lunedì, Ottobre 26, 2020
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Dall’ autore di “La verità del caso Harry Quebert” Joel Dicker ritorna in tutte le librerie con “L’enigma Della camera 622″edito da La nave di Teseo. Estratto

Sinossi

Un fine settimana di dicembre, il Palace de Verbier, lussuoso hotel sulle Alpi svizzere, ospita l’annuale festa di una importante banca d’affari di Ginevra, che si appresta a nominare il nuovo presidente.  La notte della elezione, tuttavia, un omicidio nella stanza 622 scuote il Palace de Verbier, la banca e l’intero mondo finanziario svizzero. 
L’inchiesta della polizia non riesce a individuare il colpevole, molti avrebbero avuto interesse a commettere l’omicidio ma ognuno sembra avere un alibi; e al Palace de Verbier ci si affretta a cancellare la memoria del delitto per riprendere il prima possibile la comoda normalità.  Quindici anni dopo, un ignaro scrittore sceglie lo stesso hotel per trascorrere qualche giorno di pace, ma non può fare a meno di farsi catturare dal fascino di quel caso irrisolto, e da una donna avvenente e curiosa, anche lei sola nello stesso hotel, che lo spinge a indagare su cosa sia veramente successo, e perché, nella stanza 622 del Palace de Verbier.

Estratto

Al mio editore, amico e maestro Bernard de Fallois (1926-2018).
Che tutti gli scrittori del mondo possano conoscere un giorno
un editore così eccezionale.

Cari lettori,
prima che iniziate la lettura di questo romanzo voglio condividere con voi un pensiero commosso per il mio editore, Bernard de Fallois, che ci ha lasciato nel gennaio 2018.
Bernard de Fallois aveva un eccezionale senso della letteratura. Questo libro gli deve molto. Così come i miei precedenti romanzi.
Buona lettura.

Prologo

Il giorno dell’omicidio 
(Domenica 16 dicembre)

Erano le sei e mezzo del mattino. Il Palace de Verbier era immerso nell’oscurità. Fuori era ancora buio pesto e nevicava copiosamente.

Le porte dell’ascensore di servizio si aprirono al sesto piano. Apparve un dipendente dell’albergo, con un vassoio della colazione, che si diresse verso la camera 622.

Una volta arrivato, si rese conto che la porta era socchiusa. Un raggio di luce filtrava attraverso lo spiraglio. Si annunciò, ma non ottenne risposta. Alla fine, supponendo che la porta fosse stata aperta per lui, decise di entrare. Ciò che scoprì gli strappò un urlo. Si precipitò ad avvisare i colleghi e chiamare i soccorsi.

Man mano che la notizia si diffuse nel resto del Palace, le luci si accesero su tutti i piani.

Un cadavere giaceva sulla moquette della camera 622.

Parte prima. Prima dell’omicidio

1. 
Colpo di fulmine

All’inizio dell’estate del 2018, quando mi recai al Palace de Verbier, un prestigioso hotel sulle Alpi svizzere, non immaginavo certo che avrei dedicato le mie vacanze a far luce su un crimine commesso in quell’albergo molti anni prima.

Quel soggiorno avrebbe dovuto offrirmi una gradita pausa dopo due piccoli cataclismi sopraggiunti nella mia vita. Ma prima di raccontarvi ciò che accadde quell’estate, devo anzitutto tornare sull’evento da cui ebbe origine questa storia: la morte del mio mentore ed editore Bernard de Fallois.

Bernard de Fallois era l’uomo a cui dovevo tutto.

Il mio successo e la mia notorietà erano merito suo.

Era grazie a lui se mi chiamavano “lo Scrittore”.

Era grazie a lui se i miei libri venivano letti.

Quando l’avevo incontrato, non ero neppure un autore pubblicato, e lui aveva fatto di me uno scrittore letto in tutto il mondo. Malgrado la sua aria di elegante patriarca, Bernard era stato una delle personalità più importanti dell’editoria francese. Per me fu un maestro e, soprattutto, nonostante i sessant’anni che ci separavano, un grande amico.

