Segnalazione: “Piccoli piaceri” di Clare Chambers edito da NERI POZZA in tutte le librerie e on-line dal 6 maggio 2021. Estratto

Segnalazione: “Piccoli piaceri” di Clare Chambers edito da NERI POZZA in tutte le librerie e on-line dal 6 maggio 2021. Estratto

Londra, 1957. La guerra e le sue privazioni sono passate solo da un decennio e i danni delle bombe sono ancora visibili nel paesaggio londinese. Sulle pagine del North Kent Echo, un piccolo giornale locale, appare un giorno un trafiletto che parla dei progressi negli studi sulla partenogenesi: gli esperimenti compiuti su ricci di mare, rane e conigli fanno ipotizzare che la si possa applicare anche all’uomo. Probabilmente i lettori del North Kent Echo non l’avrebbero nemmeno notato, se non fosse stato per il sensazionale titolo: «I maschi non servono più per la riproduzione!». A seguito dell’articoletto, la redazione viene invasa da una valanga di lettere indignate. Tra di esse ve ne è però una alquanto singolare. A scriverla è una certa Gretchen Tilbury, residente a Sidcup, che dichiara di aver dato alla luce una bimba quando era ancora vergine. L’affermazione suonerebbe priva di qualunque fondamento, se non fosse che, nel lasso di tempo in cui asserisce di aver concepito la figlia per partenogenesi, Gretchen Tilbury era ricoverata presso la clinica St Cecilia di Broadstairs, dove ha trascorso mesi a letto, a causa di una grave forma di artrite reumatoide, dividendo la corsia con altre tre giovani donne, assistite da suore e infermiere. A fare luce sul controverso caso viene inviata Jean Swinney, responsabile delle rubriche di economia domestica e unica donna presente nella redazione del North Kent Echo. Trentanove anni e alle spalle un’esistenza fatta di aspettative deluse, Jean ha imparato da tempo a sopravvivere grazie ai piccoli piaceri quotidiani che la vita concede, quando non è troppo avara. Mentre indaga per scoprire se si tratta di un miracolo o di una frode, Jean stringe, con i Tilbury, un legame destinato a cambiare profondamente la sua esistenza tranquilla e abitudinaria. Ma quale sarà il prezzo da pagare per conoscere la verità?

A Peter

INCIDENTE FERROVIARIO

Due treni si scontrano a causa della nebbia Numerose le vittime

Sono soprattutto pendolari e famiglie di ritorno dalle compere natalizie le vittime del terribile incidente avvenuto la sera del 4 dicembre, quando due treni si sono scontrati nella nebbia fitta sotto il cavalcavia di Nunhead. Il locale delle 17:18 per Hayes, partito in ritardo da Charing Cross, è stato tamponato da un treno a vapore proveniente da Cannon Street e diretto a Ramsgate. Entrambi i convogli erano affollati e molti dei passeggeri viaggiavano in piedi.

Il locale per Hayes era fermo a un segnale fuori dalla stazione di St John, quando la locomotiva a vapore è piombata sull’ultima carrozza, innescando una sciagura che ha causato più di ottanta morti e duecento feriti. La motrice è uscita dai binari e si è inclinata, tranciando uno dei pilastri del cavalcavia che si è abbattuto come un maglio su due delle carrozze sottostanti. In quel momento stava arrivando un terzo convoglio da Holborn Viaduct, che grazie alla prontezza di riflessi del macchinista si è fermato a ridosso delle macerie: le carrozze sono deragliate ma nessuno dei passeggeri è rimasto ferito.

Le operazioni di soccorso da parte di vigili del fuoco, polizia e personale medico sono state ostacolate dalla foschia e dal buio, e c’era il rischio che anche il resto del cavalcavia crollasse schiacciando i soccorritori e le vittime intrappolate fra le lamiere.

Durante la notte, parecchi volontari hanno ingrossato le fila delle squadre di soccorso, mentre molti fra i residenti accoglievano i feriti meno gravi nelle loro case. Undici ambulanze facevano la spola fra il luogo dell’incidente e gli ospedali dei dintorni che si sono ben presto riempiti, costringendo i soccorritori a ricoverare gli infortunati in nosocomi sempre più lontani.

