“La scultrice” vita di Camille Claudel di Pia Rosemberger

“La scultrice” vita di Camille Claudel di Pia Rosemberger

Disponibile dal 10 Febbraio 2022

Parigi, maggio 1881. Camille Claudel percorre spedita boulevard du Montparnasse, diretta all’Académie Colarossi, una delle due scuole d’arte private della città che accettano anche allieve donne. Ha sedici anni e arriva dalla campagna, dove ha strenuamente lottato per ottenere dai genitori il permesso di recarsi nella capitale e realizzare il suo sogno: studiare scultura. Sin da quando, in una giornata di pioggia, l’argilla umida tra le sue mani di bambina ha assunto docile la forma di una colomba addormentata, Camille sa di avere il dono di modellare e di riuscire a scorgere le figure nei blocchi informi ancora prima di prenderli in mano. Ora, finalmente, sotto l’attenta guida di Alfred Boucher, che la ritiene la più dotata tra i suoi allievi, può lasciarsi alle spalle i pregiudizi di quanti ritengono che la scultura non si addica alla sensibile natura femminile, e dedicarsi alla sua passione. Passione che minaccia di trasformarsi in ossessione quando, a sostituire Boucher, arriva Auguste Rodin. Rodin, che Camille conosce di fama per essere il creatore di una gigantesca porta dell’inferno ispirata al regno di tenebra della Divina Commedia, ha quarant’anni, spalle e braccia così muscolose che le cuciture della giacca sembrano sul punto di esplodere e una barba rossiccia che gli arriva fino al petto. È considerato lo scultore migliore della sua epoca, e c’è chi sostiene che sia un genio, mentre altri lo considerano un impostore. A Camille, tuttavia, basta uno sguardo per capire che quell’uomo irradia un’energia incontenibile, un’aura tanto abbagliante da risultare irresistibile. Tra genio e follia, passione e tormento, la drammatica e tempestosa vita di una grande artista in un romanzo capace di penetrare nella zona d’ombra di un’epoca, la Belle Époque, passata alla Storia col suo volto frivolo e spensierato.

Genio, passione, solitudine e follia nella vita di Camille Claudel, allieva e amante di Auguste Rodin. «Dal sogno che è stata la mia vita, ora è rimasto solo l’incubo. Da cosa deriva tanta ferocia umana?». Camille Claudel

1.

Parigi, maggio 1881

La città era adagiata nella magia di un soleggiato mattino di primavera. La Senna scintillava e lungo i viali gli ippocastani allungavano verso la luce le loro coniche infiorescenze bianche, come a voler festeggiare la giornata. Camille Claudel percorreva spedita boulevard du Montparnasse nascondendo come sempre la lieve zoppia. Che azzurro, pensò. Il cielo sopra Parigi risplendeva più chiaro che a Villeneuve, il paese dove era nata. Camille aveva fretta. La città offriva tantissime possibilità, e quel giorno avrebbe iniziato a conquistarla. La prima tappa sarebbe stata l’Académie Colarossi.

Diciassette anni ancora da compiere, arrivava fresca dalla campagna. Aveva lottato con tutti i mezzi per ottenere il permesso di andare nella capitale. Sebbene si dedicasse alla scultura fin da bambina, nella sua famiglia solamente il padre credeva nel suo talento. E ora il suo maestro Alfred Boucher lo aveva convinto a sostenere la testarda primogenita e a organizzare, contro la volontà della moglie, il trasferimento. Camille fece un profondo respiro, fermamente decisa a convincere tutti della propria arte.

Rischiò di perdere l’incrocio con rue de la Grande-Chaumière. E invece eccola lì, la via dove le alte case gettavano ombra sul mattino di primavera. Qui avrebbe incontrato anime affini a lei. Non esisteva altro luogo con una tale concentrazione di atelier artistici come il quartiere di Montparnasse, che aveva ancora un aspetto quasi rurale ed era relativamente a buon mercato. Con lo sguardo accarezzò le facciate delle case. Dove si trovava esattamente l’accademia?

La via brulicava di persone, molte delle quali armate di attrezzi da pittura. Un gruppo di ragazze inglesi, probabilmente con la sua stessa meta, la superò decisa. Ma prima che avesse modo di seguirle, inciampò nel carretto di una venditrice ambulante e le perse di vista. La donna protestò, Camille si spolverò la gonna e si guardò intorno affascinata. Un ragazzo stava attaccando un cavallo a un carro di carbone e aveva la faccia nera di fuliggine come il suo carico. Una bambina spingeva un cerchio davanti a sé in mezzo alla sporcizia della via. A volte Parigi sapeva essere scioccante, ma era sempre particolare. Potrei scolpirli tutti, pensò Camille, insieme alla realtà che si rispecchia sui loro visi e nei loro gesti.

