“Oliva Denaro” di Viola Ardone

“Oliva Denaro” di Viola Ardone

La colpa e il desiderio di essere liberi in un romanzo di struggente bellezza. «Io non lo so se sono favorevole al matrimonio. Per questo in strada vado sempre di corsa: il respiro dei maschi è come il soffio di un mantice che ha mani e può arrivare a toccare le carni». Dopo “Il treno dei bambini”, Viola Ardone torna con un’intensa storia di formazione. Quella di una ragazza che vuole essere libera in un’epoca in cui nascere donna è una condanna. Un personaggio femminile incantevole, che è impossibile non amare. Un rapporto fra padre e figlia osservato con una delicatezza e una profondità che commuovono.

a Carolina ed Enzo, i miei genitori

Parte prima

1960

La femmina è una brocca: chi la rompe se la piglia, cosí dice mia madre.

Io ero piú felice se nascevo maschio come Cosimino, ma quando mi fecero nessuno si curò del mio parere. Dentro la pancia noi due stavamo insieme ed eravamo uguali, però poi siamo venuti diversi: io con la camicina rosa e lui celeste, io con la bambola di pezza e lui con la spada di legno, io con la vestina a fiori e lui con le braghette a righe. A nove anni lui aveva imparato a fischiare, con e senza le dita, mentre io sapevo farmi la coda, sia bassa che alta. Adesso che ne abbiamo quasi quindici, lui è diventato dieci centimetri piú alto di me e può fare molte cose piú di me: camminare per il paese con il sole e con il buio, mettere i pantaloni corti e, nei giorni di festa, anche lunghi, parlare con le femmine e con i maschi di tutte le età, bere un bicchiere di vino alla domenica con l’acqua dentro, dire parolacce, sputare e, quando è stagione, correre fino alla spiaggia e farsi il bagno di mare con i calzoncini. Io sono favorevole al bagno di mare.

Mia madre, tra noi due, preferisce Cosimino perché lui è chiaro di pelle e di capelli, come mio padre, e invece io sono nera, come il corvo. Non è una brocca, lui. Non si rompe. E se si rompe si rimette insieme.

Io a scuola sono sempre stata brava, mentre Cosimino di studiare non aveva volontà. Mia madre non si dispiacque e gli disse che doveva rimboccarsi le maniche e trovare un buon lavoro per non fare la fine di mio padre. Io lo guardavo nell’orto, accovacciato sulle piante di pomodori: non mi sembrava che avesse fatto una fine, perché a lui, anzi, piace iniziare sempre cose nuove dal principio. Come quando, con i soldi ricavati dalla vendita delle lumache che avevamo raccolto dopo una abbondante pioggia, riuscí a comprarci le galline. Disse che il nome delle bestie potevo deciderlo io, e a me piacciono i colori: Rosina, Celestina, Verdina, Violetta, Nerina… Poi volle costruire il pollaio con le assi di legno e io gli passavo i chiodi, infine la mangiatoia per il becchime e io gli passavo il seghetto. Quando tutto fu pronto, gli chiesi: – Pà, lo tingiamo di giallo?

Mia madre si intromise: – Che gliene cale alle bestie se è nero o è giallo? È sciupío.

– Con il giallo sono piú contente, – osservai, – e quando uno è contento fa piú uova.

– Ah, sí? Te l’hanno detto in un orecchio? – chiese mia madre. Poi ci voltò le spalle e se ne tornò in casa borbottando nella sua lingua d’origine, il calabrese cosentino, che è diverso dal siciliano. Lo parla sempre quando ha i nervi intorcinati per non farsi intendere da noialtri e si lamenta di essersene venuta qua al Sud.

Mio padre prese un pennello, lo immerse nel giallo, lo tirò fuori e il colore gocciolava nel secchio come le uova sbattute pronte per la frittata, mi sembrava addirittura di sentirne il profumino. Io sono favorevole alla frittata.

