TRAMA

Dall’autore di «Finché il caffè è caldo»

«Un balsamo per le nostre anime ferite.»
Panorama

«Un romanzo magico quasi come un film di Hayao Miyazaki.»
Cosmopolitan

«Una lettura emozionante e commovente per dimenticare le preoccupazioni quotidiane.»
Publishers Weekly

TORNA LA CAFFETTERIA CHE HA SORPRESO E INCANTATO MILIONI DI LETTORI IN TUTTO IL MONDO

Accomodati a un tavolino.
Gusta il tuo caffè.
Lasciati sorprendere dalla vita.

L’aroma dolce del caffè aleggia nell’aria fin dalle prime ore del mattino. Quando lo si avverte, è impossibile non varcare la soglia della caffetteria da cui proviene. Un luogo, in un piccolo paese del Giappone, dove
si può essere protagonisti di un’esperienza indimenticabile. Basta entrare, lasciarsi servire e appoggiare le labbra alla tazzina per vivere di nuovo l’esatto istante in cui ci si è trovati a prendere una decisione sbagliata. Per farlo, è importante che ogni avventore stia attento a bere il caffè finché è caldo: una volta che ci si mette comodi, non si può più tornare indietro. È così per Gotaro, che non è mai riuscito ad aprirsi con la ragazza che ha cresciuto come una figlia. Yukio, che per inseguire i suoi sogni non è stato vicino alla madre quando ne aveva più bisogno. Katsuki, che per paura di far soffrire la fidanzata le ha taciuto una dolorosa verità. O Kiyoshi, che non ha detto addio alla moglie come avrebbe voluto. Tutti loro hanno qualcosa in sospeso, ma si rendono presto conto che per ritrovare la felicità non serve cancellare il passato, bensì imparare a perdonare e a perdonarsi. Questo è l’unico modo per guardare al futuro senza rimpianti e dare spazio a un nuovo inizio.
Toshikazu Kawaguchi è diventato un fenomeno internazionale con il suo romanzo d’esordio, Finché il caffè è caldo, che ha venduto oltre un milione di copie in Giappone e in Italia è tuttora in classifica dopo mesi dall’uscita. Ora torna con la sua caffetteria speciale e ci consegna una storia emozionante sulla meraviglia che si nasconde negli imprevisti della vita e nei regali del destino.

ESTRATTO

1
I DUE AMICI

Erano ventidue anni che Gōtaro Chiba mentiva alla figlia.

Come ha scritto Fëdor Dostoevskij: «La cosa più difficile nella vita è vivere senza mentire».

La gente mente per le ragioni più disparate. Certe bugie si dicono per presentarsi sotto una luce migliore, più interessante, oppure per ingannare gli altri. Le bugie possono far male, ma possono anche salvare la pelle. Qualunque sia il motivo, di solito alla fine ci si pente sempre di aver detto una bugia.

Ecco, questa era la situazione di Gōtaro. La bugia che aveva detto era diventata una vera e propria ossessione. Borbottando tra sé e sé frasi tipo: «Non avrei mai voluto mentirle», non si decideva a entrare nella caffetteria dove si poteva tornare nel passato.

La caffetteria era a pochi minuti a piedi dalla stazione di Jimbōchō, nel centro di Tokyo. Situata al piano seminterrato in una stradina laterale di un quartiere di uffici, si notava solo per una piccola insegna con il nome.

In fondo alle scale, Gōtaro si ritrovò di fronte a una porta decorata con incisioni. Senza smettere di borbottare, scosse la testa, si girò e fece per salire di nuovo i gradini. Ma poi si fermò di botto con lo sguardo pensieroso. Andò su e giù un altro po’, incerto sul da farsi.

«Perché intanto non entra, e poi ci pensa su?» disse una voce sbucata dal nulla.

Guardandosi attorno stupito, Gōtaro notò che in cima alle scale si era materializzata una donna piccolina che lo guardava. Sopra la camicetta bianca, indossava un gilet nero e un grembiule con la pettorina. Evidentemente doveva essere la cameriera del locale.

«Ah, sì, be’, certo…»

Mentre Gōtaro si ingarbugliava nelle parole, la donna scese le scale d’un balzo e aprì la porta.

