venerdì, Dicembre 4, 2020
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“La biblioteca di mezzanotte” di Matt Haig edito da e/o edizioni da oggi 4 Novembre 2020 in tutte le librerie. Estratto

TRAMA

«E se potessi tornare indietro e cancellare i tuoi rimpianti, cosa faresti in modo diverso?».

Dall’autore dei bestseller Come fermare il tempo e Ragioni per continuare a vivere, un nuovo romanzo che commuove, diverte e scalda il cuore.

«Matt Haig ha un dono: l’empatia per la condizione umana, per le sue luci e le sue ombre, di cui usa l’intero spettro per costruire meravigliose storie».
Neil Gaiman

Fra la vita e la morte esiste una biblioteca.
Quando Nora Seed fa il suo ingresso nella Biblioteca di mezzanotte, le viene offerta l’occasione di rimediare agli errori commessi. Fino a quel momento, la sua vita è stata un susseguirsi di infelicità e scelte sbagliate. Le sembra di aver deluso le aspettative di tutti, comprese le proprie. Ma le cose stanno per cambiare.
Come sarebbe andata la vita di Nora se avesse preso decisioni diverse? I libri sugli scaffali della Biblioteca di mezzanotte hanno il potere di mostrarglielo, proiettando Nora in una versione alternativa della realtà. Insieme all’aiuto di una vecchia amica, può finalmente cancellare ogni suo singolo rimpianto, nel tentativo di costruire la vita perfetta che ha sempre desiderato. Ma le cose non vanno sempre secondo i piani, e presto le sue nuove scelte metteranno in pericolo la sua incolumità e quella della biblioteca.
Prima che scada il tempo, Nora deve trovare una risposta alla domanda di tutte le domande: come si può vivere al meglio la propria vita?

Estratto

A tutto il personale medico. 
E agli operatori sanitari. 
Grazie.

«Non potrò mai essere tutte le persone che vorrei essere, né vivere tutte le vite che vorrei vivere. Non sarò mai all’altezza di tutte le qualità che vorrei avere. Perché desidero tutto questo? Io voglio vivere e sentire tutte le sfumature, i toni e le variazioni di tutte le esperienze fisiche e mentali possibili in questa vita».

SYLVIA PLATH

Tra la vita e la morte c’è una biblioteca» disse. «E all’interno di questa biblioteca, scaffali e scaffali di libri che si rincorrono all’infinito. Ogni libro offre la possibilità di vivere un’altra delle vite che avresti potuto vivere. Di vedere come le cose avrebbero potuto essere, se avessi fatto altre scelte… Avresti agito diversamente, se ti fosse stata concessa l’opportunità di gettarti alle spalle i rimpianti?».

UNA CONVERSAZIONE A PROPOSITO DELLA PIOGGIA

Diciannove anni prima di decidere di porre fine alla sua vita Nora Seed si trovava nel tepore della piccola biblioteca della Hazeldene Comprehensive School, nella cittadina di Bedford. Era seduta a un tavolino e fissava una scacchiera.

«Nora, mia cara, è normale preoccuparsi del futuro» disse la bibliotecaria, Mrs Elm, con gli occhi che brillavano.

Mrs Elm fece la prima mossa. Un cavallo saltellò oltre la fila ordinata di pedoni bianchi. «È naturale che ti preoccupi degli esami. Ma puoi essere qualunque cosa tu voglia, Nora. Pensa a tutte quelle possibilità. È elettrizzante».

«Già. Mi sa che è così».

«Tutta la vita davanti».

«Tutta la vita».

«Puoi fare qualunque cosa, vivere ovunque tu voglia. In un posto un po’ meno freddo e umido di questo».

Nora spostò un pedone in avanti di due caselle.

Non era facile impedirsi di paragonare Mrs Elm a sua madre, che considerava Nora alla stregua di un errore da correggere. Quando era piccola, ad esempio, sua madre era talmente preoccupata che l’orecchio sinistro di Nora sporgesse più di quello destro da decidere di usare del nastro adesivo per rimetterlo a posto, per poi nasconderlo sotto un berretto di lana.

«Io detesto il freddo e l’umidità» aggiunse Mrs Elm, per rimarcare quanto aveva appena detto.

