sabato, Ottobre 24, 2020
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Segnalazione: “Una vacanza sotto le stelle” di Catherine Ferguson edito da Newton Compton in tutte le librerie e on-line dall’ 11 Giugno. Estratto

Sinossi

Una notte magica sotto un cielo stellato può cambiare la tua vita


Daisy ha avuto un anno difficile: sta cercando di superare la perdita di sua madre e si sente imprigionata da un lavoro che detesta. Ha decisamente bisogno di una pausa. Così, coglie l’occasione del trentesimo compleanno del fidanzato Toby, per proporgli una fuga estiva: un viaggio romantico è proprio il tipo di distrazione che le serve, e poi stare un po’ da soli lontani da tutto e da tutti farà di certo bene anche al loro rapporto. E così prenota una “tenda” in un campeggio di lusso: alla sola idea di lunghe passeggiate nella natura e notti stellate si sente meglio. C’è un unico problema: non aveva considerato che Toby detesta stare all’aria aperta, preferisce di gran lunga rimanere appiccicato allo schermo del suo portatile. E adesso che ha bisogno del suo supporto, Daisy comincia a chiedersi se sia la persona giusta… Specialmente perché non riesce a togliersi dalla testa un affascinante sconosciuto incontrato una notte in riva al lago.
Una notte magica sotto il cielo stellato può cambiare tutto

«Una storia romantica che profuma di fiori di campo ed erba tagliata.»

«Daisy è una protagonista dolcissima e divertente, la perfetta compagna di viaggio per un romanzo indimenticabile.»


«Non riuscivo a staccarmi da queste pagine.»

Estratto

Per Matthew. Mi rendi sempre così orgogliosa.

Capitolo 1

È un sabato di fine maggio e ho prenotato due biglietti per il teatro, per il compleanno della mamma.
Per due settimane, è in programmazione il suo musical preferito.
Oklahoma!

Ero al settimo cielo quando ho scoperto che una delle date coincideva con il suo giorno speciale. Mi è sembrato significativo. Ho prenotato subito i biglietti: i due posti migliori.

La immagino già che ondeggia sulla poltrona al ritmo di Oh, What a Beautiful Mornin’, con il sorriso che le fa spuntare le fossette sulle guance e gli occhi castani che brillano. Sarà il migliore compleanno di sempre.

C’è un solo problema… Non riesco assolutamente a ricordare dove ho cacciato i biglietti.

Gli eventi degli ultimi giorni mi hanno lasciato in confusione come non mai, perciò questo vuoto di memoria non dovrebbe sorprendermi. Ero certa di averli messi sulla consolle nell’ingresso, insieme al resto della posta, ma adesso non ci sono più.

«Rachel?», grido alla mia coinquilina. «Rachel!».

Rachel compare in corridoio, allarmata, con le mani sollevate a mezz’aria come un direttore d’orchestra. «Daisy? Che succede? Stai bene?».

Continuo a rovistare tra la posta, anche se ho già passato in rassegna tutto il mucchio tre volte.

«Non trovo i biglietti!», piagnucolo cercando di ignorare il panico che mi sta salendo dentro.

«Oh». Rachel soffia distrattamente sulle unghie appena smaltate e mi osserva con l’espressione tra il preoccupato e il perplesso che mi riserva spesso ultimamente. «Li ho messi nel cassetto in cucina, quando ho fatto le pulizie. Io… non ero sicura che volessi ancora andare a teatro. Insomma, con tutto quello che ti è successo…».

Le lancio un’occhiata irritata. «Ovvio che ci vado. È il compleanno della mamma e questo è il suo regalo. Lo sai che adora i musical. Questo in particolare».

Rachel annuisce, mormorando tra sé: «Oklahoma!».

«Esatto, e devo darmi una mossa», dico trotterellando verso il cassetto straripante della cucina, in cui mettiamo tutte le cose che non trovano altro posto in casa. «O farò tardi. Lo spettacolo inizia alle due». Sospiro di sollievo quando finalmente ho biglietti in mano.

«Prendi l’autobus?». Rachel indugia sulla porta. «Vuoi che ti accompagni?».

Mi giro di spalle per richiudere il cassetto, alzando gli occhi al cielo. «Non c’è bisogno, grazie Rachel».

