Kyoto, 1948. Nori Kamiza ha solo otto anni quando viene lasciata dalla madre davanti al cancello di un’enorme villa di proprietà della nonna. Sola e spaventata, la bambina viene accolta in casa, seppur a malincuore. La famiglia Kamiza è tra le più nobili del Giappone, imparentata addirittura con l’imperatore, mentre Nori, con quei capelli crespi e la pelle scura, è il frutto della scandalosa relazione con un gaijin, uno straniero, per di più di colore. Perciò la nonna fa il possibile perché Nori rimanga un segreto ben custodito. La relega nell’attico e la costringe a trattamenti per renderla «più giapponese»: le stira i capelli e la sottopone a bagni nella candeggina per rendere la sua pelle più bianca. Nori impara fin da subito le regole fondamentali: non fare domande, non lamentarsi, non opporsi. Ma tutto ciò che conosce viene sconvolto dall’arrivo di Akira, il suo fratellastro. Nori è certa che Akira la odierà: lui è il legittimo erede della famiglia, lei il marchio d’infamia che lo disonora. Eppure presto si rende conto che Akira non è come gli altri. Akira viene dalla grande e moderna Tokyo e non gli importa nulla né dell’aspetto di Nori né delle regole della nonna. Per lui, Nori è la sua sorellina e l’adora, almeno quanto Nori adora lui. Così, i due diventano inseparabili e Akira mostra a Nori un mondo nuovo. Un mondo in cui, finalmente, lei non è un’intrusa, non è sbagliata. Un mondo in cui il pregiudizio è sconfitto dalla forma più pura d’affetto: quello che non chiede nulla in cambio. Un mondo in cui anche lei ha il diritto di essere felice. Tuttavia ogni cosa ha un prezzo. E la libertà di Nori potrebbe richiederne uno altissimo…

Per Hannah, con amore,
e per tutti i reietti,
ora e per sempre.

PRELUDIO

Prefettura di Kyoto, Giappone, 
estate 1948

Il primo vero ricordo di Nori era il momento in cui l’auto si era fermata davanti alla villa. Negli anni a seguire avrebbe cercato di allargare i confini della memoria, di afferrare gli eventi avvenuti prima di allora. Spesso se ne stava distesa nel silenzio della notte e si sforzava di ricordare. A volte le sfrecciava davanti agli occhi l’immagine di un appartamento minuscolo dalle luride pareti gialle, ma spariva con la stessa velocità con cui era arrivata, lasciandosi dietro un senso d’insoddisfazione.

Se qualcuno gliel’avesse domandato, Nori avrebbe risposto che la sua vita era cominciata il giorno in cui aveva posato gli occhi sull’imponente villa che si ergeva maestosa tra due colline verdi. Era un luogo di una bellezza incredibile – impossibile negarlo –, eppure, nonostante l’aspetto splendido, a lei era bastato uno sguardo per sentire una morsa allo stomaco e le viscere contrarsi. Sua madre non la portava quasi mai da nessuna parte, e in qualche modo lei aveva capito che là era in serbo per lei qualcosa che non le sarebbe piaciuto.

L’automobile di un blu sbiadito aveva frenato bruscamente dall’altra parte della strada rispetto alla villa, che era in stile tradizionale, circondata da alte mura bianche. Il cancello esterno era aperto e mostrava un giardino curato nei minimi dettagli. Il portone della villa vera e propria, invece, era sbarrato. C’erano delle parole incise sulla sommità dell’inferriata principale in lettere d’oro a sbalzo ben visibili. Nori però non sapeva leggere. Era in grado di scrivere e riconoscere il suo nome, No-ri-ko, ma nient’altro. In quel momento aveva desiderato di saper leggere qualunque scritta, in qualunque lingua esistente, da un oceano all’altro. Non comprendere quelle parole le dava un senso di impotenza così profondo che non sapeva nemmeno come interpretarlo. Si era rivolta a sua madre. «Okaasan, che cosa c’è scritto là?»

Il sospiro della donna seduta accanto a lei aveva tradito la sua frustrazione. Un tempo era stata bellissima, ed era ancora molto attraente, ma il suo viso cominciava a mostrare i segni del prezzo che la vita le aveva fatto pagare. I folti capelli scuri erano legati in una treccia sul punto di disfarsi. Gli occhi grigi guardavano a terra. Non incrociava il suo sguardo. «Kamiza. C’è scritto ’Kamiza’.»

La curiosità di Nori era aumentata. «Ma siamo noi, giusto?»

L’autista, un uomo che Nori non aveva mai visto prima di quella mattina, aveva lanciato loro un’occhiata stupefatta dallo specchietto retrovisore.