Bernard era morto nel gennaio 2018, a novantun anni, e io avevo reagito alla sua morte come avrebbe fatto qualunque altro scrittore: mettendomi a scrivere un libro su di lui. Mi ci ero buttato anima e corpo, chiuso nello studio del mio appartamento al numero 13 di avenue Alfred-Bertrand, nel quartiere di Champel a Ginevra.

Come sempre quando mi immergo nella scrittura, la sola presenza umana che tolleravo era quella di Denise, la mia assistente. Denise era la fatina buona che vegliava su di me. Perennemente di buon umore, organizzava la mia agenda, smistava e archiviava la posta dei lettori, rileggeva e correggeva quello che avevo scritto. Oltre a ciò, badava che il frigo fosse pieno e non mancasse mai il caffè. E per finire, si attribuiva funzioni di medico di bordo, piombando nel mio studio come se salisse su una nave dopo un’interminabile traversata per prodigarmi i suoi salutari consigli.

“Esca da questa stanza!” mi intimava con gentilezza. “Vada a fare un giro nel parco e faccia prendere aria alla mente. È da ore che sta chiuso qui dentro.”

“Sono già andato a correre stamattina presto,” le rammentavo.

“Deve ossigenarsi il cervello a intervalli regolari!” insisteva.

Era quasi un rituale quotidiano: io obbedivo e uscivo sul balcone dello studio. Mi riempivo i polmoni con qualche boccata dell’aria fresca di febbraio; poi, sfidandola con sguardo divertito, mi accendevo una sigaretta. Lei protestava e mi diceva in tono sconfortato: “Vuol sapere una cosa, Joël? Non le vuoterò più il portacenere. Così si renderà conto di quanto fuma.”

Tutti i giorni mi attenevo scrupolosamente alla routine monacale che seguo sempre in fase di scrittura e che prevede tre tappe fondamentali: alzarmi all’alba, fare un po’ di jogging e scrivere fino a sera. Fu dunque indirettamente grazie a questo libro che feci la conoscenza di Sloane, la mia nuova vicina di pianerottolo. Aveva traslocato di recente e da allora tutti i condomini parlavano di lei, ma io non avevo ancora avuto occasione di incontrarla. Fino alla mattina in cui, ritornando dalla mia sessione quotidiana di jogging, la incrociai per la prima volta. Anche lei era andata a correre ed entrammo insieme nel palazzo. Compresi subito perché Sloane riscuotesse il consenso unanime dei vicini: era una ragazza dal fascino disarmante. Quel giorno ci limitammo a un saluto cortese prima di sparire ciascuno nel proprio appartamento. Chiusi la porta alle mie spalle e rimasi estasiato. Quel breve incontro era bastato a farmi innamorare un po’.

Ben presto ebbi una sola idea in testa: conoscere Sloane.

Tentai un primo approccio tramite il jogging. Sloane correva quasi tutti i giorni, ma non seguiva orari regolari. Passavo ore a vagare per il Parc Bertrand nella speranza di incrociarla e poi all’improvviso la vedevo filare lungo un viale. In genere non riuscivo a starle dietro e andavo ad aspettarla all’entrata del palazzo. Rimanevo trepidante davanti alle cassette delle lettere, fingendo di prendere la posta ogni volta che passava un vicino, finché lei non arrivava. Mi passava accanto, mi sorrideva, e allora mi si scioglieva il cuore e mi confondevo: prima che riuscissi a trovare qualcosa di intelligente da dirle, era già rientrata in casa.

Fu la portiera del palazzo, la signora Armanda, a fornirmi qualche informazione su Sloane: era una pediatra di madre inglese e padre avvocato, ed era stata sposata due anni, ma non aveva funzionato. Lavorava all’ospedale universitario di Ginevra e alternava i turni di giorno a quelli di notte, il che spiegava come mai non riuscivo a venire a capo della sua routine.