Adoro Rachel. Ma vorrei che non facesse tante storie. Sto benone e gliel’ho ripetuto un sacco di volte. Ovviamente non mi crede.

Rachel e io siamo amiche da quando lavoravamo insieme nella redazione di un quotidiano locale, appena uscite dalla scuola di giornalismo.

Da allora le nostre carriere hanno preso direzioni leggermente diverse. Abbiamo entrambe trentadue anni. Nel frattempo lei è diventata vice-redattrice capo di una rivista femminile molto popolare e si è potuta così permettere l’acquisto di questa casa, mentre io passo le mie giornate a scrivere di valvole e galleggianti di sciacquoni. Non è noioso come sembra. Anzi, no. È esattamente noioso come sembra. Ma mi permette di pagare l’affitto.

Se devo essere onesta, scrivere per una rivista di settore intitolata «Idraulico felice oggi» non è esattamente il lavoro dei miei sogni. Tra gli aspetti positivi, adesso so che tutto ciò che ignoro su rubinetterie e tubature in acciaio zincato non vale davvero la pena di essere investigato.

Un altro vantaggio sta nel fatto che io non devo affrontare le levatacce e le nottate che invece toccano a Rachel come corredo al suo ruolo da dirigente, perciò ho più tempo libero da dedicare alla scrittura del mio libro. In teoria.

Ci sto lavorando da cinque anni a tempo perso, è un romanzo rosa con un tocco di humor, con una protagonista incline alle sfighe di nome Hattie. La mamma dice che ho talento come  autrice e che dovrei finire di scriverlo, e continuo a promettere che lo farò, ma per qualche motivo non ci sono ancora riuscita. Forse temo il giudizio degli altri, che avrebbero tutto il diritto di ridere di me e dire cose come: “Ma chi si crede di essere Daisy Cooper? Come ha potuto pensare di scrivere un libro e che la gente lo leggesse?”.

Ma adesso ho deciso, è arrivato il momento di finirlo.

Smetterò di revisionare i capitoli già scritti facendo infinite piccole modifiche alle prime pagine, e mi metterò invece a lavorare a testa bassa sul finale. La mamma sarà fiera di me.

Cullata dal movimento dell’autobus che mi porta in città, i miei pensieri vanno all’ultima volta in cui sono stata a vedere un musical con lei. Anche quella volta era il suo compleanno e andammo a vedere West Side Story.

Perfino io ero contenta di vederlo. Sono cresciuta cantando le canzoni di West Side Story, perché in casa ne ascoltavamo sempre la colonna sonora. La domenica mattina facevamo le pulizie sulle note di America, perché è un pezzo carico di energia. E mi ricordo di una volta in cui facevamo giravolte in salotto, stringendo al petto dei cuscini come partner di ballo e cantando I Feel Pretty a squarciagola. Alla fine ci buttammo sul divano, accaldate, ridendo come matte, e la mamma mi disse che quando un giorno avrei scritto un bestseller, sarebbe stato ancor più meraviglioso del suo musical preferito. Anche allora volevo fare la scrittrice, a dieci anni. È buffo quanti ricordi ci siano nella nostra mente.

Eravamo solo io e la mamma, perché papà è morto quando avevo quattro anni, poco dopo esserci trasferiti dal Surrey, e gli unici altri parenti che abbiamo, la sorella di papà e la sua famiglia, vivono in Canada. La migliore amica della mamma, Joan, vive nel Surrey. Lei e Joan si sono conosciute alle elementari e la mamma va a trovarla ogni tanto, ma non così spesso. Non c’è da stupirsi, credo, se io e la mamma siamo così vicine. Oltre a essere la mamma più fantastica che potessi desiderare, oserei dire che è anche la mia migliore amica. Posso parlarle di qualsiasi cosa e so che posso contare sempre sul suo supporto, anche quando non è del tutto d’accordo con le mie decisioni.

Oltre alla colonna sonora avevamo anche una videocassetta di West Side Story, deve essere ancora in casa in uno scatolone da qualche parte. Lo abbiamo visto insieme così tante volte che probabilmente riuscirei a scriverne i testi parola per parola anche adesso. La protagonista era interpretata dalla bellissima Natalie Wood. Era morta in un misterioso incidente in barca qualche anno prima che io nascessi e mi ricordo di quanto mi sembrava triste la sua storia, aver perso la vita così giovane, a soli quarantatré anni.