Si era appena raddrizzata quando andò a sbattere di nuovo contro qualcuno. Non era abituata a tanta confusione a Nogent-sur-Seine. Stavolta tuttavia, uno sconosciuto l’aveva urtata con tanto impeto da farle volare via di mano il blocco da disegno e le matite, che erano finite nel canale di scolo. Complimenti!

Camille si chinò a raccogliere le sue cose, ma il giovanotto fu più rapido di lei. In ginocchio, arraffò tutto ciò che riuscì a trovare e ripulì accuratamente matite e blocco con il suo fazzoletto.

«La prego di scusarmi». Si alzò di slancio e le restituì gli utensili da disegno.

Lei lo ringraziò e lo sconosciuto le fece un inchino. «Al suo servizio, mademoiselle». Aveva un ciuffo castano e occhi scuri pensosi. «Potrei chiederle come si chiama, dal momento che ci siamo conosciuti in maniera così poco convenzionale?»

«Camille Claudel». Accennò una riverenza e riprese il cammino. Lo sconosciuto la seguì senza invito.

«Claudel? Io mi chiamo Claude. Achille-Claude Debussy. Ma che meravigliosa coincidenza. Mi permetta, è diretta alla Académie Colarossi?»

«Si vede?» chiese lei ironica. Dove avrebbe potuto andare con l’attrezzatura da disegno se non in una delle due scuole d’arte private a Parigi che accettavano anche allieve donne?

«Ma certo» rispose lui. «Lei dunque fa parte delle giovanissime sognatrici che sentono la vocazione per l’arte. La maggior parte smette a metà strada e si sposa». Si strinse nelle spalle. «Del resto, che cosa ci si potrebbe aspettare? Dopotutto le donne sono volubili».

«Niente affatto» replicò Camille indignata. Anche a costo di essere la prima, avrebbe dimostrato a tutti che una donna può fare carriera come artista.

Lo guardò più attentamente. Doveva avere la sua età e già si riempiva la bocca di tanti paroloni.

«Lei dunque è disposta a resistere a qualsiasi costo?» le domandò. «La sua strada sarà piena di ostacoli».

«Immagino che lei lo sappia». Camille non aveva nessuna intenzione di farsi rovinare il buonumore proprio il primo giorno da un simile guastafeste. Tuttavia, quando lui le fece cenno di avvicinarsi, non seppe resistere.

«Quanti anni ha, se posso permettermi?»

«Diciassette» rispose lei. «Ora devo andare. Mi aspettano».

«Santo cielo, così giovane e già una pittrice accanita. Anche se ce n’è qualcuna…»

«Non sono pittrice. Sono scultrice».

Il giovane la guardò allibito. «Ha un bel coraggio, dico io. Darsi da fare con argilla e blocchi di pietra».

«Eh già» replicò Camille scostante. Non le mancavano né la determinazione né la forza fisica. Lo sapevano fin troppo bene i suoi genitori, sua sorella Louise e suo fratello Paul, i quali affermavano addirittura che per anni Camille li aveva tiranneggiati con la sua arte e si era impossessata del forno di casa per cuocere le opere d’argilla. Camille non capiva. Era naturale che dovesse usare il forno. Ma a parte questo, aveva chiesto soltanto di coprire le sue opere con dei panni bagnati, il che non era certo pretendere molto.

Debussy la osservò con disinvoltura. «E pensare che è tanto bella. Un angelo incrocia la mia strada e mi getta ai piedi il suo blocco da disegno». Fece un inchino e indicò la facciata del palazzo davanti a loro. «Voilà. È arrivata. L’Académie Colarossi. Le auguro buona fortuna nel suo cammino, mademoiselle. Ne avrà bisogno».

«E lei, che cosa fa di professione?» chiese Camille. Il giovane era in debito di qualche informazione, dopo che lei aveva rivelato tanti particolari di sé.

Debussy chinò nuovamente la testa. «Sono un pianista e mi muovo nelle sfere celestiali della musica. Per questo prossimamente mi recherò in Russia, dove avrò l’incarico di insegnare ai marmocchi della mia committente a maltrattare i tasti del suo pianoforte».

Dopo un inchino galante scomparve in mezzo alla folla. Camille lo seguì con lo sguardo. Aveva un certo fascino, doveva riconoscerlo, ma adesso non era il caso di pensarci. Alle sue spalle sorgeva il numero 10 di rue de la Grande-Chaumière. L’Académie Colarossi.