Mrs Elm aveva i capelli grigi tagliati corti e un viso ovale dall’espressione gentile lievemente segnato dalle rughe, che spuntava pallido dal dolcevita verde tartaruga. Era piuttosto anziana. Ma era l’unica persona di tutta la scuola che Nora sentiva sulla sua stessa lunghezza d’onda, e anche quando non pioveva lei era solita trascorrere l’intervallo pomeridiano nella piccola biblioteca.

«Il freddo e l’umidità non vanno sempre di pari passo» spiegò Nora. «L’Antartide è il continente più asciutto di tutto il globo terrestre. Tecnicamente, è un deserto».

«Direi che potrebbe fare al caso tuo».

«Non credo sia abbastanza lontano».

«Allora forse potresti diventare un’astronauta. E viaggiare nella galassia».

Nora sorrise. «La pioggia può essere anche peggio su altri pianeti».

«Peggio che nel Bedfordshire?».

«Su Venere è pure acida».

Mrs Elm estrasse un fazzolettino di carta dalla manica e si soffiò delicatamente il naso. «Capisci cosa intendo? Con un cervello come il tuo, potresti fare qualunque cosa».

Un ragazzino biondo che doveva avere circa due anni meno di lei sfrecciò correndo oltre la finestra rigata dalla pioggia. Rincorreva qualcuno, o era inseguito a sua volta. Da quando suo fratello non frequentava più la stessa scuola si sentiva un po’ indifesa in quell’ambiente. La biblioteca le appariva come un piccolo rifugio dalle barbarie.

«Papà pensa che io abbia rovinato tutto. Adesso che ho smesso di nuotare».

«Non vorrei intromettermi, ma c’è ben altro a questo mondo, oltre che essere bravi a nuotare velocemente. Ci sono tante vite possibili che ti attendono. Come ti dicevo la settimana scorsa, potresti diventare glaciologa. Ho fatto delle ricerche e…».

E fu proprio allora che il telefono squillò.

«Un momento» disse sommessamente Mrs Elm. «È meglio che vada a rispondere».

Un istante dopo, Nora fissò Mrs Elm con la cornetta in mano. «Sì. È qui adesso». Il volto della bibliotecaria si irrigidì per lo sgomento. Si voltò per non farsi sentire, ma le sue parole risuonarono nel silenzio ovattato della stanza: «Oh, no. No. Oh mio Dio. Naturalmente…».

Diciannove anni dopo

L’UOMO SULL’USCIO

Ventisette ore prima di decidere di porre fine alla sua vita Nora Seed se ne stava seduta sul suo sgangherato divano a guardare le vite felici degli altri che scorrevano sullo schermo del cellulare, in attesa che succedesse qualcosa. E poi, all’improvviso, qualcosa avvenne.

Qualcuno, per qualche strana ragione, suonò il campanello.

Per una frazione di secondo si domandò se fosse il caso di andare ad aprire. Dopotutto si era già cambiata per andare a letto, anche se erano soltanto le nove di sera. Considerò a disagio la maglietta extra large con la scritta ECO WORRIER e i pantaloni del pigiama a scacchi.

Indossò le pantofole per cercare di darsi un tono, e avvicinandosi vide che la persona sull’uscio era un uomo, qualcuno che conosceva.

Era alto e un po’ allampanato e con un’aria da ragazzo. Aveva un’espressione gentile, ma uno sguardo acuto e penetrante, come se i suoi occhi riuscissero a vedere oltre le cose.

Le faceva piacere vederlo, anche se l’aveva colta un po’ di sorpresa, soprattutto considerando il fatto che l’uomo indossava abiti sportivi e appariva accaldato e sudato malgrado il freddo e la pioggia. Il contrasto tra loro la fece sentire ancora più inadeguata di cinque secondi prima.

Ma Nora si era sentita molto sola. E per quanto avesse studiato la filosofia esistenzialista abbastanza a fondo per ritenere che la solitudine fosse un elemento fondamentale della condizione umana in un universo essenzialmente privo di senso, era bello che lui fosse lì.

«Ash» gli disse rivolgendogli un sorriso. «Ash, sei tu, vero?».

«Sì, sono io».

«Che ci fai qui? Sono felice di vederti».

