sabato, Ottobre 31, 2020
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“L’ arte giapponese di vivere felice”di Scott Haas edito da Newton Compton da oggi in tutte le librerie e on-line. Estratto

Trama

Una guida pratica all’ukeireru, il principio giapponese dell’accettazione, per eliminare lo stress

Èpossibile trovare maggiore pace e soddisfazione nella vita? Il concetto giapponese di ukeireru, o accettazione, è la chiave per capire come ridurre l’ansia e lo stress e aumentare il benessere. Imparando e praticando l’ukeireru si possono migliorare le relazioni, con una maggiore predisposizione all’ascolto e alla ricerca di punti in comune con l’altro. Si può trovare la calma nel ritualizzare piccoli gesti, come fare il caffè, bere il tè o assaporare un cocktail, e riscoprire l’importanza di bagni rilassanti e sonnellini ristoratori. Si può praticare il rispetto per sé stessi e per gli altri, con un effetto calmante su chi ci circonda, per riuscire ad ascoltare più di quanto si parli. Si può riordinare la vita riducendo al minimo le esperienze e le relazioni che provocano più stress che sollievo. Ancora, si possono coltivare modi pratici per affrontare la rabbia, la paura e le discussioni. Praticando l’accettazione, insomma, è possibile fare una pausa dallo stress e dalle situazioni che ci mettono a disagio, così da prendere in mano la nostra vita.

Il primo passo per il cambiamento è l’accettazione della realtà. La chiave per la felicità è tutta qui.

«Un’affascinante e suggestiva riflessione sul concetto di felicità, attraverso lo studio degli elementi base che caratterizzano i concetti di “accettazione” ed “empatia” in Giappone.»
Merry White, docente di antropologia presso la Boston University

«Scott Haas ha scritto un libro prezioso, utilissimo per integrare l’approccio occidentale alle pratiche giapponesi per la riduzione dello stress.»
Robert B. Saper, direttore del Dipartimento di medicina integrata a Boston

Estratto


A Reto Dürler, amico di lunghissima data. La sua passione
per la natura, dalla conoscenza degli uccelli all’interesse per
le montagne svizzere, permea il mio pensiero, approfondisce
la mia consapevolezza e migliora la mia comprensione delle cose.
E grazie, naturalmente, per avermi parlato di Braunwald:
“Hoch über dem Alltag”.

Posso continuare a vivere finché
non desidererò questo tempo
come ricordo ora
i momenti infelici del passato
con tenerezza

ながらへば
またこの頃や
しのばれむ
憂しと見し世ぞ
今は恋しき

Fujiwara No Kiyosuke, XII secolo

(Una delle cento liriche che si imparano a memoria
per un gioco di carte tradizionale chiamato
Hyakunin-isshu, “Cento poesie”)

Capitolo Primo

Il mondo

Aspetta, come hai detto? Il Giappone? E cosa dovrebbe insegnarci il Giappone sulla felicità?

Tantissimo, anche se ci ho messo anni a capirlo, e ho ancora qualche perplessità nel definire la risposta. Alcune questioni fondamentali mi hanno allontanato dal modo in cui sono stato educato a pensare alla felicità.

In Giappone la felicità non è un’esperienza privata. E il vero scopo non è la felicità. Lo scopo è l’accettazione.

*

Ciò che il Giappone sa fare molto bene, e che possiamo imparare dalla sua cultura, è come allontanare il dolore insito nell’essere soli al mondo. Accettare la realtà, passata e presente, e apprezzare tutto ciò che non dura sono concetti fondamentali per la vita giapponese. Trascorrere del tempo in Giappone, studiarne la cultura e sforzarmi di capire come le persone affrontano la pianificazione e l’organizzazione, come vedono l’amore, sé stessi e la natura, hanno cambiato il modo in cui considero e vivo lo stress.

Non tutti riescono a far parte dei tantissimi gruppi esistenti nel Paese, e l’isolamento è un problema noto, come lo è in Occidente per gli anziani, le persone relegate ai margini e chi è affetto da disturbi mentali cronici.

