Quando Maddalena Splendori entra per la prima volta nella boutique della famiglia Fendi, in via Piave, Adele Casagrande Fendi la riconosce subito. Maddalena è una donna nota alle cronache per uno scandalo di cui è stata protagonista prima del matrimonio. Sin dal primo scambio di parole, però, le due donne sentono che qualcosa le lega: è lo spirito anticonformista e passionale che le anima entrambe. Quello spirito che ha consentito a Maddalena di emanciparsi dalla miseria in cui è nata e frequentare ora i salotti buoni di Roma, di ospitare in casa sua scrittori dell’importanza di Luigi Pirandello. Lo stesso spirito che ha spinto Adele Fendi, nella Roma degli anni Venti, ad aprire un negozio di moda insieme al marito, realizzando il suo sogno e diventando una stimata e affermata imprenditrice. Ben presto, infatti, grazie alla sua determinazione, le raffinate pellicce e gli accessori in pelle con il marchio Fendi diventano famosi anche all’estero, nonostante il conflitto mondiale. È solo l’inizio di un successo inarrestabile: l’amore per la produzione artigianale e per la tradizione, unito alla capacità visionaria, si trasmetterà dalla madre alle cinque incredibili figlie. Con loro e grazie al duraturo sodalizio con Karl Lagerfeld, il marchio diventerà una vera e propria icona del lusso internazionale. Tra le pagine di questo romanzo rivive la storia di un’amicizia così profonda da legare più generazioni, insieme a quella di una famiglia il cui nome è in grado di evocare eleganza e bellezza. Un viaggio nel mondo della moda…

Prologo

Roma, 7 luglio 2016

Fontana di Trevi

Le sembrò di entrare in una foresta di sete colorate dai toni pastello fino al blu notte. Sugli stander si intravedevano le silhouette femminili e sinuose di abiti lunghi stile impero, fatti di crinoline vaporose e in tessuti leggeri come organze, mussoline, pizzi, in contrasto con i bustini stretti e le mantelle e le cappe dal taglio regale. Le preziose pellicce di zibellino, ermellino e lince intarsiate, ricamate e dipinte come se fossero quadri, formavano barriere morbide da attraversare. Chiuse gli occhi, le sembrava di sognare.

«Finalmente sei qui! Sei la seconda, dopo Kendall, muoviti, devi truccarti, oh mio Dio, non reggo, stasera». La voce di una delle vestieriste dietro di lei interruppe il flusso dei suoi pensieri. Ma non fu sufficiente a far evaporare la magia di quei colori e di quelle forme, ora impresse nei suoi occhi.

Collezioni meravigliose, modelle eleganti e folle gloriose: le sfilate di moda erano per lei come una festa affascinante. Dalla prima fila, dove sua madre stava aspettando di vederla sfilare, Veronica sapeva che ciò che appariva agli occhi degli spettatori era un mondo chic fatto di stilisti, celebrità, redattori di moda e autorità. Nessuno sa della battaglia che infuria dietro le quinte. Nemmeno l’uscita delle modelle, che scorrono su e giù per la passerella, può far minimamente intuire quanto le sfilate di moda siano un dispiego di forze. Dietro le quinte, un esercito di persone lavora freneticamente per assicurarsi che lo spettacolo si svolga senza intoppi. Mesi di preparazione, di duro lavoro e una mano esperta che coordina tutto.

«Le sfilate di moda sono favolose», aveva detto loro Karl il giorno in cui tutte le modelle prescelte erano state convocate dinnanzi a lui. «Molte di voi hanno già lavorato con me, ma voglio ribadirlo ogni volta: nel backstage pretendo rigore, puntualità e precisione. Vedrete che cosa significa davvero far parte del sistema, vedrete e farete parte del lavoro vero».

Veronica era arrivata alla Fontana di Trevi schivando la marea di gente ben vestita e di fotografi e giornalisti che erano già lì nonostante mancassero ancora un paio d’ore all’inizio della sfilata. Karl era sotto pressione, voleva assicurarsi che tutto fosse assolutamente perfetto, controllava ogni singolo abito e ogni singola pelliccia, dando ordini alle sarte di orlare una gonna o sistemare un filo che pendeva. Veronica sapeva che questo poteva succedere anche pochi istanti prima che una modella entrasse in passerella. Oltrepassò uno dei maestri pellettieri, che stava sistemando rapidamente un paio di tacchi scivolosi per assicurarsi che la modella non perdesse l’aderenza con il plexiglass della passerella. Karl a volte riconsiderava la scelta delle scarpe anche pochi secondi prima che una modella sfilasse, per cui tutte le maestranze erano schierate per prevenire qualsiasi intoppo: il tempismo era tutto.

