Parigi, 1944. La celebre cantante Genevieve Dumont è una star coinvolta in operazioni di spionaggio. Venerata dai nazisti, la sua posizione di privilegio le permette di passare inosservata come alleata della Resistenza. Ma quando la madre, con cui ha allentato i rapporti, Lillian de Rocheford, viene catturata dai nazisti, Genevieve è sconvolta. Sa che non passerà molto tempo prima che la Gestapo riesca a estorcere a Lillian informazioni chiave sull’imminente invasione alleata. Il movimento della Resistenza ha il compito di metterla a tacere ricorrendo a ogni mezzo necessario, compreso l’assassinio. Ma Genevieve non può permettere che la madre diventi un’altra vittima della guerra. Riunitasi con la sorella, deve trovare il modo di attraversare la Francia occupata senza essere scoperta: una missione estremamente pericolosa, in cui chiunque potrebbe far saltare la sua copertura, e una corsa contro il tempo scandita da rischi continui. Riuscirà a salvare la vita di Lillian?

Ai miei tre figli, Peter, Christopher e Jack,
con tutto il mio amore.

A cosa serve vivere, se non a lottare per le nobili cause e a trasformare 
questo mondo confuso in un posto migliore per le generazioni future, 
che lo abiteranno quando noi ci saremo spenti?
WINSTON CHURCHILL

Lei era Genevieve Dumont, una cantante, una star. La sua ultima esibizione in uno dei più importanti teatri di Parigi, che aveva registrato il tutto esaurito, si era conclusa con una standing ovation di cinque minuti poco meno di un’ora prima. Era acclamata, ammirata, celebrata ovunque andasse. I nazisti la adoravano.

Non aveva ancora compiuto venticinque anni. Era bellissima con indosso gli abiti eleganti post-spettacolo, proprio come in quell’istante. Non indigente, non infelice.

In un periodo caratterizzato dalla paura e dalla fame di massa, da un numero di morti su scala globale così elevato da non essere mai stato registrato prima nell’intero corso della storia umana, si riteneva fortunata. Se ne rendeva conto.

La persona che era stata prima, l’evento che l’aveva quasi distrutta – quella vita apparteneva a qualcun altro. Per la maggior parte del tempo, non riusciva neppure a ricordarsela.

Si rifiutava di ricordarsela.

Una sirena risuonò lacerante a pochi metri di distanza dalla macchina in cui si trovava. Stupefatta, si rimise composta sul sedile, con il cuore in subbuglio, e si guardò intorno.

Lo sanno? Ci stanno seguendo?

Un gruppo ristretto di fan l’aveva attesa fuori dall’ingresso degli artisti. Uno di loro le aveva ficcato il programma dello spettacolo fra le mani, chiedendole un autografo per Francoise. Aveva firmato – Che il tuo cuore possa sempre cantare, Genevieve Dumont – come le era stato ordinato. Cosa significasse, non lo sapeva. Sapeva che significava qualcosa; era un incontro prefissato e il messaggio in codice che aveva abbozzato era destinato alla Resistenza.

E ora, appena qualche minuto più tardi, ecco apparire la Milizia, l’odiata polizia francese che da tempo si era schierata dalla parte dei nazisti, che li seguiva a ruota.

Si sentì pervasa da un’ondata gelida di paura, proprio mentre un paio di auto della polizia si avvicinavano, seguite da un camion militare. Procedendo senza luci, apparvero soltanto come giganti sagome nere, il cui passaggio infastidì la grande Citroën che, fino a quel momento, si trovava sola in strada. Una frazione di secondo e l’autista – Otto Cordier, che lavorava per Max, il suo agente – frenò di colpo. La macchina si fermò.

«Sacre bleu!». Sbalzata, riuscì a malapena a non finire contro il sedile anteriore, gettando le braccia in avanti. «Cosa sta succedendo?»