Le linee telefoniche erano intasate da gente che aveva appreso la notizia e temeva per la sorte dei propri cari. La tratta ferroviaria da e per il Kent è rimasta interrotta e centinaia di passeggeri hanno dovuto trascorrere la notte a Londra.

La maggior parte delle vittime veniva da Clock House e Beckenham, perché in entrambe le località l’uscita della stazione si trova in fondo ai binari e i residenti cercano posto nelle ultime carrozze.

È stata aperta un’indagine sull’accaduto.

Dal North Kent Echo del 6 dicembre 1957

1.
Giugno 1957

L’articolo da cui nacque tutto non era neppure in prima pagina, solo un trafiletto a pagina 5, fra la pubblicità di una scuola di ballo e il congresso dei liberali di Crofton. Parlava dei progressi negli studi sulla partenogenesi: gli esperimenti compiuti su ricci di mare, rane e conigli facevano ipotizzare che la si potesse applicare anche all’uomo. Probabilmente i lettori del North Kent Echo non avrebbero nemmeno notato l’articoletto, se non fosse stato per il titolo a sensazione: «I maschi non servono più per la riproduzione!».

Il risultato fu un’abnorme quantità di lettere al direttore, in prevalenza indignate, e non solo da parte dei lettori di sesso maschile. La signora Beryl Diplock di St Paul’s Cray, per esempio, era indignata per lo spazio concesso a un assunto così deleterio e palesemente anticristiano, e molte lettrici paventavano che fornisse agli uomini un pretesto per sottrarsi al dovere di generare.

Ma una lettera spiccava fra tutte. Una certa Gretchen Tilbury, residente a Sidcup, al numero 7 di Burdett Road, affermava candidamente:

Egregio Direttore,

ho letto con grande interesse l’articolo «I maschi non servono più per la riproduzione!». Infatti, posso affermare che mia figlia, che oggi ha dieci anni, sia nata senza che nessun uomo fosse coinvolto. Se vuol saperne di più mi scriva pure.

La riunione di redazione – di solito una faccenda piuttosto monotona durante la quale si distribuivano i compiti e si passavano in rassegna errori e sviste delle edizioni precedenti – fu stranamente vivace.

Jean Swinney, responsabile delle rubriche di economia domestica e unica donna presente, sbirciò la lettera che passava di mano in mano. La calligrafia obliqua, il sette col taglio dell’indirizzo le ricordavano la scrittura della sua vecchia professoressa di francese. A tredici anni le era parsa di un’eleganza inarrivabile, e aveva iniziato a imitarla. Quando se n’era accorta sua madre le aveva intimato di smettere subito, neanche l’avesse sorpresa a scrivere col sangue! La signora Swinney era una donna all’antica e detestava tutto ciò che sapeva di esotico o forestiero.

Il pensiero della madre le rammentò che doveva passare a prendere le sue scarpe dal calzolaio. Era un altro dei misteri della signora Swinney: che se ne faceva di tutte quelle scarpe, se non usciva mai di casa? Jean doveva ricordarsi di comprare anche le sigarette, l’olio di menta da Rumsey’s, oltre al rognone e al lardo per preparare un pasticcio, invece della solita cena a base di uova «in qualche modo».

«Allora, chi va a intervistare Nostra Signora di Sidcup?» domandò Larry, il capocronista.

L’invito cadde nel vuoto, fra un gran stridore di sedie.

«Non è il mio genere» fece Bill, che curava la pagina sportiva e quella degli spettacoli.

Jean tese il braccio lentamente per prendere la lettera, tanto sapeva che sarebbe toccato a lei.

«Brava» disse Larry, esalando il fumo della sigaretta dalle narici. «In fondo è roba da donne».

«Ma è il caso di dar retta a questa svitata?» fece Bill.

«Non è detto che sia una svitata» ribatté Roy Drake, il direttore, in tono pacato.

Jean sorrise fra sé. Da ragazza, quando era entrata al giornale, aveva una gran soggezione del direttore, le veniva la tremarella ogni volta che la convocava nel suo ufficio. Ma poi aveva scoperto che Roy non era il tipo d’uomo che si diverte a terrorizzare i sottoposti, aveva quattro figlie e trattava sempre le donne con cortesia. Inoltre era impossibile avere soggezione di uno così trasandato nel vestire.

«Come no?» insistette Bill. «Non dirmi che credi nell’immacolata concezione».

