«Un romanzo indimenticabile sull’amore materno in uno dei momenti più bui della storia: la Francia della seconda guerra mondiale.»
The Bookseller

«Una commovente storia di amore e sacrificio: fino a che punto siamo pronti a spingerci per proteggere il nostro bambino?»
Janet Skeslien Charles, autrice della “Biblioteca di Parigi”

Nulla può spezzare l’amore di una madre.

È una lunga notte a Parigi. La città dorme quando si ode un sussurro gridato. Un sussurro che dice: addio. Potrebbe sembrare la fine di una storia, invece è solo l’inizio. Jean-Luc stringe tra le braccia il piccolo Sam, che la madre, con il dolore nel cuore, gli affida ancora neonato per salvarlo da un infausto destino. Siamo nel 1944 e Jean-Luc, che lavora per le ferrovie francesi, sa che i treni in partenza da Parigi hanno come unica destinazione i campi di sterminio tedeschi. Ha anche provato a sabotare alcuni convogli, ma senza successo. Per questo accetta di prendere con sé Sam: non ha potuto salvare altri bambini, salverà lui. Ma Jean-Luc sa che restare in città è troppo pericoloso. Il nemico è ovunque. Deve scappare dove esiste ancora una possibilità di essere liberi, quindi decide di partire con la moglie e il piccolo per l’America. Insieme costruiranno una famiglia. Perché così si sentono anno dopo anno. Fino a quando, un giorno, qualcuno bussa alla loro porta. I genitori di Sam sono sopravvissuti, lo hanno cercato senza sosta per anni e ora vogliono riabbracciarlo. Una madre e l’uomo che ha salvato suo figlio si trovano uno di fronte all’altra. Ma il confine tra giusto e sbagliato, tra legami di sangue e legami di affetto è labile come l’ultima luce che indora la Senna sul far della sera.
Un esordio venduto in 25 paesi che dalla stampa è stato definito un libro essenziale. Un romanzo che invita a non dimenticare gli orrori del nazismo, le scelte sofferte, le famiglie distrutte dalla guerra e dalla violenza degli uomini. Un romanzo che, all’ombra di una delle città più affascinanti al mondo, racconta un’atroce pagina della storia mondiale. Un romanzo che, dietro la magia di un affetto sincero, dà voce a una verità che cambia ogni cosa. Perché quando il mondo è capovolto, anche un gesto d’amore può avere conseguenze imprevedibili.

A Jeremy, Joachim e Dimitri,
mie fonti di ispirazione per questa storia
E in memoria di mia nonna, Diana White

«Sacrifichiamo un giorno 
per avere forse tutta la vita.»
VICTOR HUGO, I miserabili

PARTE PRIMA

1. 
SANTA CRUZ
24 GIUGNO 1953

Jean-Luc

Jean-Luc avvicina il rasoio alla faccia, osservando la sua immagine riflessa nello specchio del bagno. Per una frazione di secondo, non si riconosce. Con il rasoio sollevato a mezz’aria, si guarda negli occhi domandandosi cosa ci sia di diverso. Ha un che di americano, adesso: il viso sano, abbronzato, i denti bianchi e qualcos’altro che non riesce bene a identificare. Sarà l’atteggiamento volitivo del mento? O il sorriso? In ogni caso, è soddisfatto. Essere americani è bello.

Con un asciugamano intorno ai fianchi, torna in camera da letto. Una sagoma nera all’esterno della casa attira la sua attenzione. Dalla finestra vede una Chrysler che avanza lentamente lungo la strada e si ferma dietro la quercia davanti a casa sua. Strano. A chi verrebbe in mente di fare una visita alle sette del mattino? Fissa distrattamente l’auto, poi il profumo burroso delle crêpes calde che sale dalle scale lo invita a fare colazione.

Appena entra in cucina, bacia Charlotte sulla guancia e scompiglia i capelli del figlio. Lancia un’occhiata fuori dalla finestra e nota che l’auto è ancora lì. Un uomo alto e magro sbuca dal posto di guida e si guarda intorno tendendo il collo: come un pellicano, pensa Jean-Luc. Dal lato del passeggero esce un tizio tarchiato. I due si incamminano verso la casa.

Il campanello d’ingresso fende il mattino come un coltello. Charlotte solleva la testa.

«Vado io.» Jean-Luc è già diretto alla porta. Toglie la catenella e apre.

«Mr Bow-Champs?» domanda l’Uomo-Pellicano senza sorridere.

Jean-Luc lo squadra, notando il completo blu navy, la camicia bianca, la cravatta dozzinale e lo sguardo arrogante. Di solito, quando pronunciano male il suo cognome, lascia correre, ma stamattina si sente ferito nell’orgoglio. Forse è perché quell’uomo si trova sulla porta di casa sua. «Beauchamps», corregge. «È un cognome francese.»

«Lo sappiamo che è francese, ma qui siamo in America.» L’Uomo-Pellicano socchiude leggermente gli occhi e appoggia una lucida scarpa nera sulla soglia. Guarda alle spalle di Jean-Luc, poi gira la testa verso la Nash 600 nuova fiammante parcheggiata lì di fianco, facendo scrocchiare il collo. Storce il labbro superiore. «Io mi chiamo Jackson e questo signore è Mr Bradley. Mr Bow-Champs, vorremmo farle alcune domande.»