Din-don

Il suono di un campanello aleggiò nell’aria mentre entrava nella caffetteria. Non era stato certo preso per un braccio, ma Gōtaro provò l’impulso di scendere di nuovo i gradini. Si sentiva invaso da uno strano senso di calma, come se il contenuto del suo cuore fosse stato messo a nudo.

Gōtaro non si decideva a entrare perché non era sicuro che la caffetteria dove si poteva tornare nel passato fosse proprio quella. Era arrivato fin lì dando retta a quella storia, ma se la voce che gli aveva riportato un amico era una balla, di lì a poco si sarebbe sentito molto in imbarazzo.

Se invece era possibile tornare nel passato, aveva sentito che c’erano parecchie regole irritanti da seguire. Una di queste era che qualunque cosa si faccia quando si è nel passato, non si può cambiare il presente.

La prima volta che aveva sentito quella regola, Gōtaro non aveva potuto fare a meno di chiedersi: “Se non si può cambiare niente, che senso ha tornare nel passato?”.

Eppure adesso Gōtaro era di fronte a quella porta e pensava: “Voglio tornare nel passato comunque”.

Quella donna gli aveva appena letto nel pensiero? Di sicuro la cosa più comune da dire in una circostanza simile sarebbe stata: “Desidera un caffè? Prego, si senta il benvenuto”.

Invece aveva detto: «Perché intanto non entra, e poi ci pensa su?».

Si poteva intendere come: Sì, è vero, puoi tornare nel passato, ma perché prima non entri e poi decidi cosa fare?

Il mistero più grande per Gōtaro restava capire come avesse fatto la donna a intuire che era venuto fin lì per tornare nel passato. Comunque adesso provava un barlume di speranza. Il tono tranquillo di quella donna l’aveva convinto a prendere una decisione. Allungò la mano, girò la maniglia e aprì la porta della caffetteria.

Din-don

Gōtaro entrò nella caffetteria, dove forse sarebbe potuto tornare indietro nel tempo.

Al liceo e all’università il cinquantunenne Gōtaro Chiba aveva sempre giocato a rugby, tant’è che era ancora di corporatura massiccia e indossava la taglia XXL.

Viveva con la figlia Haruka, che avrebbe compiuto a breve ventitré anni. L’aveva cresciuta da solo, ed era stata dura. Le aveva sempre detto che la mamma era morta di malattia quando lei era piccola. Con l’aiuto di Haruka, Gōtaro gestiva la tavola calda Kamiya, un modesto localino dove si servivano piatti di riso, zuppa e contorno nella città di Hachiōji, nella Grande Area di Tokyo.

Oltrepassata la grande porta di legno alta due metri, doveva ancora percorrere un breve corridoietto. Subito di fronte c’era la toilette, mentre sulla parete di destra, al centro, si apriva l’ingresso vero e proprio della caffetteria. Vedendolo arrivare, una donna seduta al bancone urlò subito a qualcuno nel retro: «Kazu… un cliente!». Seduto accanto alla donna c’era un bambino che sembrava avere otto o nove anni. Al tavolo in fondo sedeva tranquilla a leggere un libro una donna con un abito bianco a maniche corte e la carnagione chiarissima; sembrava profondamente distaccata dal mondo attorno a lei.

«La cameriera è appena tornata dalla spesa, quindi che ne dice di accomodarsi nel frattempo? Arriva subito, vedrà.»

Dando evidentemente poca importanza alle formule di cortesia con gli estranei, la donna gli parlò in tono disinvolto, quasi si conoscessero da sempre. Doveva essere una cliente abituale. Anziché rispondere, Gōtaro fece un semplice cenno di ringraziamento. Lo sguardo della donna sembrava invitarlo a chiederle qualsiasi cosa sulla caffetteria, ma Gōtaro preferì far finta di non notarlo e si accomodò al tavolino più vicino all’ingresso. Si diede un’occhiata attorno. Orologi molto antichi coprivano le pareti fino al soffitto. Una pala che girava lenta era appesa all’incrocio fra due travi di legno. Le pareti intonacate erano di un tenue color beige, simile al kinako (la farina di soia tostata), e ovunque si percepiva una patina sognante di antico: il posto doveva avere un bel po’ di anni. Senza finestre e nel seminterrato, il locale era illuminato solo da sei lampade con il paralume appese al soffitto, e dominava la penombra; anche la luce aveva una sfumatura color seppia.