Il backstage era pieno di modelle, manager, stilisti, vestieristi, truccatori, parrucchieri, giornalisti e altre eminenze della moda. Alcuni fotografi erano dietro le quinte per documentare il backstage, mentre la maggior parte di loro, Veronica lo sapeva, si sarebbero spinti a vicenda per documentare l’evento con migliaia di scatti.

Legends and Fairy Tales: così avevano chiamato l’evento-show alla Fontana di Trevi per festeggiare il novantesimo anniversario della Maison romana. Quaranta modelle, compresa Veronica, avrebbero sfilato sulle acque della fontana, i cui lavori di restauro erano stati finanziati proprio dalla celebre casa di moda. L’illusione ottica era perfetta: grazie alla passerella in plexiglass trasparente, le modelle avrebbero letteralmente camminato sull’acqua. L’atelier di pellicceria aveva creato piccoli capolavori ispirati al mondo delle fiabe. Ogni capo era ricamato e decorato con trionfi di piume e perle, che riproducevano scene naturalistiche, alcune dipinte a mano: un bosco, una voliera, farfalle, insetti, pavoni e libellule.

L’atmosfera nel backstage era già frenetica, folle. Ma l’energia e l’eccitazione che sentiva prima di entrare in scena la facevano sentire viva. Non c’era niente di più esaltante del momento in cui usciva per la prima volta sulla passerella, quando tutte le luci e gli occhi erano puntati su di lei. Avrebbe indossato abiti meravigliosi e si sarebbe sentita una regina. La sua bisnonna, che aveva fatto da modella per artisti a Londra, tanto tempo prima, avrebbe forse potuto capire quello che provava quando l’adrenalina le faceva scorrere velocemente il sangue nelle vene.

Tutto era stato fatto per essere perfetto, fino all’ultimo bottone. Il pubblico di acquirenti, i fashionisti, gli altri stilisti, i fotografi stavano per vedere una nuova collezione unica, i cui abiti nessuno aveva visionato prima di quella sera. Questo era il motivo dell’eccitazione generale. Karl era nervoso, le modelle ridacchiavano per stemperare l’ansia, la folla rumoreggiava in attesa della prima modella. Veronica era arrivata, come da contratto, due ore prima dell’inizio dell’evento. In quelle due ore sarebbe stata truccata e pettinata e avrebbe dovuto indossare il suo primo abito.

Raggiunse la sua postazione e si sincerò che gli abiti sullo stander fossero quelli giusti. Salutò Kendall, la sua collega che era già sotto le sapienti mani della parrucchiera, poi diede un’occhiata furtiva agli abiti trasparenti, a quelli dai motivi floreali o dai ricami particolari in pelliccia che avrebbero dovuto essere abbinati a stivaletti alla caviglia. L’avevano definita una collezione di haute fourrure, dal gioco di parole tra haute couture e fur, pelliccia. 

Quell’evento, a cui era stata invitata anche sua madre, era riservato solo a duecento persone, e sarebbe rimasto impresso nella storia della moda, non solo italiana.

Veronica avrebbe indossato uno tra i capi preziosi, un cappotto di lince da un milione di euro. Il secondo capo era la giacca Giardino Incantato, piena di fiori. Si assicurò ancora una volta che sullo stander non ci fosse un vestito che non aveva provato qualche giorno prima. Era sempre snervante quando accadeva, perché spesso cambiavano anche le calzature da abbinare. Lei aveva i piedi molto piccoli e la maggior parte delle volte le venivano fornite scarpe troppo grandi. Per questo aveva preso l’abitudine di portare sempre con sé delle solette: una volta aveva persino allacciato un paio di scarpe troppo grandi con del nastro adesivo.

«Solo due ore per capelli e trucco significa lavorare contro il tempo», si lamentò una delle truccatrici. Veronica sorrise, per loro il tempo non era mai abbastanza.

Truccata e pettinata, Veronica indossò il cappotto di lince e raggiunse Kendall, la prima delle modelle a dover uscire sulla passerella. Calò il silenzio. Nessuno fiatava, mentre Karl e Silvia passavano in rassegna le ragazze. La tensione era palpabile. Le luci erano state abbassate sulla piazza antistante la Fontana di Trevi. Il brusio della folla era cessato all’improvviso.