Dipingevamo insieme e a ogni passata il colore brillava sotto il sole. – Salvo Denaro, hai la testa dura come il coccio: tale il padre, tale la figlia, – disse mia madre quando tornò in cortile. Ogni volta che era adirata lo appellava per nome e cognome, come fosse la maestra a scuola. – Mai una volta che mi dài ascolto. E a te: la gonna buona ti sei messa per lavorare, non sia mai Iddio si sporca! Vatti a cambiare, e mantieniti pulita, – ordinò, togliendomi il pennello di mano. – Te l’ho fatto, il figlio maschio, – aggiunse rivolta a mio padre, e chiamò mio fratello. Cosimino uscí nell’aia e cominciò a pittare controvoglia, ma dopo dieci minuti gli principiò un dolore alla mano e se la svignò alla chetichella. Io nel frattempo avevo indossato il camice per i servizi, cosí ripresi a lavorare con mio padre fino a sera, quando le galline se ne andarono a dormire tutte contente nella loro casetta gialla.

La mattina ne trovammo una stecchita: era Celestina. Per la puzza di pittura, urlò mia madre in calabrese. Per la febbre dei polli, mi sussurrò mio padre. Io non sapevo a chi dare ragione: lei parla parla, e sempre mi elenca tutte le regole, e in questo modo è facile disobbedirle. Mio padre invece fa spesso il silenzio, perciò non riesco mai a capire che cosa devo fare per essere amata.

Come fu e come non fu, seppellimmo la gallina dietro l’orto, lui con l’indice e il medio uniti insieme disegnò una croce nell’aria davanti a sé. – Riposa in pace, – disse, e tornammo in casa. Anche la vita delle bestie è travagliosa, pensai io.

2.

Dopo quel giorno non ho pitturato piú insieme a mio padre. Mia madre dice che se non ho ancora il marchese è colpa sua, perché mi ha cresciuta come un maschio. Io non sono favorevole al marchese, l’ho visto solo una volta e ho provato timore. Una mattina, dopo colazione, entrai in bagno e in un catino trovai un mucchio di stracci macchiati di rosso che navigavano nell’acqua color ruggine. Sembrava il corpo di un piccolo animale moribondo. Mia madre entrò: – Che guardi? – Mi allontanai dal bacile senza rispondere. – È il marchese, – mi rivelò, poi gettò via l’acqua sporca e strofinò i panni con la pietra di sapone fino a farli tornare bianchi. – Viene il giorno che tocca anche a te, – disse, e io iniziai a pregare che quel giorno non arrivasse mai.

Le regole del marchese sono: cammina a occhi bassi, riga dritto e statti in casa. Fino a quando non mi viene, però, posso fare i lavori nell’orto, andare al mercato a vendere le erbe, le rane o le lumache con mio padre, tirare le pietre con la fionda ai maschi ogni volta che prendono in giro il mio amico Saro che è storto di una gamba, correre per lo stradone assieme a Cosimino e ritirarmi tutta sudata e con le ginocchia nere. Alle altre mie amiche il marchese è venuto. Da quel momento, si sono allungate le gonne, sono usciti i brufoli in faccia, ed è spuntato il seno sotto le camicette. A Crocifissa sono cresciuti anche un poco di baffetti e i maschi hanno iniziato a chiamarla «il brigante Musolino». Lei però non se ne cura, va in giro con l’aria sofferente e le mani premute sulla pancia come se fosse gravida e a tutte le compagne che incontra ripete la stessa domanda: – A me è arrivato il sangue, e a te? – come se avesse vinto un premio.

Dai maschi il marchese non ci va proprio. Loro non sono come noi: diventano grandi un poco alla volta, non tutto insieme.

Fuori scuola c’è sempre un parente che aspetta le mie compagne per riportarle a casa, mentre prima se ne tornavano da sole. Quando incrociano i maschi per la via, guardano a terra, anche se lo sanno benissimo che quelli le fissano proprio là, dove i bottoni tirano la stoffa, perciò tengono gli occhi bassi ma la schiena dritta, tanto che le asole rischiano di scoppiare. Sembrano le galline di mio padre. Galline impettite.

Mia sorella grande ha quattro anni piú di me e pure lei era impettita, prima di maritarsi. È chiara di pelle e di capelli come mio padre e quando usciva per strada tutti i maschi la guardavano: piú la guardavano piú si impettiva, piú si impettiva piú la guardavano. Lo so perché la dovevo controllare io, dato che mio fratello Cosimino se ne andava sempre gironzolando. Lei si chiama Fortunata, ma fortunata non lo è piú. Guarda oggi, guarda domani, uno sguardo di troppo e le arrivò un bambino nella pancia. Si scoprí che ce lo aveva messo Gerò Musciacco, il nipote del sindaco. Lo venni a sapere perché dopo cena si riunivano in cucina a parlare, lei, mia madre e mio padre, a voce bassa bassa. Ma segreto non c’era, dato che tutta Martorana ne era a conoscenza.