Si fermò sulla soglia, stentava a credere di avercela fatta. Finalmente, pensò. Per anni aveva sognato questo giorno. Con gesti decisi si lisciò la giacca, spinse il massiccio portone ed entrò in un foyer dove riecheggiavano molte voci. Una scala con la ringhiera in ferro battuto conduceva ai piani superiori.

Camille chiese indicazioni, fino ad arrivare all’aula di disegno. Ricordò a se stessa che non aveva motivo di essere in ansia, fece un profondo respiro per calmare il cuore che le martellava nel petto ed entrò.

Nella vasta sala regnava un silenzio concentrato. Una classe di venti tra studentesse e studenti ritraeva un giovane con calzoni alla zuava, panciotto rosso e cappello nero. Un torero, dall’espressione visibilmente annoiata. Quando la porta si aprì, venti paia di occhi si girarono verso Camille, alcuni incuriositi, altri contrariati perché li aveva disturbati mentre erano all’opera. Il torero approfittò dell’interruzione per grattarsi il naso. Il docente alzò lo sguardo dal giornale. Camille pensò con una punta di nostalgia al suo istitutore privato, monsieur Colin, che aveva sempre avuto tempo per lei.

«Che cosa la porta da noi, mademoiselle?»

«Sono iscritta al corso. Camille Claudel». Aveva la voce arrochita dalla tensione.

Il professore scorse l’elenco alla ricerca del suo nome. Probabilmente voleva accertarsi che il padre avesse pagato in anticipo i quaranta franchi della retta mensile. Louis-Prosper Claudel si era lamentato per quella somma, ma alla fine aveva ceduto, dal momento che era comunque meno di quanto avrebbe dovuto versare alla Académie Julian, un istituto che godeva di una fama migliore, ma che faceva pagare alle allieve femmine il doppio che ai maschi.

«Ah sì, eccola. Si trovi un posto e inizi a disegnare. Io sono monsieur Leblanc».

Mentre l’uomo tornava a leggere il giornale, Camille si fece largo tra gli studenti e occupò l’ultima sedia rimasta libera. Il mormorio si affievolì fino a spegnersi del tutto in un silenzio assorto quando gli allievi tornarono a concentrarsi sui loro fogli e sul fiero torero, che riprese la sua posa. Fare da modello non era cosa da tutti. Dopo mezz’ora qualunque postura diventava insopportabile, come Camille aveva sperimentato con suo fratello e sua sorella che avevano già posato per lei.

Tirò fuori il blocco da disegno e si accorse che non riusciva a vedere quasi niente oltre le teste dei compagni. Già, era costretta quasi ad alzarsi in piedi per avere una visuale passabile del torero. Di fronte a lei sedeva un ragazzo la cui ampia schiena le copriva la vista. Potrei disegnare lui, invece di attirare l’attenzione fin dal primo momento. Anche un collo taurino può essere affascinante. No, pensò, si alzò, afferrò decisa la sedia e avanzò fino alla prima fila. I compagni si fecero da parte e il fruscio delle sedie spostate fu accompagnato da un involontario mormorio.

«Excusez-moi». Davanti, tra due giovani allieve, c’era un posticino. Camille si sforzò di sorridere quando ci infilò la sedia.

«Avec plaisir» rispose una delle due con accento inglese.

Le fecero subito posto. La ragazza alla destra di Camille sfoggiava un’acconciatura moderna, con i boccoli biondi raccolti sulla parte anteriore della testa, l’altra, che aveva i capelli rossi, portava uno chignon sulla nuca. Camille si toccò la treccia castana, che non era mai troppo in ordine. Cercare di lisciarla era fatica sprecata, perché i suoi capelli si ribellavano all’ordine come tutta la sua persona. Le due inglesi erano anche vestite alla moda. Erano costrette a sedere sulla tournure, l’imbottitura posteriore della gonna all’altezza del sedere. Tale accessorio era accompagnato da un corsetto stretto fino a mozzare il fiato. Che scomodità, pensò Camille. Con la sua camicetta bianca e la gonna scura si sentiva inferiore alle sue vicine, pur essendo una parigina, per quanto nuova di zecca.

Pia Rosenberger è nata vicino a Osnabrück e ha studiato storia dell’arte e letteratura a Stoccarda. Vive con la sua famiglia nella medievale Esslingen da oltre vent’anni e lavora come autrice, giornalista e guida della città.

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