Karl fece un cenno al regista, che esclamò: «Primi abiti!».

Tutte le modelle si lasciarono controllare dalla première e dai vestieristi per assicurarsi che gli abiti fossero a posto e che il trucco non li avesse macchiati. Truccatori e parrucchieri ritoccavano il trucco e fissavano i capelli con gli ultimi fermagli. Karl giocherellava con i vestiti, cambiava qualche accessorio, tirava giù le maniche a qualcuno o sbottonava quelli che non dovevano essere abbottonati.

Uno dei registi nel backstage era in piedi davanti a un monitor che di lì a poco avrebbe trasmesso le immagini delle modelle sulla passerella. Quando arrivarono le note di un carillon, le modelle trattennero il respiro riconoscendo le prime battute del sottofondo sonoro dello spettacolo.

«Kendall, go!», sussurrò il regista alla ragazza che occupava il primo posto della fila. Sulla passerella trasparente, Kendall Jenner stava aprendo la sfilata, con un cappotto di persiano azzurro alleggerito da tremila fori fatti a mano e decorato con applicazioni in visone.

Dopo aver controllato l’arrivo di Kendall al centro della passerella, il regista posò la mano sulla spalla di Veronica senza staccare gli occhi dallo schermo e parlando con voce sommessa, attraverso un piccolo altoparlante per cuffie, con qualcuno tra il pubblico. Veronica avvertì la stretta farsi più intensa, era il segnale che doveva tenersi pronta a entrare in scena. Le diede una piccola spinta e lei, muovendo nervosamente i primi passi con i tacchi altissimi sulla passerella, cominciò a camminare con passo deciso lungo la linea immaginaria che aveva creato dentro di sé per non farsi assalire dall’emozione. Con la coda dell’occhio non vedeva che volti sfocati e i flash dei fotografi. Veronica si fermò al centro della passerella per gli scatti di posa, gli obiettivi sembravano impazziti, lampeggiavano senza sosta. Poteva udire i loro clic nonostante la musica ad alto volume.

Il suo cuore batteva veloce, si sentiva bellissima. Era il suo momento, ora Karl avrebbe avuto una bella foto di lei con quel particolare abito. Sapeva che quella foto poteva anche apparire su Internet, sulle riviste, in televisione. Completò la passerella e, non appena non fu visibile a nessuno, iniziò a correre per indossare l’altro capo. Aveva pochi minuti per farlo. La sarta l’aiutò a slacciare le scarpe e a cambiarsi. In momenti come quello doveva sempre ricordarsi di respirare e lavorare insieme a chi le stava intorno.

Una sfilata – aveva imparato nel tempo – è l’esibizione della creatività di uno stilista, volta a incoraggiare gli acquirenti a credere nei suoi capi e quindi ad acquistarli. Tutto doveva quindi essere perfetto. Il secondo cambio andò bene, così come quello successivo.

Quando Karl Lagerfeld uscì accompagnato da Silvia Venturini Fendi, le ragazze si misero in fila per aspettare la passerella finale. Buttarono una monetina nell’acqua della fontana, come voleva la tradizione, poi sentirono l’applauso della folla e furono invitate a sfilare tutte insieme. Veronica adorava la sensazione che la fine di uno spettacolo le trasmetteva, il senso di rilassamento e di soddisfazione per aver organizzato un evento di successo. Era una vita frenetica la sua, ma non l’avrebbe cambiata per nulla al mondo. Doveva ringraziare la sua bisnonna, se ora era lì, e quella che, tanti anni prima, era diventata l’amicizia di una vita.

Parte prima
Adele e Maddalena
If Winter comes, can Spring be far behind?
Percy Bysshe Shelley, Ode to the West Wind,1819

1

Roma, 7 marzo 1933

Casa Belladonna

Alla soglia dei quarantasei anni, Maddalena Splendori era una donna ancora attraente, dal volto disteso, le labbra piene e i capelli corvini. A tradirla era solo lo sguardo, che di tanto in tanto si incupiva per una sfumatura inquieta e nostalgica.