Qualche settimana prima, mentre lei suonava il pianoforte elettrico e lui correva lungo Bancroft Avenue, Ash l’aveva intravista dalla finestra del suo appartamento al 33A e le aveva fatto un cenno di saluto con la mano. Una volta – anni prima – l’aveva invitata a prendere un caffè. Forse stava per chiederglielo di nuovo.

«Felice di vederti» le disse a sua volta, ma la fronte tesa e nervosa inviava un altro tipo di messaggio.

Quando gli aveva rivolto la parola nel negozio lui si era messo a chiacchierare in tono allegro, ma adesso la sua voce aveva qualcosa di greve. Si grattò il sopracciglio. Emise un suono, ma non riuscì ad articolare una parola dall’inizio alla fine.

«Stai facendo una corsetta?». Domanda inutile. Ovviamente stava facendo una corsetta. Lui però parve sollevato, per un istante, di aver qualcosa di banale da dire.

«Già. Mi sono iscritto alla mezza maratona di Bedford. È questa domenica».

«Sì, certo. Fantastico. Anch’io avevo pensato di iscrivermi, ma poi mi sono ricordata che detesto correre».

Quella frase nella sua testa era suonata molto più divertente di quanto non lo fosse adesso che le parole le erano uscite di bocca. Peraltro non era vero che odiava correre. Comunque sia, rimase turbata nel constatare la gravità dell’espressione di Ash. Il silenzio andò ben oltre quel momento di imbarazzo e si tramutò in qualcosa di diverso.

«Mi hai detto che hai un gatto» esclamò infine.

«Sì, ho un gatto».

«Mi sono ricordato come si chiama. Voltaire. Un soriano col pelo rossiccio?».

«Sì, ma io lo chiamo Volts. Voltaire mi pare un po’ pretenzioso. A quanto pare non si intende tanto di filosofia e letteratura francese del diciottesimo secolo. È un tipo piuttosto terra terra. Sai com’è. Quel genere di gatto».

Ash teneva lo sguardo fisso sulle pantofole di Nora.

«Mi dispiace, è morto».

«Che cosa?».

«Era immobile, sdraiato sul ciglio della strada. Ho letto il nome sulla piastrina del collare, temo che un’auto l’abbia investito. Mi spiace, Nora».

Era talmente turbata da quel repentino cambio di emozioni che continuò a sorridere, come se quel sorriso potesse trattenerla nel mondo in cui era stata fino a un attimo prima, quello in cui Volts era vivo, quello in cui l’uomo a cui aveva venduto uno spartito per chitarra aveva suonato il campanello di casa sua per un altro motivo.

Ash, si ricordò, era un chirurgo. Non un chirurgo veterinario, un normale chirurgo per umani. Se aveva detto che qualcosa era morto, con ogni probabilità era morto per davvero.

«Mi dispiace così tanto».

Nora provò una sensazione di dolore che le era familiare. Soltanto la sertralina che aveva ingerito le impedì di scoppiare in lacrime. «Oh, mio Dio».

Si precipitò sui lastroni bagnati e sconnessi di Bancroft Avenue senza quasi riuscire a respirare, e poi vide quella povera creatura dal pelo rossiccio che giaceva sull’asfalto lucido di pioggia accanto al ciglio della strada. Il muso sfiorava il bordo del marciapiede e le zampe erano raccolte all’indietro in un galoppo interrotto a metà, come se stesse rincorrendo qualche uccello immaginario.

«Oh Volts. No. Oh, mio Dio».

Sapeva che prima o poi avrebbe sperimentato pena e disperazione per il suo amico felino – ed era ciò che stava provando in quel momento – ma adesso c’era un’altra cosa con cui doveva fare i conti. Mentre osservava l’espressione immobile e serena di Voltaire – quella totale assenza di dolore – sentì giungerle nell’oscurità un sentimento ineludibile.

Invidia.

LA TEORIA DELLE STRINGHE

Nove ore e mezza prima di decidere di porre fine alla sua vita Nora arrivò in ritardo allo String Theory per il turno del pomeriggio.