Mi sento gli occhi velati di lacrime, all’improvviso. La vita è così fragile. Basta un istante, e tutto può finire.

Deglutisco lo stupido nodo che mi sento in gola e ricordo a me stessa che sarà una giornata piena di felicità.

Ma quando arrivo al teatro, è subito chiaro che sulla felicità mi sbagliavo.

C’è un grosso cartello appeso alle porte.

“Spettacolo cancellato per malattia”.

Il cuore mi scende fin sotto i piedi. Non può essere vero. Non oggi. Forse il cartello è stato appeso ieri e non è stato ancora rimosso…

Entro nel teatro e mi metto in fila insieme ad altri amanti dei musical contrariati, per capire cosa sta succedendo. Quando finalmente tocca a me, non riesco a evitare di parlare in tono brusco, anche se la signorina al banco spiega con molta gentilezza che il cast è stato colpito da una laringite.

«Cioè, tutti quanti?», dico con una risata amara.

«Be’, no. La protagonista e la sua sostituta».

«Mi sembra un po’ strano. La laringite non è contagiosa, no? Non se deriva da uno sforzo delle corde vocali».

Fare polemica non è nel mio stile, ma le parole mi escono da sole per l’agitazione.

La ragazza al banco impallidisce appena. Forse la mia voce è troppo alta. O forse sembro troppo disperata.

Abbassando il tono, mi avvicino a lei. «Senta, lo so che non è colpa sua se lo spettacolo è stato cancellato. Ma era un regalo per il compleanno di mia madre. Oggi compie sessantuno anni e non vedeva l’ora di venire a teatro». Sento gli occhi che mi si riempiono di lacrime e inizio a tremare. «Aveva cerchiato la data sul calendario con un pennarello rosso, lo fa sempre quando è emozionata per qualcosa. Non potete cancellarlo proprio oggi».

«Sono davvero spiacente». L’espressione della ragazza si fa più dolce e triste. «So che non è la stessa cosa, ma abbiamo aggiunto una performance extra. Vuole che le prenoti due posti per il trentuno?».

La ragazza osserva la hall del teatro, come se si aspettasse di veder comparire mia madre.

Deglutisco.

Se le dico la verità, ne rimarrebbe scioccata e io non voglio metterla a disagio.

«Va bene. Due posti per il trentuno, perfetto».

«Ottimo, le stampo subito i biglietti».

Annuisco, sbattendo le palpebre convulsamente, cercando di fermare le lacrime che minacciano di uscire. Non riesco a dirle che, in realtà, basterebbe un posto solo.

Perché la mamma è morta undici giorni fa.

Non riesco a dire quelle parole a me stessa, per non parlare di un’estranea.

Non riesco ancora ad accettarlo. Continuo a pensare che è solo un brutto sogno e che il telefono suonerà da un momento all’altro e sarà la mamma, che vuole sapere se preferisco pollo o arista per il nostro solito pranzo della domenica e che mi racconta qualcosa di buffo che ha visto in TV.

Rifiuto di accettare la verità, dal giorno in cui le ho dovuto dare l’ultimo addio.

La ragazza mi porge i biglietti con un gran sorriso.

«Spero che sua madre apprezzerà comunque il regalo. Anche se arriva con qualche giorno di ritardo…».

Uscita dal teatro, entro nel primo pub che incontro e ordino un brandy doppio. Di regola non bevo molto. Un bicchiere di vino o due nel fine settimana, niente di più. Non mi piacciono neanche, i pub. Ma sul momento mi sembra una buona idea, affogare il dolore nell’alcol.

A metà pomeriggio, il pub è quasi deserto e ne sono felice. Così posso stare seduta nell’ombra in un tavolo d’angolo, per tutto il tempo che voglio, senza sguardi indiscreti di persone che si chiedono chi è la ragazza triste e sola, che beve brandy dopo brandy.

Voglio solo un anestetico. Voglio solo raggiungere lo stato di ebbrezza in cui ti senti avvolta da un calore dorato e la realtà non può ferirti.

Purtroppo, non sta funzionando.

