giovedì, Ottobre 29, 2020
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“Due chiacchiere con lo scrittore” con Luigi La Rosa autore del romanzo “L’uomo senza inverno” edito da Piemme

L’autore

Luigi La Rosa, nato a Messina nel 1974, si divide tra l’Italia e Parigi. Collaboratore di quotidiani e riviste, docente di scrittura creativa, per Rizzoli-Bur ha curato i volumi Pensieri di Natale, Pensieri erotici, L’anno che verrà e L’alfabeto dell’amore.
Un suo racconto è nell’antologia Quello che c’è tra di noi – storie d’amore omosessuale, Manni Editori. È autore di Solo a Parigi e non altrove – una guida sentimentale e Quel nome è amore, usciti entrambi per ad est dell’equatore. Per Touring Club ha curato la sezione letteraria e artistica dell’ultima guida verde di Parigi.

Ciao Luigi, benvenuto a “Due chiacchiere con lo scrittori”

  • Prima di parlare del romanzo, mi piacerebbe sapere che percorso hai fatto? Da quanto tempo hai in lavorazione il libro? Quando hai cominciato a scrivere i primi appunti e quando ti sei ritenuto soddisfatto della forma finale?

Il romanzo, almeno come idea, è nato circa sette anni fa. Da allora ha avuto inizio un lavoro complesso tradotto in ricerca delle fonti, varie stesure, fasi di documentazione, un impegno che si è concluso mesi addietro, quando ho consegnato all’editore la forma finale.

  • Quanto sono importanti per te le parole?

Per me le parole sono tutto. Sono la mia casa e il mio rifugio. La realtà esiste solo se sono le parole ad avvalorarla. Per questo i romanzi hanno un ruolo e un potere fondamentale. Solo ciò che raccontiamo accade, questo è sempre stato un punto fermo nella mia vita.

  • Scrivi a mano o al computer?

Assolutamente, rigorosamente a mano, sempre su taccuini Moleskine, sempre con le mie “Pilot” blu o nere. Poi, a stesura finita, si passa naturalmente tutto al computer. Tutto ciò fa parte del mio “rituale”. Ogni artista deve inventarsene sempre uno, un procedimento che gli consenta di andare al fondo della propria ispirazione.

  • Quali sono gli ingredienti che servono per scrivere un buon romanzo?

Tanto per cominciare una grandissima forza di volontà. Bisogna volerlo ossessivamente, più di qualunque altra cosa. Poi fantasia, interesse, curiosità nei confronti del mondo e un amore enorme per il proprio mestiere. Troppe volte sei tentato di lasciar perdere, di approfittare di una bella giornata di sole o di un viaggio. Ma sai che non puoi, che il romanzo esige il sacrificio della vita e non aspetta che le tue ore, la tua applicazione, la tua devozione. Allora torni allo scrittoio senza nessun pentimento e con una strana gioia nel cuore.

  • Da dove nasce l’ispirazione del tuo romanzo “L’uomo senza inverno”?

Ho sempre amato moltissimo gli artisti irriverenti, che non si piegano ai canoni comuni, che vanno contro corrente. Chi è grande finisce con l’essere “contro”. Ho sempre amato chi crea in solitudine, contro tutto e tutti, con la verità e il bisogno di lasciare un segno nel mondo. Gustave Caillebotte è certamente uno di questi, ed è proprio alla sua vita silenziosa, in parte nascosta, in parte enigmatica, che devo la scrittura di questo romanzo.

  • Cosa ci puoi raccontare di questo libro? Esperienze, aneddoti.

Gli aneddoti sono veramente moltissimi, e alcuni hanno del magico. Uno, per esempio, è quello legato al giorno in cui mi è arrivato materialmente il romanzo. Avevo evitato di farmi spedire il libro il 21 febbraio, perché giorno della morte del pittore. Mi sembrava un giorno triste, pieno d’angoscia. Volevo qualcosa di più luminoso. Ma il destino ha deciso per me. Il blocco delle spedizioni ha posticipato tutto in maniera che il volume – la prima copia – giungesse nelle mie mani esattamente la mattina del 21 febbraio. Gustave voleva rinascere proprio da dove era morto. Ho visto in tutto questo un messaggio chiaro, una sorta di battesimo augurale e pieno di speranza. Ed è solo una delle infinite coincidenze che hanno costellato, accompagnato, sorretto la stesura del libro.

  • Qual è il genere che preferisci come autore? E invece quale come lettore?

Le due cose coincidono pienamente. Amo moltissimo i romanzi storici, comunque legati a personaggi realmente vissuti, e soprattutto amo l’arte e Parigi, da sempre presenti nella mia scrittura. Da autore scrivo esattamente ciò che vorrei leggere, o quanto meno cerco di avvicinarmi a quell’ideale estetico. Non so se ci riesco, ma la direzione dello sguardo va sempre verso ciò che mi colpisce, che mi seduce e mi soggioga.

  • Hai trovato difficoltà nella stesura del romanzo, se si, quali e perché?