«Buongiorno, benvenuto!»

La donna che gli aveva parlato sulle scale sbucò dalla stanza sul retro e gli mise davanti un bicchiere pieno d’acqua.

Si chiamava Kazu Tokita. Teneva i capelli legati e sulla camicia bianca con il papillon indossava un gilet nero con il grembiule: era la cameriera della caffetteria. Aveva gli occhi a mandorla e i lineamenti graziosi, ma non tanto da rimanere impressi. Se chiudevi gli occhi dopo averla conosciuta e provavi a ricordare il suo aspetto, non ti veniva in mente niente. Era una di quelle persone che non facevano fatica a mescolarsi nella folla. Doveva compiere ventinove anni.

«Ah… uhm… È qui che… ecco, sì…»

Gōtaro non sapeva come affrontare l’argomento dei viaggi nel passato. Kazu osservò con calma l’agitazione di Gōtaro, poi si girò verso la cucina e dandogli le spalle gli chiese: «In che momento del passato vuole tornare?».

Dalla cucina venne il gorgoglio del caffè nel sifone.

“Sì, questa cameriera deve proprio saper leggere nel pensiero…”

Il leggero aroma di caffè che si diffuse nel locale lo fece ripensare a quel giorno.

*

Il posto dove Gōtaro e Shuichi Kamiya si erano rivisti per la prima volta dopo sette anni era proprio di fronte a quella caffetteria. Ai tempi dell’università, avevano giocato nella stessa squadra di rugby.

All’epoca Gōtaro era senza casa e senza soldi perché gli avevano requisito tutti i beni in quanto cointestatario di un titolo di debito per la società di un amico che nel frattempo era fallita. Aveva gli abiti sporchi e puzzava.

A ogni modo, anziché manifestare disgusto per il suo aspetto, Shuichi si era mostrato sinceramente contento di averlo incontrato per caso dopo tutto quel tempo e l’aveva invitato a bere un caffè…

L’ Autore

foto presa dal web

Toshikazu Kawaguchi è nato a Osaka, in Giappone, nel 1971, dove lavora come sceneggiatore e regista. Con Finché il caffè è caldo, suo romanzo d’esordio, ha vinto il Suginami Drama Festival e conquistato la vetta delle classifiche del mondo intero, Italia compresa.

Dello stesso autore:

TRAMA

In Giappone c’è una caffetteria speciale. È aperta da più di cento anni e, su di essa, circolano mille leggende. Si narra che dopo esserci entrati non si sia più gli stessi. Si narra che bevendo il caffè sia possibile rivivere il momento della propria vita in cui si è fatta la scelta sbagliata, si è detta l’unica parola che era meglio non pronunciare, si è lasciata andare via la persona che non bisognava perdere. Si narra che con un semplice gesto tutto possa cambiare. Ma c’è una regola da rispettare, una regola fondamentale: bisogna assolutamente finire il caffè prima che si sia raffreddato. Non tutti hanno il coraggio di entrare nella caffetteria, ma qualcuno decide di sfidare il destino e scoprire che cosa può accadere. Qualcuno si siede su una sedia con davanti una tazza fumante. Fumiko, che non è riuscita a trattenere accanto a sé il ragazzo che amava. Kòtake, che insieme ai ricordi di suo marito crede di aver perso anche sé stessa. Hirai, che non è mai stata sincera fino in fondo con la sorella. Infine Kei, che cerca di raccogliere tutta la forza che ha dentro per essere una buona madre. Ognuna di loro ha un rimpianto. Ognuna di loro sente riaffiorare un ricordo doloroso. Ma tutte scoprono che il passato non è importante, perché non si può cambiare. Quello che conta è il presente che abbiamo tra le mani. Quando si può ancora decidere ogni cosa e farla nel modo giusto. La vita, come il caffè, va gustata sorso dopo sorso, cogliendone ogni attimo.

Ecco il link della mia recensione del primo volume “Finchè il caffè è caldo” https://www.librichepassione.it/recensione-del-romanzo-finche-il-caffe-e-caldo-di-toshikazu-kawaguchi/

Jenny Citino

Di Jenny Citino

Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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