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“La piccola libreria di campagna” di Rachael Lucas edito da Newton Compton da domani 24 Settembre 2020 in tutte le librerie e on-line. Estratto

Trama

Libri, vino, segreti… gli ingredienti perfetti per una vacanza veramente speciale!
Lucy ha appena trovato un cottage da sogno per una vacanza indimenticabile. Tutto quello che deve fare è tenere d’occhio Bunty, la sua vicina di casa ultranovantenne estremamente vivace… In compagnia del suo cagnolino, Hamish, Lucy ha in programma di rilassarsi e di immergersi nelle incredibili storie delle donne che hanno vissuto nel vicino Bletchley Park. Ma gli abitanti del paesino di Little Maudley hanno altre idee, e Lucy si trova improvvisamente trascinata nell’iniziativa volta a trasformare una cabina telefonica fatiscente in una biblioteca gestita da volontari. Farà presto amicizia con Sam, che progetta case sugli alberi, e pian piano si lascerà conquistare dal fascino della vita di campagna. Ma nel corso del suo soggiorno scoprirà anche un segreto rimasto celato per decenni: qual è il legame speciale che unisce l’arzilla Bunty a Bletchley?
Un’autrice bestseller in Inghilterra
Tutti hanno diritto a una seconda opportunità!
Una tranquilla vacanza diventa per Lucy l’occasione per scoprire quanto possono essere straordinarie le storie di un piccolo paese

«Le sue storie sono originali, divertenti e piene di romanticismo.»
Christina Jones

«Sono poche le scrittrici che sanno farmi ridere e battere il cuore come Rachael Lucas!»

«Il personaggio di Bunty, l’arzilla nonnina, è esilarante. Chi non vorrebbe una vicina di casa così ?»

«I libri come questo ti fanno ricordare quanto è terapeutico il potere delle storie.»

«Un’autrice in grado di creare atmosfere emozionanti e romantiche.»

«I libri di Rachael Lucas fanno stare bene.»

«Mentre leggevo sono riuscita a dimenticare completamente tutti i problemi, le ansie e le preoccupazioni. Questa scrittrice ha fatto una magia!»

Estratto

Alla mia coraggiosa, saggia e bellissima zietta June

Capitolo uno

Se proprio devi ritrovarti bloccata in un piccolo paesino, provò a consolarsi Lucy, Little Maudley è certamente uno dei più pittoreschi in cui perdersi.

Le case – brillanti villette a schiera color miele – costeggiavano il pendio della stretta collina in direzione della strada principale, inframezzate da cottage da cartolina, con il tetto di paglia e tinteggiati di bianco. Attaccato a un cestino pensile traboccante di gerani c’era un cartello che segnalava che la bottega e la posta erano da qualche parte oltre i giardini pubblici, che si estendevano lungo la discesa che portava al camposanto. Un’enorme chiesa massiccia di pietra color sabbia si stagliava maestosa nella luce del sole di mezza estate. Nel cielo di un azzurro ceruleo piccole nubi sparse correvano qua e là, trascinate da una leggera brezza.

Al limitare dei giardinetti, c’era una cabina telefonica rossa e scolorita, la vernice un tempo rosso ciliegia ormai ridotta a un’opaca tonalità di rosa. Uno dei pannelli di vetro era percorso da una ragnatela di crepe, altri mancavano completamente. Lucy diede una sbirciatina all’interno e il suo volto si contrasse in una smorfia di disgusto: la puzza che ne usciva era tremenda.

Era l’unica cosa dall’aspetto fatiscente che si scorgeva in paese. Dai davanzali delle finestre scrosciavano cascate di fiori dai raffinati colori dell’arcobaleno, siepi di lavanda bordavano i prati accuratamente falciati. I portoni erano quasi tutti di un’omogenea sfumatura di un pallido color salvia, come se fossero stati tinteggiati in serie. I glicini si arrampicavano sulle finestre, con gli ultimi fiori della stagione che pendevano dai viticci di legno ritorto. Ogni casa era decorata da un’ordinata targa che ne dichiarava il nome: Bell Cottage, Lavender House, The Old Mill… era tutto perfetto, ai limiti del ridicolo. Dov’erano il frastuono assordante e i bidoni della spazzatura strabordanti? Perfino nell’elegante stradina di Brighton in cui viveva lei le case non erano tutte immacolate – alcune erano zeppe di studenti, altre scialbe – e, passeggiando per quel paesino della campagna inglese, Lucy aveva quasi l’impressione di aver messo piede in un episodio de L’ispettore Barnaby. In effetti, ora che ci pensava, non si vedeva anima viva. Forse erano già tutti a letto.

All’improvviso Hamish abbaiò dal lato opposto della strada.

