Nella vita Maribel ha preso molte decisioni sbagliate e pochissime buone. Ma ora sente che le cose stanno per cambiare. Ha appena accettato un dottorato a Lille, in Francia. In fondo, nulla la trattiene a Madrid, così parte, piena di speranza: è giovane, e ha tutte le carte in regola per essere felice. Non fa altro che sentirselo ripetere. L’emozione di un nuovo paese, di una nuova lingua, di nuove persone da conoscere all’inizio la travolge. Ora Maribel riesce a vederle, le mille possibilità che ha davanti. Ma l’incantesimo presto si spegne. Intorno, tutto sembra vorticare a gran velocità e lei non riesce a stare al passo. Tutti perseguono il proprio obiettivo senza tentennamenti, come la sua coinquilina Paula o il suo amico Alessio. Lei, invece, trascina le sue giornate lavorando in un bar e facendo finta di scrivere una tesi di cui non importa a nessuno, forse nemmeno a lei. Per non parlare del bel Guillaume che un giorno appare e quello dopo scompare. Maribel si sente di nuovo al punto di partenza. Come se l’incertezza non derivasse dal luogo in cui si trova o da chi frequenta, ma risiedesse dentro di lei. Fino a quando scopre  che anche i suoi amici in realtà non hanno idea di dove stanno andando. Perché essere giovani è una fortuna ma è anche una grande sfida: il mondo ti disegna in un modo e tu non sai ancora chi vuoi diventare. Maribel vuole capire chi è veramente, senza condizionamenti. Vuole un lavoro, ma solo se migliora la sua vita. Vuole amare, ma solo se può farlo con passione. Vuole dare un senso a una realtà che sembra averlo perso molto tempo prima. Perché sarà pure disorientata, ma ha tanta voglia di vivere.

A mia madre

«L’uovo, il nido, la casa, la patria, l’universo.»
VICTOR HUGO, Notre-Dame de Paris

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L’Eurostar impiega due ore e venti minuti ad arrivare a Londra dalla Gare du Nord di Parigi. Parte del percorso si svolge sott’acqua, lungo un tunnel che attraversa il canale della Manica. Ma prima di entrare nel tunnel, il treno sosta per qualche minuto in una città del Nord della Francia che si chiama Lille.

La mia destinazione.

Appena scesa alla stazione di Lille-Europe, mi resi conto di aver perso l’indirizzo dello studentato in cui dovevo alloggiare. In più non c’era campo, perciò dovevo trovare al più presto un computer per connettermi alla rete. Erano i primi di settembre, il vento mi sferzava gli occhi e sulla città cadevano gocce grosse e pesanti come uova. La gente, tutta vestita di scuro, camminava in fretta guardando a terra. Mi trascinai dietro la valigia alla ricerca di un internet point, finché non arrivai in una piazza immensa intitolata a Charles de Gaulle, circondata dai tipici edifici di mattoni in stile fiammingo. Al centro della piazza si ergeva una massiccia colonna sormontata dalla statua di una donna coperta da un semplice drappo che ci guardava con aria schifata. C’erano anche negozi e caffetterie, una sede del Crédit Agricole, un’orologeria e una pasticceria che emanava un profumino dolce e dall’esterno sembrava il salone di un palazzo decorato con legni scuri e finiture dorate.

Lasciata la piazza, mi addentrai nelle stradine adiacenti, più buie, finché non trovai un internet point. Una luce azzurrognola illuminava le pareti rivestite di cartelli sbiaditi dal tempo con il prezzo delle chiamate in Niger, Senegal e Ciad. Era pieno di gente, faceva un gran caldo e si sentiva puzza di sudore. Qualcuno gridava dentro una cabina telefonica. Chiesi un computer e mi assegnarono il numero cinque. Accanto a me, un uomo sui settant’anni con un logoro cappotto nero pieno di forfora e pelucchi e i capelli grigi tutti unti, contemplava estasiato le foto di una ragazza bionda con i grumi di rimmel nelle ciglia che armeggiava con i membri di alcuni uomini e dopo essersi ingoiata il loro sperma sorrideva beata in camera. Nell’e-mail che mi aveva inviato lo studentato mi spiegavano che dovevo scendere alla stazione della metropolitana di Quatre Cantons, a Villeneuve-d’Ascq, una città dormitorio vicino a Lille.

Le piastrelle delle pareti di Quatre Cantons erano rosse e gialle, ma nonostante i colori sgargianti non c’era niente di allegro. Una zona completamente diversa dal centro. La valigia, lo zaino, gli stivali e la giacca a vento fradici diventavano più pesanti a ogni passo. Finalmente aveva smesso di piovere, ed ero così stanca di andare in giro che mi fermai a osservare i palazzoni enormi che sorgevano accanto alle piccole casette unifamiliari. Era come se quella cittadina avesse vissuto tempi migliori ma fosse rimasta paralizzata all’improvviso, e ora invecchiasse come una coppia di coniugi anziani di fronte al televisore. 