Il padre di Gerò Musciacco non voleva che il figlio la sposasse perché noi siamo poveri, mia sorella Fortunata piangeva, mia madre batteva i pugni sul tavolo e lanciava maledizioni in calabrese. «Non sia mai Iddio che mi rimani disonorata», si lamentava. Mio padre faceva il silenzio. Io sono favorevole al silenzio. «Con la lupara, ci devi parlare tu con Musciacco, con la lupara!» insisteva mia madre. Lui si versò un bicchiere d’acqua, lo bevve lentamente, si asciugò la bocca con il tovagliolo, si alzò di tavola, disse solo: «Non lo preferisco», e tornò a lavorare nell’orto. Da quel giorno nessuno parlò piú per un mese, tranne mio fratello che era giovanottino e di tante cose non si dava pensiero.

Io credetti che era colpa mia, perché un pomeriggio, invece di fare la guardia a Fortunata, me ne ero andata a casa di Saro a mangiare la pasta con l’anciòva, un manicaretto che sua madre Nardina cucina appositamente per me. Io sono favorevole ai manicaretti. Dev’essere stato allora che quello là ha approfittato per infilarle il bambino nella pancia.

Una mattina mia madre uscí di casa con i vestiti buoni e rientrò quando era già buio. Il giorno seguente Fortunata si svegliò presto e cominciò a ricamare due scarpine bianche all’uncinetto. Mio padre la guardava lavorare. «Tu sei contenta di prenderti questo signore?» chiese. Lei chinò il capo e allungò il filo dal rocchetto. Due mesi dopo si celebrarono le nozze e da quel momento ebbi la stanza tutta per me.

Le regole del matrimonio sono: metti il vestito bianco, percorri la navata fino al prete e dici sí. Durante il banchetto, la signora Scibetta, che abita in un bel palazzo dove io e mia madre andiamo a fare la cardatura dei materassi ogni anno e qualche lavoro di cucito, raccontava a tutti che alla fine il padre di Gerò Musciacco aveva acconsentito perché aveva avuto l’imbasciata da sua cugina, la baronessa Careri, che era stata contattata dal parroco, don Ignazio, che aveva avuto la richiesta da Nellina, la sua perpetua, che era la comare di battesimo di Fortunata e che era stata convinta da mia madre il giorno in cui era partita presto da casa.

Fortunata faceva finta di non ascoltare quelle chiacchiere, però era cambiata: non era piú impettita e l’abito da sposa sembrava che le si scucisse addosso, non per i seni ma per una bella anguria matura che faceva capolino sotto al vestito bianco. Dopo le nozze andò a vivere a casa di Musciacco. Non la vedemmo per tre mesi, poi un giorno Nellina se la trovò in sagrestia, senza pancia e con la faccia stravolta. Il bambino non c’era piú e lei aveva macchie scure sulle braccia e sul viso, disse che era caduta per le scale. La perpetua allora informò la baronessa, che si lamentò con suo cugino, che rimproverò il figlio di stare piú attento a sua moglie. Fortunata tornò a casa sua, mise il vestito nero e fino a ora non se lo è tolto piú. Visite non ne riceve e uscire non esce, cosí almeno non rischia di cadere di nuovo. Gerò invece si svaga tutto il giorno, da solo e in compagnia, come se fosse ancora signorino. Quando passa per strada fissa tutte le femmine giovani come se volesse infilare un bambino dentro anche a loro.

foto presa dal web

Viola Ardone nasce a Napoli nel 1974 e da sempre è forte in lei la passione per la scrittura. … Oggi Ardone insegna italiano e latino al liceo e ha alle spalle diverse pubblicazioni, come La ricetta del cuore in subbuglio (2012), Una rivoluzione sentimentale (2016), Cyrano dal naso strano (2017) , L’ultima prova (2018) e Il treno dei bambini (2019).

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