Dopo il fiasco con la corsa, decisi di cambiare metodo: affidai a Denise la missione di sorvegliare il pianerottolo attraverso lo spioncino e di avvertirmi se la vedeva comparire. Quando Denise mi dava una voce (“Sta uscendo!”), mi fiondavo fuori dal mio studio, tutto agghindato e profumato, e sbucavo a mia volta sul pianerottolo, come se si trattasse di una coincidenza. Ma i nostri scambi si riducevano a un saluto. In genere lei scendeva a piedi, cosa che troncava sul nascere ogni conversazione. La seguivo per le scale, ma a che pro? Arrivata in strada, si dileguava. Le rare volte che prendeva l’ascensore, rimanevo muto come un pesce e nella cabina aleggiava un silenzio imbarazzato. In entrambi i casi, me ne risalivo a casa senza aver combinato nulla.

“Allora?” domandava Denise.

“Allora niente,” mugugnavo.

“Oh, ma lei è una frana, Joël! Avanti, faccia un piccolo sforzo!”

“È che sono un po’ timido,” spiegai.

“Oh, ma per favore, la smetta con queste sciocchezze! Negli studi televisivi non ha affatto l’aria timida!”

“Perché quello che vede in televisione è lo Scrittore. Joël è molto diverso.”

“Andiamo, Joël, non c’è niente di complicato: va a bussare alla sua porta, le regala dei fiori e la invita a cena fuori. È troppo pigro per andare dal fioraio, è per questo? Vuole che me ne occupi io?”

Poi, una sera d’aprile, mi recai da solo a una rappresentazione del Lago dei cigni al Grand Théâtre. E durante l’intervallo, uscendo a fumare una sigaretta, mi imbattei in lei. Scambiammo qualche parola e poi, dato che già risuonava il segnale per richiamare gli spettatori in sala, mi propose di andare a bere qualcosa insieme dopo il balletto. Ci ritrovammo al Remor, un caffè a pochi passi da lì. Fu così che Sloane entrò nella mia vita.

Era bella, spiritosa e intelligente – certamente una delle persone più affascinanti che abbia conosciuto. Dopo la nostra serata al Remor la invitai a uscire diverse volte. Andammo ad alcuni concerti, al cinema. La trascinai al vernissage di un’improbabile mostra d’arte contemporanea che ci regalò un sacco di risate e da dove scappammo per andare a cena in un ristorante vietnamita che lei adorava. Passammo molte serate a casa sua o mia, ad ascoltare opere liriche, a discutere e a rifare il mondo. Non potevo fare a meno di divorarla con gli occhi: rimanevo in adorazione davanti a lei. Il suo modo di battere le palpebre, di ravviarsi le ciocche di capelli, di sorridere dolcemente quand’era in imbarazzo, di giocare con le unghie smaltate prima di rivolgermi una domanda. Tutto di lei mi piaceva.

Presto non pensai ad altro che a Sloane. Tanto da trascurare momentaneamente il mio libro.

“Ha l’aria di essere completamente altrove, mio povero Joël,” mi diceva Denise, constatando che non scrivevo più nemmeno una riga.

“È per via di Sloane,” le spiegavo, seduto davanti al computer spento.

Ormai vivevo nell’attesa di rivederla e proseguire le nostre interminabili conversazioni. Non mi stancavo mai di ascoltarla mentre mi raccontava la sua vita, le sue passioni, i suoi desideri e le sue ambizioni. Le piacevano i film di Elia Kazan e l’opera.

Una notte, dopo una cena ben annaffiata in una brasserie nel quartiere dei Pâquis, approdammo nel salone di casa mia. Sloane osservò incuriosita i soprammobili e i libri sugli scaffali. Si soffermò a lungo su un quadro raffigurante San Pietroburgo che avevo ereditato dal mio prozio. Poi indugiò sui superalcolici del bar. Le piacque lo storione in rilievo che adornava la bottiglia di vodka Beluga. Versai due bicchieri di liquore e aggiunsi del ghiaccio. Accesi la radio, sintonizzandomi sul programma di musica classica che ascoltavo spesso la sera. Mi mise alla prova sfidandomi a identificare il compositore che trasmettevano in quel momento. Facile, era Wagner. Fu dunque sulle note della Valchiriache mi baciò e mi attirò a sé, sussurrandomi all’orecchio che aveva voglia di me.