Dovevo avere una faccia disorientata o addirittura disperata, perché un ragazzo tarchiato con una giacca di pelle sbottonata mi si avvicinò e si offrì di portarmi la valigia. Non so da dove fosse sbucato, forse era un dono del cielo giunto in mio soccorso.

Gli si vedevano i capezzoli sotto il golf di lana e aveva i capelli un po’ lunghi pettinati all’indietro. Anche se doveva avere la mia età, era già parecchio stempiato, perciò non era difficile immaginare come sarebbe stato a quarant’anni. Più stempiato, con i capelli più lunghi e un odore ancora più forte. A ogni modo mi parve un segno di benvenuto. Gli chiesi indicazioni per il mio studentato. Si trattava di un momento cruciale: stavo per avere la mia prima conversazione in francese con uno che non fosse un professore della scuola di lingue. Il mio accento spaventò entrambi. Poi parlò lui. Che meraviglia. Non riuscivo a credere che quel ragazzo dall’aspetto così rozzo da sembrare appena uscito da un bar di hooligans di Liverpool avesse una voce che suonava come il sussurro di una libellula, le fragoline di bosco, i capelli d’angelo in bocca. Neanche lui sapeva dove fosse lo studentato. Quando risposi, le mie parole suonarono di nuovo come se deragliasse un treno. In quell’istante scoprii una cosa che mi avrebbe accompagnato per il resto della mia avventura. La lingua spagnola è una bestia con spine e artigli. Una bestia rinchiusa e affamata che esce in esplosioni di libertà a forma di rrr o jjj. Non la puoi vestire con il pizzo di seta della lingua francese senza che i suoi gesti bruschi lo facciano a pezzi. Ma nonostante i miei problemi a pronunciare frasi elementari, riuscii a farmi capire. Ero così felice che lo guardai negli occhi con tutta l’ingenuità che mi restava in corpo, e lui mi ricambiò con entusiasmo. Ci aggirammo a lungo tra inquietanti edifici deserti, finché alla fine non trovammo lo studentato.

Era una costruzione di cemento con una grande vetrata all’ingresso. Il ragazzo con i capezzoli a vista entrò nell’androne, e io dietro di lui neanche fossi una bambina incollata ai genitori, come se il fatto di essere lì non mi riguardasse per niente.

In portineria una donna sulla cinquantina con i ricci corti biondi e gli occhi azzurri e stanchi, anziché salutarmi mi scrutò con aria seria. Cercai di parlarle in francese. Mi disse che non mi capiva, perciò il fatto che mi capissero o no cominciava a sembrare abbastanza aleatorio. Un po’ a gesti e un po’ a parole, riuscii a farmi dare le chiavi. Invece sulle questioni di soldi non ci furono problemi e mi comunicò che il giorno dopo dovevo pagare la caparra. Nel frattempo, il ragazzo che mi aveva aiutato a portare la valigia mi infilò la mano sotto la maglietta. Per un istante mi sentii le sue dita morbide sulla vita nuda. La donna sorrideva. Io mi girai infastidita, ma il ragazzo voleva a tutti i costi portarmi la valigia in camera. Non si diede per vinto di fronte al mio rifiuto e ci fu un tira e molla, con noi due che afferravamo il manico della valigia e tiravamo forte, finché lui alla fine non scarabocchiò il suo numero di telefono su un foglietto. Devo averlo ancora da qualche parte.

Lo studentato era un vero labirinto, e siccome stavano rifacendo l’impianto elettrico c’erano cavi e macerie ovunque. Giunta al mio piano, percorsi un corridoio buio, salii altre scale, stavolta a chiocciola, entrai in un altro corridoio, anch’esso buio, scesi altre scale a chiocciola, arrivai in un altro corridoio. Nel frattempo non incontrai anima viva. Alla fine mi ritrovai di fronte a una porta di compensato color pino chiaro con il numero della mia stanza, la 215. In camera c’erano due letti con delle coperte scozzesi un po’ vecchiotte, stirate e piegate con cura. Mi avevano avvertito che dovevo condividere la stanza con un’altra ragazza, che però non era ancora arrivata.

Finalmente ero riuscita ad andarmene da Madrid. Ero libera…

foto presa dal web

Julia Sabina (Madrid, 1982) ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze della comunicazione e studi cinematografici presso l’università Sorbona di Parigi. Ricercatrice e creatrice nel campo delle arti audiovisive, è attualmente docente di comunicazione all’università di Alcalá de Henares. Vite in attesa, una storia universale sulle sfide delle nuove generazioni, è il suo romanzo d’esordio.

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Jenny Citino

Di Jenny Citino

Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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