«Non ci credo infatti, ma voglio capire perché ci crede la signora Tilbury».

«La lettera è ben scritta» disse Larry. «Concisa».

«È concisa perché è straniera» disse Jean, che fino a quel momento era rimasta in silenzio.

Tutti si voltarono verso di lei.

«Da noi è difficile che una donna abbia quella calligrafia. E poi, scusate, eh, “Gretchen”?»

«Ci vorrà una buona dose di tatto per affrontare l’argomento» fece Roy. «Per cui, mi pare evidente che dovrai andarci tu, Jean».

I colleghi annuirono uno dopo l’altro: nessuno era impaziente di soffiarle la storia.

«Comunque sono sicuro che, incontrandola di persona, ti accorgerai subito se è una millantatrice».

«Lasciatemi da solo con lei cinque minuti e vi dico se è vergine!» fece Larry e tutti scoppiarono a ridere. Dopo la battuta Larry si appoggiò allo schienale, incrociando le mani dietro la nuca, la trama della canottiera che s’intravedeva sotto la camicia.

«La signora non ha detto che è ancora vergine» osservò Bill. «Il fatto è accaduto dieci anni fa. Può darsi che si sia data da fare, nel frattempo».

«Jean non ha bisogno della vostra consulenza» tagliò corto Roy, che non amava quel tipo di discorsi. Se non fosse stato presente la conversazione avrebbe assunto toni ben più volgari; i suoi colleghi moderavano i termini per non offendere la pruderie del direttore, ma non si facevano scrupoli davanti a lei, dicendo che era come se fosse «una di loro». Jean si sforzava di prenderlo come un complimento, ma a volte, specie quando li sorprendeva a flirtare con donne più giovani e carine, tipo le segretarie, le veniva il dubbio che non lo fosse.

Trascorse il resto del pomeriggio dividendosi fra i “Consigli domestici” e la rassegna dei matrimoni della settimana precedente.

Dopo il rinfresco, il signore e la signora Plornish sono partiti per il viaggio di nozze, la sposa indossava un soprabito turchese con accessori neri…

La rubrica di “Consigli domestici” era un gioco da ragazzi perché si basava su rimedi e suggerimenti forniti dalle stesse lettrici. All’inizio, Jean era solita provarli prima di pubblicarli, ora invece si divertiva a scegliere i più stravaganti.

Poi si occupò della signora Tilbury. Dal momento che non aveva fornito un numero di telefono, le scrisse un biglietto per chiederle se potevano incontrarsi.

Alle cinque in punto, Jean mise il coperchio sulla macchina da scrivere e uscì dalla sede del giornale, non prima di aver lasciato la busta col biglietto fra la posta da spedire.

La grossa bicicletta, passata come molte delle cose di Jean, attraverso generazioni di Swinney, era contro l’inferriata, ma per raggiungerla avrebbe dovuto passare accanto a due ragazzi che si baciavano spudoratamente sul marciapiede. Jean riconobbe una delle nuove dattilografe, di cui ignorava il nome, avvinghiata a uno dei giovani della tipografia.

Si sentì un po’ stupida mentre girava loro intorno, quando finalmente i due innamorati si accorsero di lei e si allontanarono sogghignanti, farfugliando delle scuse. Aveva qualcosa di spietato quello stato stuporoso, ma Jean sapeva che non era colpa loro: era un tipico sintomo della malattia chiamata amore, chi ne soffriva non era da biasimare, bensì da compatire.

Tirò fuori il foulard di seta dalla tasca e se lo annodò ben stretto sotto il mento per evitare che i capelli le finissero sul viso mentre pedalava. Dopo aver ficcato la borsa nel cestino, trascinò la bicicletta giù dal marciapiede e montò in sella lisciando la gonna sotto di sé con una scioltezza figlia dell’abitudine.

foto presa dal web

Clare Chambers è nata nel sud-est di Londra nel 1966. Ha studiato a Oxford e ha trascorso l’anno dopo la laurea in Nuova Zelanda, dove ha scritto il suo primo romanzo, Uncertain Terms. Tra le sue opere figurano Learning to Swim (1998), adattato come opera teatrale da Radio 4, e In a Good Light (2004), finalista al premio Whitbread per il miglior romanzo.

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