«Mi dispiace» si scusò con Neil, seduto dentro il cubicolo senza finestre, angusto e disordinato, che fungeva da ufficio. «Il mio gatto è morto. Ieri sera. E ho dovuto seppellirlo. O meglio, mi hanno aiutata a seppellirlo. Ma poi sono rimasta sola nel mio appartamento e non riuscivo a dormire e ho dimenticato di mettere la sveglia e mi sono alzata che era già mezzogiorno e poi ho fatto più in fretta che potevo».

Era tutto vero e pensò che il suo aspetto – comprensivo di faccia senza un filo di trucco, coda sfatta e lo stesso scamiciato di velluto verde a coste di seconda mano che aveva indossato ogni giorno della settimana, orlato di un’aria diffusa di stanca disperazione – le avrebbe dato man forte.

Neil sollevò lo sguardo dal computer e si appoggiò allo schienale della sedia. Intrecciò le mani e unì gli indici a punta che posizionò sotto il mento, più simile a Confucio in contemplazione di una profonda verità filosofica sull’universo che al responsabile di un negozio di strumenti musicali alle prese con una sottoposta ritardataria. Sul muro dietro di lui era appeso un enorme poster dei Fleetwood Mac, con l’angolo superiore destro un po’ staccato e pendente come l’orecchio di un cucciolo.

«Ascolta, Nora, tu mi piaci».

Neil era innocuo. Un cinquantenne aficionado della chitarra a cui piaceva raccontare barzellette che non facevano ridere nessuno, e che metteva su cover passabili del primo Dylan registrate dal vivo.

«E so che hai qualche problema di testa».

«Tutti abbiamo qualche problema di testa».

«Hai capito cosa voglio dire».

«In generale mi sento molto meglio» mentì. «Niente di clinico. Il dottore dice che si tratta di depressione situazionale. È solo che continuano a capitarmi nuove… situazioni. Ma non ho mai preso un giorno di malattia. A parte quando mia madre… Sì. A parte quella volta».

Neil sospirò. Quando lo faceva emetteva un suono sibilante dal naso. Un sinistro si bemolle. «Nora, da quant’è che lavori qui?».

«Dodici anni…». Se ne ricordava fin troppo bene. «Undici mesi e tre giorni. Con qualche pausa qua e là».

«Tanto tempo. Credo che ti meriti qualcosa di meglio. Ormai vai per i quaranta».

«Ne ho trentacinque».

«Fai così tante cose. Dai lezioni di piano…».

«A un solo allievo».

Neil spazzò via una briciola di pane dal maglione.

«Te l’eri immaginato di rimanere bloccata qui a lavorare in un negozio? Sai, quando avevi quattordici anni? Cosa pensavi di diventare?».

«A quattordici anni? Una nuotatrice». Era stata la quattordicenne più veloce di tutto il paese nel dorso, e la seconda in stile libero. Le tornò in mente l’immagine di lei sul podio ai Campionati nazionali.

«E poi cos’è successo?».

Gli fornì la versione più breve. «La pressione era molto alta».

«Ma è la pressione a renderci quello che siamo. Si nasce carbone, e la pressione ci trasforma in un diamante».

Nora non corresse la sua conoscenza dei diamanti. Non gli disse che, benché il carbon fossile e i diamanti siano entrambi costituiti da carbonio, il carbone è troppo impuro per avere la capacità di trasformarsi in diamante, indipendentemente dalla pressione a cui viene sottoposto. La scienza dice che carbone nasci, e carbone rimani. Forse era quella la vera lezione di vita…

L’ Autore

foto presa dal web

Matt Haig è nato a Sheffield nel 1975 e vive a Brighton. È autore di romanzi di successo come Il Club dei Padri Estinti, Il patto dei LabradorLa famiglia Radley e Gli umani. Con Ponte alle Grazie ha pubblicato il suo memoir Ragioni per continuare a vivere e con Salani Essere un gattoUn bambino chiamato Natale e La bambina che salvò il Natale. Come autore di romanzi per ragazzi Haig ha vinto il Blue Peter Book of the Year Award e il Nestlé Children’s Book Prize Gold Award.

“Cari lettori, come potete vedere non ho inserito il link per l’acquisto on-line, visto il periodo difficile che stiamo attraversando ho deciso di aiutare le librerie indipendenti.
Per questo motivo per l’acquisto di questo romanzo sarebbe bello recarsi in una libreria indipendente più vicina a casa vostra.”

Grazie, Jenny

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