La nostra relazione sarebbe durata due mesi. Due mesi meravigliosi. Nel corso dei quali, però, a poco a poco il mio libro su Bernard prese di nuovo il sopravvento. In un primo tempo approfittai delle notti in cui Sloane era di turno in ospedale per procedere con la scrittura. Ma più andavo avanti, più mi lasciavo trascinare dal romanzo. Una sera lei mi propose di uscire e, per la prima volta, rifiutai. “Devo scrivere,” spiegai. All’inizio si mostrò comprensiva. Anche lei aveva un lavoro che talvolta la tratteneva più del previsto.

Poi ci fu un secondo rifiuto. Anche quella volta lei non se la prese. Non fraintendetemi: adoravo ogni istante che passavo con Sloane. Ma avevo l’impressione che con lei sarebbe durata per sempre, che quei momenti di complicità si sarebbero perpetuati all’infinito, mentre l’ispirazione per un romanzo poteva sparire non appena arrivava: era un’opportunità che bisognava cogliere al volo.

Il nostro primo litigio ebbe luogo una sera di metà giugno quando, dopo aver fatto l’amore, mi alzai dal letto per rivestirmi.

“Dove vai?” mi chiese.

“A casa mia,” risposi, come se fosse la cosa più normale di questo mondo.

“Non ti fermi a dormire con me?”

“No, vorrei scrivere.”

“Cioè, vieni qui, ti fai una scopata e poi tagli la corda?”

“Devo andare avanti col romanzo,” spiegai mortificato.

“Ma non passerai mica tutto il tuo tempo a scrivere!” si arrabbiò. “Già ci passi tutte le giornate, tutte le serate e pure i fine-settimana! È assurdo! Non mi proponi più niente.”

Mi resi conto che la nostra relazione rischiava di naufragare altrettanto in fretta di quanto era iniziata. Dovevo fare qualcosa. E così pochi giorni dopo, subito prima di partire per un tour di dieci giorni in Spagna, portai Sloane nel suo ristorante preferito, il giapponese dell’Hôtel des Bergues, che ha una terrazza sul tetto con una vista mozzafiato su tutta la rada di Ginevra. Fu una serata da sogno. Promisi a Sloane di scrivere meno e dedicare più tempo a “noi”, ribadendole quanto contava per me. Progettammo perfino una vacanza insieme, ad agosto, in Italia, un paese che amavamo tutti e due in maniera particolare. Toscana o Puglia? Avremmo fatto un po’ di ricerche al mio ritorno dalla Spagna.

Restammo al tavolo fino all’ora di chiusura del ristorante, all’una di notte. Era l’inizio dell’estate, faceva caldo. Per tutto il pasto avevo avuto la strana sensazione che Sloane si aspettasse qualcosa da me. E infatti, al momento di andarcene, quando mi alzai dalla sedia e gli inservienti cominciarono a passare lo straccio sul pavimento della terrazza, mi disse:

“Te ne sei dimenticato?”

Dimenticato cosa?”

“Oggi era il mio compleanno…”

Vedendo la mia faccia costernata, comprese di avere ragione. Mi piantò lì, furente. Cercai di trattenerla, profondendomi in scuse, ma salì sull’unico taxi disponibile davanti all’albergo, lasciandomi solo sulla gradinata, da idiota quale ero, sotto le occhiate beffarde dei guardamacchine. Quando, recuperata la mia auto, raggiunsi il numero 13 di avenue Alfred-Bertrand, Sloane era già rientrata a casa sua, aveva staccato il telefono e si rifiutò di aprirmi. Il giorno dopo partii per Madrid, e per tutta la durata del mio soggiorno in Spagna, i numerosi SMS e le e-mail che le inviai rimasero senza risposta. Non si fece viva nemmeno una volta.

Tornai a Ginevra la mattina di venerdì 22 giugno per scoprire che Sloane mi aveva mollato.

Fu la signora Armanda, la portiera, a farsi latrice del messaggio. Mi intercettò al mio arrivo nel palazzo.

“C’è una lettera per lei,” mi disse.

“Per me?”

“È da parte della sua vicina. Non voleva metterla nella cassetta delle lettere perché la sua assistente gestisce la corrispondenza.”

Aprii immediatamente la busta. Ci trovai un messaggio di poche righe:

Joël,

Non può funzionare.

Addio.

Sloane

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