La luce del primo, timido sole di marzo non riusciva a rischiarare la camera dove Maddalena indugiava ancora tra candide lenzuola di lino. Il resto della casa era già in fermento, sentiva il tramestio dei domestici che facevano la spola tra la cucina e il salottino ovale. Suo marito, come al solito, si era alzato prima di lei, per prendere il caffè e leggere il giornale. Maddalena si mise prima a sedere sul letto, lasciando oscillare le lunghe gambe ancora snelle, poi si alzò, si infilò la négligé di seta e pizzo macramè color pesca, in pendant con la camicia da notte che aderiva al suo corpo come una seconda pelle e, ancora scalza, si avvicinò alla specchiera per pettinare i lunghi capelli ricci. Da anni ormai utilizzava l’infuso di tè nero per coprire quelli bianchi e ravvivare il suo colore scuro naturale. Era sempre andata fiera della sua chioma, fin dai tempi in cui la sfoggiava, lunghissima e ribelle, ad Anticoli, il paese dov’era nata.

«Buongiorno, signora», la salutò Lisetta, una delle domestiche che dalla cucina stava portando a tavola il pane appena tostato. Maddalena fece un cenno con il capo per rispondere al saluto e proseguì svogliatamente lungo il corridoio, per raggiungere il marito nel salotto ovale.

Posò la mano sulla maniglia e spinse con delicatezza l’anta. La penombra del corridoio fu subito violata dai raggi del sole che entravano prepotenti dalle alte finestre del salotto. D’istinto, Maddalena strinse gli occhi in due fessure e aspettò qualche secondo per abituarsi alla luce. Mosse qualche passo all’interno della stanza e si diresse verso il tavolino rotondo, dove Federico era solito leggere il giornale mentre faceva colazione. Non l’aveva sentita entrare, immerso com’era nel «Corriere della Sera». Borbottava tra sé, sembrava contrariato.

«Buongiorno, caro», esclamò Maddalena, andandosi a sedere di fronte a lui.

Federico abbassò immediatamente il quotidiano e le sorrise. «Amore mio, buongiorno a te. Perdonami, non ti ho sentito entrare, ero assorbito dalla lettura delle notizie che arrivano dall’estero e che mi preoccupano».

Maddalena gli sorrise e si versò il caffè in una delle tazzine di porcellana. «Che si dice?».

Federico s’incupì, piegò il giornale in due e lo fece scivolare sul tavolino per farle leggere il titolo d’apertura a tutta pagina.

«Leggi un po’ qui», la esortò, picchiettando con il dito sulla carta.

«La travolgente vittoria di Hitler segna l’avvento della nuova Germania», lesse Maddalena, tornando poi a guardare suo marito.

«Alla fine l’ha spuntata», borbottò Federico. «Ci è riuscito, da non crederci. Pensavo che dopo gennaio, avendogli dato il contentino, ce lo saremmo tolti di torno, invece no, di male in peggio!».

«Pensi che sia davvero così pericoloso?», domandò Maddalena più per cortesia che per vero interesse.

«Mah, non lo so. Sai che io la penso come Galeazzo: per me è un imbecille, ma dobbiamo vedere cosa ne pensa il duce».

«Il genero del duce spesso ha idee divergenti dal suocero», commentò lei, sorseggiando il suo caffè con estrema lentezza, per assaporarne l’aroma deciso. La cuoca napoletana sapeva il fatto suo.

«Sì, ma Galeazzo rappresenta una visione moderna e illuminata della politica italiana», s’infervorò Federico.

«Andrai a Montecitorio, oggi?», tagliò corto Maddalena, prima che lui cominciasse con il suo solito discorso sulla politica.

«Come dici? Ah, sì sì, oggi abbiamo la seduta alle sedici e non posso proprio mancare…».

«Caro, ricordati che stasera abbiamo a cena Luigi e padre Romei», disse Maddalena, alzandosi dal tavolino e andandosi a sedere sul divano damascato, in stile Luigi Filippo, che faceva parte, assieme alle due poltrone e alla chaise-longue, del salotto comprato l’anno prima da un antiquario al ghetto. Maddalena andava particolarmente fiera di quell’acquisto. Quando era seduta lì, i domestici sapevano di non doverla disturbare.

Cinzia Giorgio è dottore di ricerca in Culture e Letterature Comparate. Si è specializzata in Women’s Studies e in Storia Moderna, compiendo studi anche all’estero. Organizza salotti letterari, è direttore editoriale del periodico «Pink Magazine Italia» e insegna Storia delle Donne all’Uni.Spe.D. È autrice di saggi scientifici e romanzi. Con la Newton Compton ha pubblicato Storia erotica d’Italia, Storia pettegola d’Italia, È facile vivere bene a Roma se sai cosa fare e quattro romanzi: La collezionista di libri proibitiLa piccola libreria di Venezia, La piccola bottega di Parigi, I migliori anni e Cinque sorelle.

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Jenny Citino

Di Jenny Citino

Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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