«Arrivo». Lucy si alzò in piedi. Hamish ansimava in maniera un po’ troppo drammatica (entrambi i finestrini erano aperti e la macchina era parcheggiata all’ombra), ma Lucy gli aprì la portiera, permettendogli di saltare fuori. Cominciò ad andare a zonzo, annusando tutto ciò che gli capitava a tiro lungo il tragitto, poi alzò la zampa contro un arbusto di fucsia perfettamente potato. Lucy si guardò intorno per avvistare eventuali giardinieri in arrivo e, quando non vide nessuno, si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo. Hamish aveva la tremenda abitudine di fare pipì ovunque ne avesse voglia – l’aveva fatta sulla borsa della ragazza di suo fratello non molto tempo prima – e nonostante sul momento Lucy e Tom si fossero piegati in due dalle risate, poco dopo quell’episodio la nuova fidanzata era diventata una ex fidanzata.

Un po’ abbattuta, Lucy aprì la Opel Corsa e scivolò al posto di guida. Anche Hamish saltò a bordo e si mise a dormire. Lucy aveva risalito la collina e attraversato il paesino e, per un secondo, si era sentita così sollevata. Era esattamente come se lo immaginava.

Mentre rimaneva seduta in attesa, sospirò. Era cominciato tutto così bene.

Un’ora prima aveva parcheggiato la macchina su Church Lane. Il viaggio da Brighton era andato più liscio di quanto si aspettasse: il traffico si era rivelato clemente e il sole splendeva nel cielo mentre lei accelerava sull’autostrada con gli occhiali da sole inforcati, cantando Taylor Swift a squarciagola e con Hamish sul sedile posteriore che latrava di tanto in tanto. Aveva parcheggiato la piccola utilitaria fra due mastodontici 4×4 neri, piuttosto compiaciuta che tanti anni di pratica a Brighton le permettessero di parcheggiare in retromarcia anche a occhi chiusi. Dopo aver camminato su e giù – godendosi la vista del paesino mentre Hamish marcava il territorio lasciando un ricordino liquido su quasi ogni palo della luce che incontrava – lo aveva fatto risalire in macchina. Poi aveva dato un’ultima occhiata al cellulare, scrollando le email finché non aveva trovato quella che cercava. Era meglio conservarla come promemoria – non che ne avesse bisogno, perché era tutto organizzato, ovviamente…

Una gazza volò sulla staccionata accanto a lei e piegò la testa, guardandola con aria pensosa. Lucy salutò l’animaletto, prendendolo per un segno di buon auspicio, e la gazza si allontanò con un grido chiacchierino.

Lucy esitò per un momento, fece un respiro profondo e si diresse al cancello di legno pitturato di bianco del Wisteria Cottage. Esitò un attimo, sentendo le irregolarità delle schegge di vernice sotto il palmo e poi proseguì, dando una sbirciatina dalla finestra alla stanza buia. Di sicuro sembrava un po’ meno – be’, molto meno – curato delle case intorno. Mentre gli altri cottage del paese erano lindi e pinti, questo sembrava proprio bisognoso di una bella visita di Marie Kondo e di un rigoroso lavoro di decluttering. Sul davanzale c’erano pile di vasi di plastica e due rotoli di spago. Un gatto grigio guardava nella sua direzione e strizzava gli occhi, assonnato. Enormi gerani rosa incolti erano pressati contro il vetro, come a disputarsi ogni singolo raggio di luce. E – si mise in punta di piedi per conquistare un’angolazione migliore – riusciva a intravedere quella che sembrava una pila di vecchi scatoloni pieni di giornali accanto al lavandino della cucina. Era assolutamente… be’, caotico sarebbe stata una descrizione ragionevole.

«Hai intenzione di startene lì impalata tutto il giorno?».

Lucy fece un balzo.

Una donnina piccola come un uccelletto con i capelli grigio acciaio raccolti in uno chignon scomposto era di vedetta sulla soglia. Indossava una camicia a quadri da uomo su un paio di pantaloni in poliestere verdi, e un pesante cardigan di lana le pendeva sulle spalle come una coperta. Guardava Lucy con gli occhi stretti e umidi.

«No, io… sono qui per il cottage. Mi chiamo Lucy Evans. Cerco una certa Margaret». Le porse il telefono.

La donna indietreggiò appena. «Perché mi stai passando quell’affare?»

«I dettagli sono scritti qui, guardi». Lucy le porse esitante il telefono.

La donna prese gli occhiali che le pendevano al collo da una catenina e li inforcò, guardando lo schermo.

«Non vedo niente. È scritto decisamente troppo piccolo per me».