Continuo a buttare giù brandy, ma ricordi della mamma continuano a sfilare inesorabili nella mia mente stanca, mentre mi chiedo come farò adesso senza di lei.

Forse potrebbe essere ancora qui, se non avesse avuto paura di ospedali e dottori. Ma ha deciso di ignorare quel nodulo al seno, senza dirmi niente perché sapeva che l’avrei portata immediatamente dal medico. Continuava a ripetersi che non era niente e quando finalmente ha deciso di farsi controllare era troppo tardi.

Seduta al pub, in compagnia solo del mio brandy, sento la rabbia nei suoi confronti e la mia frustrazione fondersi con il dolore del lutto in un miscuglio nauseabondo.

Devo andare!

Mi alzo di scatto e, Wow!, ricado seduta all’istante. Mi sembra di essere su una giostra. Non ho più il controllo delle mie gambe e la cosa non mi piace. Non mi piace affatto.

Come faccio a tornare a casa?

Toby.

Sono le sette passate, quindi dovrebbe essere uscito dal lavoro.

Il mio ragazzo lavora come consulente finanziario alla Clements & Barbour nella City, cioè a due passi da qui. Potrebbe darmi un passaggio. L’idea di cercare di salire sull’autobus giusto, o su un autobus qualunque, in questo stato non mi entusiasma affatto.

Comincio a frugare in borsa e mi faccio prendere dal panico pensando di aver perso il telefono, prima di rendermi conto che è sul tavolo proprio davanti a me. Premo sul suo nome in rubrica.

Dopo un’infinità di squilli, finalmente risponde.

«Eccoti!». Sento un’ondata di sollievo al suono della sua voce. «Sono Daisy. Potresti… potresti darmi un passaggio, per favore? Sono al Seven Bells e, be’, sono un po’ brilla». Mi sfugge un singhiozzo rumoroso. «Ops. Scusa».

C’è una breve pausa. Lo sento spostare delle carte sulla scrivania.

«Non puoi prendere l’autobus?», dice alla fine. Il cuore mi sprofonda nel petto e gli occhi mi si riempiono di lacrime. Detesto essere un peso. Toby lavora così tanto, sempre fino a tardi.

Deglutisco. «È solo che è stata una giornataccia e l’alcol mi ha dato subito alla testa». E vorrei tanto che tu mi prendessi tra le tue braccia, mi portassi a casa e mi dicessi che andrà tutto bene!

«Va bene. Dammi cinque minuti. Cinque minuti, ok?»

«Cinque minuti», ripeto, ma lui ha già riattaccato.

Sprofondo nel sedile imbottito, piena di vergogna e sensi di colpa, come una ragazzina uscita di nascosto di notte e finita nei pasticci, che aspetta che i genitori la vadano a prendere.

Guardo speranzosa verso la porta ogni volta che la sento aprirsi. Ma quaranta minuti dopo, Toby ancora non è arrivato. Deve esserci stata un’emergenza che lo ha trattenuto…

La gente inizia a guardarmi incuriosita. Devo andarmene.

In quel momento mi viene in mente Rosalind, la mamma di Toby. Abita a pochi passi da qui.

In qualche modo riesco ad attraversare due strade principali senza finire sotto un autobus e mi trovo a bussare alla porta di Rosalind. All’interno sento grida e pianti e annuisco, sicura di aver trovato la porta giusta. È un giorno come tanti altri per la caotica, ma deliziosa famiglia Carter.

Toby non sa quanto è fortunato a far parte di una famiglia così numerosa.

A Rosalind basta uno sguardo, poi mi stringe al suo enorme petto che sembra un cuscino, lasciandomi quasi senza respiro. «Oh, tesoro mio. Che succede?», dice appoggiando le labbra sulla mia testa.

Il suo familiare calore è troppo per me e le lacrime che ho trattenuto tutto il giorno iniziano a sgorgare senza freno…

L’ autrice

Catherine Ferguson, ha cominciato a scrivere all’età di nove anni, quando lasciava racconti anonimi nella cassetta delle lettere per suo fratello. L’amore per le storie non l’ha mai abbandonata e così, dopo aver studiato Letteratura inglese all’università, si è dedicata alla scrittura a tempo pieno. La Newton Compton ha pubblicato Il Natale delle seconde possibilità Una vacanza sotto le stelle.

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