Ci sono, però, enormi differenze. In Giappone le opportunità di inclusione sono innumerevoli, dai bagni pubblici ai parchi che racchiudono grandi templi e luoghi sacri aperti a tutti. Ci sono inoltre molte mescolanze (a partire dall’era Taisho, 1912-26, ma non prima), in parte grazie all’occidentalizzazione che ha abbattuto barriere ed egemonie. Il gruppo ha un ruolo importante nella vita delle persone sin dalla più tenera età, con i bambini vestiti in uniforme e dotati della stessa identica scatola per il pranzo. Le aspettative sono talmente note e diffuse che non serve nemmeno parlarne: in Giappone si sa benissimo come ci si deve comportare a casa, a scuola, nei negozi, nei ristoranti e al lavoro; e tali aspettative non sono molto diverse tra le persone (anche se esistono differenze ben radicate e inibenti relative a genere, età e omogeneità). Soprattutto, la tua natura in quanto essere umano e la tua identità in Giappone sono definite tanto dalle tue affiliazioni a determinati gruppi quanto dai tuoi vezzi, opinioni, preferenze e antipatie.

Chi cresce negli Stati Uniti aderirà alle credenze culturali prevalenti: lo spirito del “posso farcela”, il messaggio diffuso dal motto Yes, I can, l’apertura e la creatività straordinarie, la disponibilità a tentare nuove strade, un individualismo spinto al massimo.

E qui entra in gioco il Giappone.

Osservare, ascoltare, restare in silenzio, comprendere le cose, considerare i problemi come sfide, essere molto meno impulsivi e, soprattutto, praticare l’accettazione: tutto ciò è alla base di come ci si relaziona con sé stessi e con gli altri. Tali comportamenti esistono anche altrove, naturalmente, in quanto sono caratteristiche della specie umana; ma in Giappone sono i pilastri dello sviluppo istituzionale e sistemico.

Sapere che ciò che sono è profondamente legato a come sono con gli altri è liberatorio. La via all’autoanalisi e all’autocompiacimento è infinita, ma, per ironia della sorte, anche limitante, e curiosamente tende a isolare dagli altri.

Perché cercare il privilegio quando si può avere l’affiliazione?

Nessun altro luogo mi ha dato maggiore equilibrio, calma, pazienza, rispetto per il silenzio e l’osservazione, e accettazione del fatto che la comunità e la natura sono più importanti dei bisogni individuali. L’individualismo, così apprezzato in Occidente, è sostituito qui dalla consapevolezza che i piaceri più belli della vita derivano dalla soddisfazione degli altri.

*

Quando gli altri soffrono e c’è empatia da parte nostra, stiamo ovviamente meno bene. In altre parole: quando siamo empatici, facciamo nostro il dolore degli altri. Da medico, ogni volta che ascolto storie dolorose di perdita, vergogna e isolamento, il mio benessere diminuisce. Ciò spiega, in gran parte, perché coloro che soffrono in modo evidente spesso vengono evitati, biasimati o temuti. Più si è empatici con il dolore degli altri, più si è in grado di riconoscere che quel dolore è parte della nostra identità.

Provate a pensarci in termini pratici: se vostro figlio, il vostro partner, un genitore o un caro amico sta soffrendo, non state bene nemmeno voi, proprio perché vi sentite parte di loro, ed essi sono nel vostro cuore e nella vostra coscienza. Se mio figlio o mia figlia o mia moglie soffre, non posso nemmeno pensare di essere felice.

Sono bravissimo a crearmi da solo lo stress, anzi, potrei dire che è la mia specialità, anche perché vengo da una famiglia in cui lo stress era un fatto normale e, da sempre, ho la tendenza a ripetere gli errori dei miei genitori.

Ma non si tratta solo della sfera personale. Non è mai così: e come potrebbe esserlo? Tre mattine alla settimana faccio colloqui presso l’Istituto di assistenza transizionale in Dudley Square1, a Roxbury, nel Massachusetts, in cui mi occupo di valutazione delle disabilità di persone povere, senza casa, vittime di violenze o detenute in carcere; quando poi torno nel mio quartiere elegante, a soli otto chilometri di distanza, noto con vero sollievo che il successo e la sicurezza hanno molto meno a che fare con la volontà personale che con l’etnia, il genere e la situazione economica.

Ho trovato l’aiuto che mi serviva, ciò che mi mancava, integrando le esperienze fatte in Giappone con la mia vita qui, negli Stati Uniti.

Includere le abitudini giapponesi, in modo graduale o un pezzetto alla volta, ha cambiato alla radice il mio modo di affrontare e percepire lo stress, di evitarlo e di accettare il mondo mentre, allo stesso tempo, mi sforzo di cambiare la mia posizione al suo interno.

