa’: O di «oro», N di «nave», D di «donna», M di «Murray», A di «albero», I di «istrice», D di «donna», ancora. Provai a sussurrarle. La prima parte era facile: bond. Per la seconda mi ci volle un po’ più tempo, ma poi mi ricordai come si leggevano la A e la I insieme. Maid.

La parola era bondmaid, «giovane schiava». Sotto di essa c’erano altre parole che si susseguivano come un intrico di fili. Non sapevo se insieme costituissero una citazione inviata da un volontario o una definizione scritta da uno degli assistenti del professor Murray. Pa’ diceva che tutte le ore che passava allo Scriptorium servivano a dare un senso alle parole spedite dai volontari, così che trovassero una collocazione nel Dizionario. Era importante, e grazie a questo io potevo ricevere un’educazione e tre pasti caldi al giorno e crescere per diventare una signorina a modo. Le parole, diceva, erano per me…

Pip Williams, nata a Londra, è cresciuta in Australia, dove vive e lavora come scrittrice e giornalista. Il quaderno delle parole perdute è il suo romanzo d’esordio.

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