Le uniche difficoltà incontrate – o meglio le uniche complessità – sono legate alla minuzia storica delle ricostruzioni, alle vicende della storia dell’arte, della politica francese, della storia dell’Ottocento che permea le pagine. Entrare nella vita e nei costumi di un secolo lontano da te – il secolo di un altro paese, un altro popolo – è qualcosa di difficilissimo e sfuggente. Richiede un duro lavoro e soprattutto tanta, tanta pazienza. Ogni pagina è un distillato di un materiale molto faticoso e lavorato. Ma forse il bello sta pure in questa fatica.

  • Il punto di forza del tuo romanzo?

Non saprei, preferisco che lo dicano i lettori.

  • “L’ uomo senza inverno” piacerà sicuramente a tutti quei lettori che…

Credo e spero che possa piacere ai lettori che amano l’arte, la pittura, Parigi e che soprattutto hanno dentro lo stesso sentimento di ribellione di Caillebotte – un uomo, un artista, che ha sempre cercato se stesso.

  • Da cosa è mosso il tuo protagonista? E qual è il suo obiettivo?

Gustave Caillebotte è mosso dalla necessità di trovare se stesso e la propria arte, di affermare i valori del gruppo impressionista e soprattutto di lasciare un segno nel mondo ancora in parte superficiale e insensibile in cui vive. È un precursore, un genio rivoluzionario, un uomo che guarda avanti, al futuro, interrogandosi sul senso ultimo dell’esistenza.

  • Una citazione del libro…

“Prima di chiedersi chi fosse quel tipo, prima d’interrogarsi sull’odore del suo respiro, prima ancora di scoprire di desiderare le sue carezze, Gustave Caillebotte si domandò come sarebbe stato dipingerlo.”

  • Come mai hai deciso di intitolare il tuo romanzo “L’uomo senza inverno”

Ho scelto questo titolo partendo proprio da un verso di Mallarmé. Si parla di uomini che non hanno conosciuto l’inverno, di maestri che non hanno raggiunto quella stagione di arte serena. Mi è sembrata una metafora perfetta della vecchiaia, che Gustave non ha avuto essendo morto a soli quarantasei anni d’età. Lui è per eccellenza l’uomo senza inverno, un uomo che nei pochi anni della sua giovane vita è comunque riuscito a esprimere pienamente se stesso e il suo universo interiore.

  • Luigi, cosa ti chiederesti se fossi al mio posto?

Mi chiederei com’è la vita adesso che la parentesi caillebottiana si è chiusa. E risponderei: in realtà, pur essendo giunto alla fine della scrittura del romanzo, Gustave Caillebotte è sempre accanto a me, da quando mi sveglio a quando mi addormento la notte. È una di quelle figure simboliche, potenti, e sento la sua presenza accanto simile a quella silenziosa e rassicurante di un amico, qualcuno che ti vuole bene. Sono certo che me lo porterò dietro per il resto dei miei giorni.

Grazie per avermi dedicato parte del del tuo tempo e per avermi fatto conoscere “Gustave”

Sinossi

Parigi, 1863. Gustave Caillebotte è ancora un ragazzo quando, nel salotto della ricca casa di famiglia, sente parlare, con toni di ferma condanna, dell’esposizione dei pittori Refusés e in particolar modo dell’opera di un certo Édouard Manet. La visione di quel quadro, “Le déjeuner sur l’ herbe”, al quale si avvicina di nascosto e mosso da un’oscura fame, segna il nascere della passione contrastata che brucerà dentro fino a divorargli l’anima, pervadendo i giorni della sua breve esistenza. Gustave disubbidisce alle direttive paterne, animato dal desiderio di imparare a dipingere e far suoi quei tratti così inusuali, così nuovi, esperimenti di colore che sono autentici oltraggi alla tradizione e che indicano l’origine di una rivolta: il movimento che qualcuno definirà “Impressionismo”. Una simile passione, agli occhi del padre Martial, uomo severo ma non privo di curiosità, non può che essere un passatempo. Per la madre Céleste, creatura travagliata e complessa, qualcosa di inadatto a un uomo. Il conflitto tra la sensibilità intima del pittore e il ruolo che la società borghese dell’epoca impone attraverserà come un frastagliato filo rosso l’intera vita del giovane Caillebotte, nutrendo la sua arte e l’amore per i corpi maschili, oggetto di molte delle sue tele più belle. Questo dissidio tra i propri desideri segreti e le costrizioni esterne si insinua in ogni pennellata, rendendo i suoi lavori intensi e modernissimi. Ma la parabola di Gustave Caillebotte racchiude molto di più: oltre a progettare velieri fu uno dei più importanti collezionisti del suo tempo, il mecenate generoso di artisti immensi come Monet, Renoir, Degas, Morisot e parecchi altri, che devono a lui più di quanto la cultura ufficiale abbia tramandato. Ed è qui, nelle pagine di Luigi La Rosa, che vediamo scorrere la sua storia.

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