«Glielo leggo io», disse Lucy, cercando di modulare la voce in un tono che fosse autoritario ma allo stesso tempo non supponente: «“Si propone in locazione un bellissimo cottage immerso nelle colline Cotswold. Il canone è ridotto ma si chiede all’affittuario la disponibilità a tenere d’occhio l’anziana vicina. Le mansioni includono: farle la spesa, aiutarla a mettere in ordine e garantirle un po’ di compagnia quotidiana. Per ulteriori dettagli, contattare Margaret Nicolson”»

La donna la guardava, e per un secondo Lucy vide un barlume di determinazione illuminarle gli occhi. Doveva essere stata un tipo formidabile da giovane.

«Margaret Nicolson? Qui non vive nessuno che si chiami così. Mi dispiace, ma credo sia venuta nel posto sbagliato. Mi rincresce comunicarle che ha fatto un viaggio a vuoto».

Chiuse la porta.

Lucy rimase per un momento sui gradini del portico, sbattendo gli occhi. Quella donna non sembrava per niente dispiaciuta.

Dopo un secondo la porta si aprì di nuovo e Lucy fece un passo in avanti, sorridendo nella speranza che questa volta la nonnina si rivelasse più accogliente e incoraggiante. Oh, grazie al cielo.

«Sei ancora lì?».

La donna si chinò e appoggiò una bottiglia di latte di vetro su un gradino, si rialzò, rivolse un’occhiata a Lucy e poi chiuse di nuovo la porta.

Be’. Non stava andando come da programma. Sbloccò il telefono e digitò il numero in calce all’annuncio, ma quando rilesse la mail fece una smorfia. Non aveva dato peso alla frase «Se ci sono problemi per favore chiamami e cercherò di appianare la situazione». Adesso, mentre aspettava che Margaret Nicolson rispondesse, si rendeva conto che avrebbe dovuto leggere tra le righe. Quella donna di sicuro si aspettava guai. A caval donato non si guarda in bocca, era così che recitava il vecchio detto? A sua madre piaceva molto quel modo di dire. Oppure, in altri termini: Non si ottiene niente per niente. Uno splendido cottage a un canone bassissimo in un paesino del genere? Decisamente troppo bello per essere vero.

Mezz’ora dopo, Lucy se ne stava seduta in macchina. E adesso? Cosa accidenti doveva fare? Margaret non le aveva ancora risposto al telefono. Hamish si era svegliato e stava graffiando il finestrino della macchina, che gli aveva lasciato leggermente aperto; piagnucolava in tono lamentoso e abbaiava per la frustrazione. In quel silenzio, perfino un rumore così attutito sembrava assordante, e dal momento che era appena stata cacciata dalla scontrosa nonnina, Lucy si disse che era meglio non dare nell’occhio. Farsi cacciare ancora prima di aver disfatto i bagagli non rientrava certo nella lista degli eventi che aveva preventivato trasferendosi nella campagna inglese. Quando al lavoro aveva detto a tutti che si sarebbe presa un periodo d’aspettativa per andarsene a fare ricerche in campagna, le era sembrata un’idea romantica, da spirito libero; ora invece si ritrovava a un punto morto e non aveva la più pallida idea di cosa fare. Per non parlare del fatto che la sua macchina era piena di borse e scatoloni, che la sua unica compagnia era un indifferente West Highland terrier e che non aveva un posto in cui vivere.

«Tu aspetta qui», disse a Hamish, uscendo di nuovo dalla macchina. Si sedette su una panchina accanto alla scolorita cabina del telefono e iniziò a comporre un’email. Hamish infilò il naso nello spiraglio del finestrino e ansimò speranzoso. «Ti faccio scendere fra un secondo. Resisti».

Il telefono squillò mentre stava ancora digitando.

«Pronto?»

«Dio, hai risposto al volo. Ha a malapena squillato. Lucy, mi dispiace tanto. Sono Margaret Nicolson. Sei arrivata? È tutto sotto controllo?».

Lucy si morse il labbro. «Non… esattamente».

La voce all’altro capo della linea sbuffò. «Oh, per l’amor del cielo. Dici sul serio?»

«Mi dispiace», si affrettò a rispondere Lucy, per un riflesso automatico. Perché diavolo si stava scusando? Era lei quella che era stata cacciata in malo modo!

«Ascoltami, sono desolata. Sarò da te fra pochissimo. Che ne dici intanto di fare un salto in paese e prenderti una tazza di caffè? Ti raggiungo in una mezz’oretta».

«Va bene… dovevo comunque portare il cane a fare una passeggiata. Ci vediamo al cottage?».

Lucy raddrizzò le spalle. Non aveva certo fatto tutta quella strada e rinunciato al suo ottimo lavoro da insegnante (va bene, era un lavoro estenuante e con un incredibile carico di stress) per lasciarsi abbattere al primo ostacolo. Qualunque fosse il problema con il cottage, si poteva sicuramente risolvere. Fece un respiro profondo. Aveva passato tutta la sua vita professionale a gestire dei ragazzini indisciplinati. Non avrebbe permesso a un piccolo intoppo di metterle i bastoni tra le ruote. Con determinazione, fece un cenno del capo, come per tentare di rassicurarsi. Andrà tutto bene. Non c’è alternativa.