A sua madre era sfuggita una risatina strozzata che aveva fatto venire la pelle d’oca a Nori. «Sì. È il nostro cognome. È qui che abitano mia madre e mio padre, piccola. I tuoi nonni.» Sua madre aveva uno sguardo strano, che il vocabolario limitato di Nori non aveva i mezzi per definire.

Il cuore le batteva forte. Sua madre non le aveva mai parlato di nessun parente. Avevano vissuto sole per così tanto tempo, loro due, che le sembrava stranissimo avere dei legami con un luogo tangibile. «E tu vivevi qui, Okaasan?»

«Una volta. Prima che tu nascessi. Molto tempo fa.»

Nori aveva fatto una smorfia, concentrandosi. «Perché sei andata via?»

«Adesso basta domande, Noriko. Prendi le tue cose e andiamo.»

Nori aveva obbedito, mordendosi le labbra per impedirsi di chiedere altro.

A sua madre non piacevano le domande. Ogni volta che Nori le chiedeva qualcosa, le lanciava uno sguardo carico di disapprovazione. Meglio evitare. Le rare occasioni in cui riusciva a farla felice, Nori otteneva un mezzo sorriso. A volte, se era stata particolarmente brava, riceveva in premio una caramella o un nastro nuovo. Nei suoi otto anni di vita, aveva  collezionato dodici nastri, uno per ciascuna volta in cui era stata in grado di soddisfare sua madre.

«Una donna deve imparare il silenzio. Può anche non sapere nient’altro, ma deve saper stare in silenzio», le diceva sempre.

Nori era scesa sul marciapiede, controllando di avere preso tutto. Aveva la sua valigetta marrone con le cinghie ormai consumate e un fazzoletto di seta viola legato intorno alla maniglia, e la sacca azzurra con la fibbia d’argento che aveva ricevuto per il suo ultimo compleanno. Era tutto lì. Non che pensasse di avere bisogno d’altro.

Solo in quel momento si era resa conto che sua madre, invece, non aveva bagagli. Era immobile, come se le sue scarpette di seta rosa chiaro fossero incollate a quel marciapiede di un bianco innaturale. Fissava con gli occhi chiari qualcosa che Nori non riusciva a vedere.

Sua madre indossava un abito celeste a maniche corte lungo fino al ginocchio e calze color carne. Al collo portava una piccola croce d’argento con un diamantino al centro. Aveva sollevato le mani al petto, strette così forte che le venuzze blu sporgevano sulla sua pelle delicata.

Nori aveva allungato una mano, incerta, e le aveva toccato il braccio. «Okaasan…»

Lei aveva battuto le palpebre in fretta e lasciato cadere le mani lungo i fianchi. Gli occhi, però, erano rimasti puntati lontano. «Noriko, voglio che tu mi prometta una cosa.»

Il suo tono affettuoso aveva disorientato Nori: non c’era abituata. Aveva alzato lo sguardo verso sua madre, sforzandosi di apparire bella e obbediente e qualsiasi altra cosa desiderasse da lei. Non voleva rovinare quel momento con parole goffe. «Sì, Okaasan?»

«Promettimi che obbedirai.»

Quella richiesta l’aveva colta alla sprovvista. Non perché fosse inusuale, ma perché Nori non aveva mai disobbedito in vita sua. Non le sembrava che ci fosse bisogno di chiederlo.

La sua incertezza doveva essere stata evidente, perché la madre si era inginocchiata per guardarla dritto negli occhi. Sembrava spinta da un bisogno pressante che Nori non aveva mai percepito in lei. «Promettimelo. Promettimi che obbedirai sempre. Non fare domande. Non lottare. Non resistere. Non pensare, se il pensiero dovesse portarti dove non devi andare. Sorridi e fai quello che ti chiedono. Solo la tua vita è più importante dell’obbedienza. Solo l’aria che respiri. Promettimelo.»

Nori aveva pensato che era una conversazione stranissima. Mille domande le bruciavano sulla lingua. Le aveva ricacciate indietro. «Sì, Okaasan. Yakusoku shimasu. Lo prometto.»

Sua madre aveva tirato un sospiro tremante, a metà tra il sollievo e la disperazione. «Adesso ascoltami bene. Entrerai da quel portone, Nori. I tuoi nonni ti chiederanno come ti chiami. Che cosa risponderai?»

«Noriko, Okaasan. Noriko Kamiza.»

«Sì. E ti chiederanno quanti anni hai. Che cosa risponderai?»

«Ho otto anni, Okaasan.»

«Ti chiederanno dove sono andata. E tu dirai loro che non te l’ho detto. Che non lo sai. Hai capito?»

Nori aveva la gola secca. Il cuore le era balzato nel petto, come un uccellino che cercasse di fuggire da una gabbia. «Okaasan, dove vai? Non vieni con me?»

