Novità in libreria: “Luci del sud” di Nina George edito da Sperling & Kupfer in tutte le librerie e sugli store on-line. Estratto

Novità in libreria: “Luci del sud” di Nina George edito da Sperling & Kupfer in tutte le librerie e sugli store on-line. Estratto

Negli anni Cinquanta, in una sperduta cittadina della Provenza, la neonata Marie-Jeanne ha un incontro folgorante con l’Amore: quest’ultimo, chinandosi sulla culla per osservare la piccola, le lascia involontariamente il proprio segno. Un incontro destinato a cambiare per sempre la vita della bambina e quella del paesino: Marie-Jeanne aiuterà il padre Francis nell’ambizioso progetto di mettere in piedi una biblioteca circolante, il Bibibus, e, all’improvviso, sarà lo scompiglio tra gli abitanti. Grazie allo scambio dei volumi e a Littéramour, il salotto letterario che ne consegue, i freddi cittadini di Nyons iniziano infatti a conoscersi e anche a innamorarsi. Perché Marie-Jeanne possiede un dono: vede le «luci del Sud», una sorta di scintilla che le permette di capire a chi le persone siano predestinate, e così inizia a fare da Cupido, portando un’inaspettata felicità nei cuori di chi non ne nutriva più. L’unica che non sembra brillare né essere destinata all’amore è proprio lei. Eppure, tutti hanno un’anima gemella. Quando arriverà il suo turno, Marie-Jeanne riuscirà a riconoscerla? Questa è la storia raccontata in “Luci del Sud”: romanzo fulcro della ‘pharmacie littéraire’ di Monsieur Perdu. Una fiaba e un balsamo per l’anima, in cui trovare conforto; un libro poetico sull’amore, la magia delle dolci notti estive in Provenza e la voglia di vivere. Ora tutti i lettori potranno immergersi nelle sue atmosfere e compiere lo stesso viaggio del protagonista di “Una piccola libreria a Parigi”.

Tutto è interconnesso, dice l’Amore.
Lo so, dice la Morte.
Questo è tremendamente illogico, dice la Logica.
Su questo, l’olivo aveva una sua idea personale.

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L’amore e la bambina

LA culla di Marie-Jeanne si trovava sotto un olivo dalla grande chioma, di cui alcuni dicevano avesse più di ottocento anni, da lui non confermati né negati: arrivati alla sua età, del resto, era un argomento che non si affrontava più.

Marie-Jeanne si divertiva moltissimo con il fruscio argenteo delle foglie, che le sorridevano nella brezza mattutina del vento Pontias, fenomeno tipico di Nyons, uno scampolo di magia in un secolo che ne era altrimenti sprovvisto, almeno in apparenza: quel vento era il respiro silenzioso dei quattro versanti dei monti Essaillon, Garde-Grosse, Saint-Jaume e Vaux, che cingevano protettivi la cittadina di Nyons. Sempre alla stessa ora e solo per una mezz’ora esatta, quei rilievi al mattino espiravano, arieggiando la valle lungo il fiume Eygues con aromi d’erba e la frescura delle notti montane. E la sera, dopo il tramonto, inspiravano di nuovo: allora quel soffio d’aria sembrava provenire dalle calanques e dalle lontane baie salmastre del mare, una corrente fresca che diffondeva un profumo di lavanda e menta selvatica e mitigava il caldo torrido.

Dalla cucina – quell’ambiente pieno di vita tipico di tutte le case in pietra, i mazets, alle pendici della Drôme Provençale: uno spazio in cui cucinare, parlare, tacere, venire al mondo e aspettare la fine – la nonna Aimée riusciva a vedere la culla di Marie-Jeanne, mentre andava e veniva tra la stufa a legna e il tavolo.

Aimée rivestì una tortiera zigrinata, usata da tempo, con spicchi di patate, olive nere Tanche, melanzane e aglio rosa fresco, cosparse il tutto con olio d’oliva verde paglia, morbido come seta, prese da una ciotola di argilla piccoli formaggi bianchi freschi di capra della fromagerie, infine triturò tra le dita del timo selvatico secco e odoroso di limone, che aveva raccolto la sera prima. Il latte intanto si stava raffreddando sul davanzale in una pentola: presto Marie-Jeanne si sarebbe fatta vivacemente sentire, se la nonna avesse dedicato troppo tempo alla preparazione del pranzo.

Ogni volta che il viso solcato da mille rughe di Aimée si voltava verso la nipote, la concentrazione sul lavoro svaniva e le profonde rughe recuperavano la dolcezza di un sentimento tenero.

L’olivo antico e orgoglioso continuava intanto a cantare la sua canzone per quella bambina al riparo sotto la sua chioma: intonava la canzone segreta delle cicale, solleticandole il naso e le guance con un gioco di ombre e di luci e giocando con quelle piccole dita che si allungavano verso il respiro del Pontias, e con quella risata cristallina, gorgogliante e morbida, che le usciva direttamente dal pancino.