«Un blitz, penso». Osservando fuori dal parabrezza, Otto aveva afferrato il volante con entrambe le mani. Era un uomo anziano, basso, filiforme e con i capelli bianchi. Lei riusciva a percepirne la tensione in ogni singola linea del corpo. Davanti all’auto, illuminata dal chiaro di luna che aveva aggiunto alla scena sfumature di un grigio pallido, il corteo che li aveva sorpassati stava ora bloccando il passaggio. Lei lanciò una rapida occhiata all’indietro, per lo stridore dei freni e per la presenza di un’ombra che si stagliava da una parte all’altra dell’edificio più vicino. Un altro camion militare si fermò con un sussulto, occupando la strada alle loro spalle, senza consentire alcuna via di uscita. Gli uomini – soldati tedeschi insieme a ufficiali della Milizia – si riversarono fuori dal veicolo fermo. Quelli dietro superarono la Citroën come in uno sciame e si precipitarono verso un luogo che, con esitazione, Genevieve riconobbe essere un condominio di sei piani che, buio e silenzioso, occupava un giardino recintato.

«Oh, no», disse. La paura per lei e per Otto si allentò, ma il petto le si strinse dalla compassione per i bersagli del blitz. Era raro che le persone catturate dai nazisti nel cuore della notte rientrassero a casa.

Gli ufficiali bussarono con violenza alla porta d’ingresso. «Aprite! Polizia!».

Erano da poco passate le ventidue. Il silenzio che avvolgeva la città era pressoché assoluto, fino a quando il rumore della sirena non l’aveva squarciato. A causa dell’oscuramento, imposto in maniera tassativa, le strade erano tanto buie e misteriose quanto la Senna vicina. Aveva piovuto durante la giornata e, prima della sirena, la grande Citroën era stata la cosa più rumorosa nei paraggi, schizzando acqua dalle pozzanghere mentre si dirigevano verso il Ritz, dove avrebbe alloggiato per la durata del soggiorno parigino.

«Se continuano ad arrestare le persone, presto non rimarrà più nessuno». Lo sguardo di Genevieve si inchiodò su un contingente di soldati che si sparpagliava attorno all’edificio, cercando all’apparenza un’altra entrata – o altre uscite da poter bloccare. Un gruppo fece sbattere un cancello con alte punte in ferro, che conduceva al giardino recintato da muretti in mattoni. Non aprendosi, i soldati proseguirono oltre, sparendo dietro l’angolo del palazzo. Lei ne riuscì a seguire i movimenti grazie alle torce, dotate di coperchio scanalato per dirigere la luce verso il basso e rendersi così invisibili ai piloti dei raid aerei parigini, le cui incursioni sempre più frequenti avevano suscitato al contempo gioia e timore nei cittadini ormai piegati dalla guerra. Il loro movimento appariva come l’irregolare sfarfallio delle lucciole nella notte.

«Hanno paura, e questo li rende ancora più pericolosi». Continuando a seguirne gli spostamenti, Otto abbassò di poco il finestrino, per sentire meglio ciò che stava accadendo. Il profumo di terra indotto dalla pioggia si era confuso con il debole odore di fumo di sigaretta, diventato un tratto distintivo dell’automobile a causa delle Gauloises interminabili di Max. La tessera gialla, il lasciapassare di cui avevano bisogno per potersi trovare in strada dopo il coprifuoco, messa bene in vista sul parabrezza, le impediva di vedere l’angolo più remoto dell’edificio, verso cui pensò si precipitassero i soldati. «Sanno che gli Alleati stanno per arrivare. I bombardamenti alle basi della Luftwaffe, proprio qui in Francia, le vittorie riportate sul fronte orientale – stanno per essere messi con le spalle al muro. Faranno tutto il necessario per sopravvivere»…

foto presa dal web

Karen Robards, è un’autrice bestseller apparsa più volte sulle pagine del «New York Times», di «USA Today» e di «Publishers Weekly». Ha all’attivo diversi romanzi ed è stata vincitrice per sei volte del prestigioso premio Silver Pen. Vive nel Kentucky con il marito.

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Jenny Citino

Di Jenny Citino

Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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