Dopo aver controllato l’ora, fece un’altra passeggiata per il paese con Hamish. Il cane annusava i pali della luce mentre lei leggeva i cartelli: cinema in paese, serata a tema anni Cinquanta, feste di fine anno dell’associazione genitori insegnanti. Un sacco di attività per un posto così piccolo. Un gruppetto di bambini le sfrecciò accanto, ridacchiando e ascoltando musica da una cassa bluetooth. Hamish abbaiò bruscamente, e Lucy fu costretta a strattonare il collare e a trascinarlo nella direzione opposta.

Al limitare del paese c’era una casa enorme, separata dalla strada da grandi siepi di alloro. Sbirciò attraverso i cancelli e vide uno scorcio del vialetto acciottolato e un bellissimo edificio in stile regina Anna con due allori potati alla perfezione che circondavano la pesante porta di legno. Una donna dall’aspetto imponente se ne stava in piedi su una scaletta a innaffiare i fiori nei cestini pensili. Indossava un top alla marinara, i capelli biondi con i colpi di sole erano acconciati in un taglio preciso e raffinato. Percependo la presenza di Lucy, si voltò e la salutò con la mano.

«Ciao cara! Splendido pomeriggio, vero?»

«Mmm», disse Lucy. «Incantevole». Si sentì arrossire. La sconosciuta la stava fissando. Era tutto così elegante, così ordinato… sembrava il set di un film di Richard Curtis. Quasi si aspettava che un giovane Hugh Grant si precipitasse in scena con i capelli arruffati, chiedendo scusa con un sorriso imbarazzato.

«Ti sei persa?». La donna fece capolino attraverso una fessura della siepe. Sollevò leggermente le sopracciglia, con un sorriso cordiale stampato in volto.

«No», rispose Lucy, scuotendo la testa. «Stavo solo facendo una passeggiata».

«È una giornata perfetta per passeggiare», commentò la donna, gioiosa.

Tornando verso la carreggiata, Lucy sentì la ghiaia scricchiolarle sotto i piedi. Ebbe la netta impressione di venir squadrata dalla testa ai piedi. Forse quella donna era una specie di vigilante di quartiere?

Svoltò su una stradina laterale e Hamish fece uno scatto, allungando il guinzaglio al massimo e fiondandosi a dare la caccia a un gatto bianco e nero che se ne stava seduto a pulirsi le zampe su un muretto.

«Non ricominciare», disse Lucy, richiamandolo. Era scomparso per inseguire un’anatra selvatica – o un gatto – durante la sua ultima giornata di lavoro a Brighton. Alla fine lo aveva trovato incastrato in un biancospino, ad abbaiare come un forsennato, ed era arrivata a scuola con quindici minuti di ritardo, perdendosi la mini festa a sorpresa che i suoi colleghi le avevano organizzato in sala insegnanti. Anche se avrebbe tenuto la cattedra, mettersi in aspettativa per sei mesi le sembrava una scelta azzardata: era la prima volta in vita sua che correva un rischio, che prendeva una decisione d’impulso. E ora eccola qui. Solo che le cose non stavano prendendo la piega che si era immaginata.

Svoltò ancora a sinistra e si ritrovò di nuovo su Main Street. Attraversò, cercando di passare inosservata, e si fermò accanto alla cabina del telefono. Poteva vedere la nonnina, con la sua silhouette minuta, affaccendarsi dietro la finestra della cucina. Nonostante il cottage avesse un aspetto trasandato, in realtà era bellissimo – lungo e basso, con le finestre del piano di sopra che sbirciavano dal tetto di paglia come gli occhietti addolorati di un cagnolino. C’erano pallide rose rosa intorno alla porta, un muretto basso teneva a freno una siepe di fiori misti color caramella. Dei piccoli fiorellini spuntavano ai lati del muretto, in una tonalità di azzurro che metteva perfettamente in risalto le sfumature color sabbia della pietra di Cotswold. Il cancello si apriva su uno stretto sentiero lastricato in pietra che zigzagava in spire di digitali ormai cresciute. La clematide risaliva il muretto e si avvolgeva intorno al traliccio. Era – dall’esterno, almeno – il classico paesino inglese da sogno…

L’ Autrice

Rachael Lucas, vive in una stravagante casa vittoriana piena di libri, bambini e ragni. Ha scritto il suo primo romanzo a undici anni e da allora non si è più fermata. Alcuni suoi libri sono diventati bestseller in Inghilterra, ed è stata selezionata per il Carnegie Medal Award.

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