Marie-Jeanne. Aimée.
Erano l’una il mondo dell’altra. Aimée per Marie-Jeanne, e Marie-Jeanne per Aimée.
Amore.

* * *

Io rivolsi lo sguardo verso Aimée, che avevo sfiorato per l’ultima volta molti anni prima, ma lei non mi vide: nessun essere umano ha facoltà di vedermi, anche se non 

esiste essere umano che non mi conosca.

Io sono ciò che voi chiamate Amore.

Dalla nonna di Marie-Jeanne sono venuto una volta, all’inizio della sua vita: Aimée Claudel non aveva ancora tredici anni. Era sempre estate, l’estate torrida del 1911, e la vita si svolgeva all’aperto. In quella campagna luminosa ci fu un caldo soffocante per settimane e le ore della sera, alla fine di tutte le fatiche del lavoro iniziate prima dell’alba, erano una dolce apatia. Quell’estate era scivolata via morbida, intrisa di melodie e sussurri: le foglie dell’olivo cantavano, le cavallette zillavano argentee, e nella notte i fichi cadevano dolci! L’intera estate fu come una febbre, un abbaglio…

A quante persone, in quell’estate, ho scaricato il mio fardello! E con quale fatica, in seguito, mi hanno sopportato solo per pochi anni. Davvero tanta.

Presto Aimée si innamorò di un giovane che intonava canzoni nella capanna per la mungitura di suo padre, e che divenne prima soldato e alla fine uomo nella Grande Guerra, e per molti anni non tornò a casa. Quando infine lo fece, quel giovane che era stato un tempo era svanito dentro di lui, finendo chissà dove, insieme a tutte le canzoni, a tutti i colori. Le montagne erano immerse in un silenzio profondo, e in lui imperversava una forte tempesta. Aimée passò il resto della sua vita di donna a riportare alla luce quella sua anima sepolta: nelle notti in cui lui gridava, lei gli sussurrava canzoni; nelle notti in cui lui beveva, lei eliminava il torpore dal suo sguardo con pazienza e una calda zuppa di cipolle. Nelle silenziose, interminabili notti d’inverno, tra i volti muti delle montagne che impassibili osservavano gli esseri umani, quando il marito di Aimée non smetteva di tremare di freddo nell’anima, lei gli riscaldava il corpo con la propria pelle nuda. Una pelle che negli anni si era fatta sempre più morbida e sottile. E sotto la quale infuriavano gli eventi, le energie, le pene. La vita.

A quel tempo, nell’estate del 1911, io le avevo toccato la pelle, accarezzandola centimetro dopo centimetro con le mani. Lei era nuda e aveva fatto il bagno nell’Eygues, un fiumicello turchese e scintillante che poi confluiva nel grande, serafico Rodano. Aimée era bella, con una schiena dritta che rivelava la sua personalità e la sua forza, e un’anima grande e ben radicata. Io le diedi molto di me, forse troppo. Forse ero innamorato di Aimée, e chi è innamorato non presta attenzione a ciò che dà, e in genere si rivela eccessivo. Anche per questo ritornai quel preciso giorno, in cui tutto accadde e di cui qui si deve raccontare, per scoprire come e perché accadde.

Per tutti quegli anni, Aimée aveva salvato ogni giorno la vita di quel ragazzo finito disperso nell’uomo: io le avevo dato tutta quella forza in amore, e quella forza, unendosi all’ostinazione e alla bontà della sua indole, l’aveva resa una donna.

Quando scoppiò la Seconda guerra mondiale, la sua furia giunse anche a Nyons.

Eh, sì, è doloroso il ricordo dei colpi degli stivali che marciavano sul marciapiede, delle voci di ragazzi costretti a diventare uomini, in fila in Place des Arcades, abbagliati dalla luce del Sud, infastiditi dal vento Pontias, accecati da un’azione inutile e senza speranza. Quegli uomini in marcia, dove avevano dimenticato ciò che io avevo portato loro? Eppure, avevano anche trovato l’amore. Dove avevo sbagliato?

Erano anni in cui dubitavo di me stesso, del senso e della forza del mio agire; erano gli anni in cui avevo quasi perso la speranza. Che cosa si facevano l’un l’altro, gli esseri umani? Era tutto così assurdo…

NINA GEORGE è nata in Germania nel 1973 e ha iniziato la sua attività di scrittrice e giornalista nel 1992. Autrice di romanzi e racconti, ha vinto numerosi premi per il suo lavoro. Vive tra Berlino e la Bretagna con il marito, lo scrittore Jens Kramer. È autrice del bestseller Una piccola libreria a Parigi e Un estate in Bretagna.

Se volete saperne di più su questa autrice www.nina-george.com
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