Pushing the World Away (Allontanare il mondo) è il titolo di un album del sassofonista jazz Kenny Garrett, e poiché questo artista conosce il giapponese e ha trascorso moltissimo tempo laggiù, il titolo è un’indicazione di come lui e altri, tra cui il sottoscritto, vedono la cultura di quel Paese.

Quando ho parlato con Garrett, mi ha detto: «Il Giappone è sempre stata la mia seconda casa». Sull’ispirazione che trae dalla cultura giapponese, ha precisato: «La mia musica ti tira dentro, continuamente. L’energia che usiamo per allontanare il mondo è energia che possiamo utilizzare in modi positivi».

Questa è, in sintesi, l’accettazione giapponese. Allontanare da sé il mondo con convinzione, per creare esperienze significative che ci avvicinano gli uni agli altri e alla sensualità dell’essere vivi.

Introducendo nella mia vita semplici attività quotidiane, come si fa in Giappone, percepisco minore stress derivante sia dalla mia storia sia dal mio lavoro con i disadattati, che hanno vicende profondamente disturbanti. È un processo in divenire, e alcuni giorni sono migliori di altri. Certamente ho molto su cui lavorare, attraverso l’osservazione, il silenzio e, soprattutto, l’accettazione nei suoi tanti risvolti. Ho più modi per comprendere e limitare il potere distruttivo dello stress.

Non si tratta di segreti per raggiungere la felicità; questo non è un modo per sottrarsi alle sfide che ci troviamo di fronte come esseri umani che agiscono da cittadini responsabili. È un modo diverso di vedere le cose, per parafrasare John Berger, che accresce le nostre visioni2. Questo modo di vedere offre delle possibilità.

Tempo fa si diffuse il concetto di ikigai, che veniva proposto come un codice o un segreto che, una volta appreso, avrebbe consentito di raggiungere la felicità. Ma il Giappone non si preoccupa solo della felicità. Per meglio dire, la storia giapponese è fatta di forza d’animo, resilienza e senso della comunità3.

Ciò che il Giappone offre sono maniere realmente e profondamente diverse di fare le cose, vedere noi stessi come parte della natura, creare ed essere utili alla comunità, e accettare il nostro tempo così breve sulla terra.

Tanto per essere chiari: i giapponesi non hanno il monopolio dell’empatia, nel modo più assoluto. Nella quotidianità, la vita in Giappone è caratterizzata spesso dall’indifferenza: le persone non sembrano voler reagire davanti agli altri. E se dico o faccio la cosa sbagliata? E se sono invadente? Cosa penseranno di me?

Allo stesso tempo, in generale (ma non sempre) vi sono una sicurezza pubblica e un senso civico straordinari, instaurati attraverso una fortissima coesione, per molti aspetti presente sin dall’antichità. Esistono strutture esterne che forniscono il necessario; l’individuo non deve occuparsi di molte cose in prima persona. Tutto è gestito.

Tuttavia, quando si verifica una crisi e le strutture esterne non bastano a risolvere i problemi, cosa ci si aspetta da parte dell’individuo? Condizionato com’è a guardare al gruppo per interpretare la realtà, può essere difficile per lui sapere come comportarsi e cosa fare.

Il mio esempio preferito tratto dall’arte è nel film del 1963 Anatomia di un rapimento di Akira Kurosawa, in cui un ricco imprenditore è costretto a scegliere tra accettare la rovina negli affari e salvare la vita del figlio del suo autista. Mettendo da parte l’egoismo, che avrebbe acquisito in seguito all’influenza americana nel dopoguerra, come suggerisce la trama, il protagonista Kingo Gondo (interpretato da Toshirō Mifune) dimostra che l’empatia ha la meglio sul profitto…

L’ Autore

foto presa dal web

Scott Haas,è uno scrittore e psicologo clinico. Vincitore del premio James Beard per le sue trasmissioni in onda su emittenti televisive americane, ha conseguito un dottorato di ricerca presso l’Università di Detroit e ha svolto il suo tirocinio di dottorato presso il Massachusetts Mental Health Center, un ospedale universitario della Harvard Medical School. Visita spesso il Giappone per motivi di lavoro. Vive a Cambridge.


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