Sua madre non aveva risposto. Si era alzata, aveva tirato fuori dalla tasca una spessa busta gialla e l’aveva messa sul palmo umido di Nori. «Dagliela quando faranno domande.»

Il tono di voce di Nori era salito insieme col terrore. «Okaasan, dove vai?»

Lei aveva sviato lo sguardo. «Nori, sstt. Non piangere. Smetti di piangere subito!»

Le lacrime della bambina, sul punto di scorrere, si erano riassorbite a una velocità impressionante. Era come se fossero obbligate a obbedire.

Sua madre aveva ripreso a parlare, pianissimo, in un sussurro. «Noriko, sei una brava bambina. Fa’ come ti ho detto e andrà tutto bene. Non piangere. Non hai motivo di piangere.»

«Sì, Okaasan.»

Sua madre aveva esitato, cercando le parole giuste per alcuni lunghi istanti. Poi non aveva aggiunto altro, accarezzando invece la testa della figlia. «Starò qui a guardarti mentre vai. Prendi le tue cose.»

Noriko aveva preso i suoi averi e si era avviata piano verso il cancello, che si ergeva imponente sopra di lei. I suoi passi rallentavano sempre di più via via che si avvicinava. Di tanto in tanto si lanciava un’occhiata alle spalle, controllando che sua madre fosse ancora lì a osservarla. C’era.

Quando infine aveva raggiunto il cancello, Noriko si era fermata, non sapendo come proseguire. Era aperto, eppure sentiva che non sarebbe dovuta entrare. Aspettava che sua madre le desse istruzioni, ma lei era rimasta sul marciapiede a fissarla in silenzio.

Passo dopo passo, Nori era avanzata sul vialetto. Arrivata a metà, si era bloccata, incapace di proseguire. Si era girata verso sua madre, disperata, però lei era tornata verso la macchina. «Okaasan!» aveva piagnucolato, abbandonata di colpo dalla calma che era riuscita a mantenere fino a quel momento. Voleva correre da sua madre, ma qualcosa la teneva inchiodata lì.

Quel qualcosa la tratteneva con una morsa implacabile e spietata. Non le permetteva di muoversi, respirare o gridare mentre guardava sua madre rivolgerle un ultimo sguardo, stranamente intenso, prima di tornare in auto e chiudere la portiera. In un batter d’occhi la macchina era partita veloce lungo la strada, sparendo dietro l’angolo.

Nori non aveva idea di quanto tempo fosse rimasta lì imbambolata. Il sole era alto nel cielo quando aveva ripreso la sua lenta avanzata nel cortile. Ancora in uno stato di trance, aveva alzato la manina per bussare piano al portone della recinzione che ostruiva la visuale sulla casa, lasciando visibili solo i piani superiori e il tetto imponente. Non aveva risposto nessuno. Aveva spinto, quasi sperando che non si aprisse. Così era stato, ed era troppo pesante per pensare di fare un altro tentativo.

Si era messa seduta e aveva aspettato. Cosa, di preciso, non lo sapeva nemmeno lei.

Poco dopo, una forza invisibile aveva aperto il portone. Due omoni in abito elegante ne erano emersi, scrutandola con sdegno. «Vattene, ragazzina. Niente mendicanti», aveva detto uno di loro.

«Non sono una mendicante. Sono Noriko», aveva protestato lei, alzandosi.

L’avevano fissata senza capire. Nori aveva porto loro la busta che le aveva dato la madre, con una mano tremante. «Kamiza Noriko desu.»

Gli uomini si erano scambiati un’occhiata indecifrabile. Poi, senza una parola, erano spariti all’interno.

Nori aveva aspettato. Le girava la testa, ma si era costretta a restare in piedi.

Dopo un altro lungo momento, il primo uomo era tornato e le aveva fatto segno di avvicinarsi con un dito. «Vieni.» Aveva raccolto i suoi bagagli e le aveva fatto strada, costringendola a correre per stargli dietro. La villa era bellissima, sembrava più un palazzo che una casa, però l’attenzione di Nori si era concentrata subito sulla persona che vi era davanti.

Una donna anziana, con gli occhi di sua madre e ciocche argentate nei capelli acconciati alla perfezione, la fissava con un’espressione di assoluta incredulità.

Dato che non c’era nient’altro da fare, Nori aveva obbedito agli ordini di sua madre. «Konbanwa, Obaasama. Mi chiamo Nori.»

foto presa dal web

Asha Lemmie è nata in Virginia ed è cresciuta nel Maryland. Si è laureata al Boston College in Letteratura inglese e Scrittura creativa. Attualmente vive a New York, dove lavora nel settore editoriale. Oltre all’inglese, parla correttamente giapponese e italiano. Cinquanta modi di dire pioggia è il suo romanzo d’esordio.

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Jenny Citino

Di Jenny Citino

Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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