«A che riguardo?» L’inflessione della voce vorrebbe comunicare sorpresa, ma risulta innaturale persino alle sue orecchie, di un’ottava troppo alta. Dalla cucina giungono rumori attutiti: un acciottolio di piatti, la risatina di suo figlio. Quei rumori familiari risuonano intorno a lui come un sogno lontano. Chiude gli occhi, aggrappandosi ai margini sempre più sfumati della realtà. Il grido di un gabbiano lo riporta bruscamente al presente. Il cuore gli batte forte fra le costole, come un uccello in trappola.

Il tarchiato – Bradley – si sporge in avanti abbassando la voce. «Sei settimane fa è stato portato al County Hospital in seguito a un incidente stradale?» Allunga il collo, come se sperasse di raccogliere indizi sulla vita che si svolge all’interno della casa.

«Sì.» Il battito di Jean-Luc accelera. «Sono stato investito da un’auto che ha girato l’angolo troppo in fretta.» Si interrompe per fare un respiro. «Sono svenuto.» Gli torna in mente il nome del dottore: Wiesmann. Aveva attaccato a fargli domande mentre lui stava appena cominciando a rinvenire ed era ancora intontito: «Da quanto vive in America? Come si è procurato quella cicatrice in faccia? È nato con un solo dito e il pollice alla mano sinistra?».

Bradley fa un colpo di tosse. «Mr Bow-Champs, vorremmo accompagnarla nel nostro ufficio alla City Hall.»

«Ma perché?» Gli esce una voce roca.

I due rimangono fermi sulla porta, come per sbarrargli il passaggio, le mani dietro la schiena, il petto in fuori.

«Secondo noi, sarebbe meglio discutere lì della questione, piuttosto che qui davanti a casa sua, sotto lo sguardo dei vicini.»

La minaccia velata intensifica la tensione allo stomaco. «Ma cos’ho fatto?»

Bradley serra le labbra. «Sono solo indagini preliminari. Potremmo chiedere l’intervento della polizia, ma in questa fase iniziale preferiamo… accertare i fatti, innanzi tutto. Lei mi capisce…»

“No che non capisco!” vorrebbe urlare Jean-Luc. “Non so neppure di cosa state parlando.” Invece farfuglia di sì. «Datemi dieci minuti.» Chiude loro la porta in faccia e torna in cucina.

Charlotte sta facendo scivolare una crêpe su un piatto. «Era il postino?» domanda senza alzare lo sguardo.

«No.»

Si gira verso di lui con una ruga sottile sulla fronte, scrutandolo intensamente con i suoi occhi castani.

«Due investigatori… Vogliono che vada con loro per rispondere ad alcune domande.»

«Sull’incidente?»

Lui scuote la testa. «Non lo so. Non so cosa vogliano. Non intendono dirmelo.»

«Non intendono dirtelo? Ma devono farlo! Non possono obbligarti ad andare con loro senza spiegarti il perché.» Charlotte sbianca in viso.

«Non ti preoccupare. Secondo me, mi conviene andare e basta. Chiarire le cose. Devono farmi solo delle domande.»

Il loro bambino ha smesso di masticare e li sta guardando leggermente accigliato.

«Ma sì, tornerò presto, ne sono sicuro.» La voce suona falsa persino a lui, come se quelle parole rassicuranti fossero state pronunciate da qualcun altro. «Puoi chiamare al lavoro per dire che farò tardi?» Si gira verso il figlio. «Buona giornata a scuola!»

È calato il silenzio, come la quiete prima della tempesta. Jean-Luc si gira ed esce dalla cucina. Deve fare come se tutto fosse normale. È solo una formalità. Cosa potranno mai volere da lui?

Dieci minuti. Non vuole che suonino di nuovo il campanello, perciò corre in camera da letto, apre il cassetto dell’armadio e guarda le cravatte disposte una di fianco all’altra come serpenti arrotolati. Ne sceglie una blu con minuscoli puntini grigi. In situazioni del genere, l’apparenza è importante. Prende la giacca dalla gruccia e scende le scale.

Charlotte aspetta in piedi sulla porta della cucina, la mano sulla bocca. Lui gliela sposta per baciarle le labbra fredde. La guarda negli occhi, poi gira la testa. «Ciao, Sam!» grida in direzione della cucina.

«Ciao, papà. Ci vediamo dopo.»

«Ti acciuffo più tardi, coccodrillo.» La voce gli si incrina ed esce con l’intonazione sbagliata.

Apre la porta d’ingresso e segue i due uomini verso la Chrysler nera, sentendosi addosso gli occhi di Charlotte. Fa un respiro profondo, sforzandosi di riempire d’aria l’addome. Ora ricorda di aver sentito il temporale durante la notte: l’acqua sul terreno sta già cominciando a evaporare. Sarà una giornata afosa.

Nessuno apre bocca mentre si lasciano alle spalle le familiari case dai grandi prati delimitati dai marciapiedi, il giornalaio, il panettiere, il gelataio. La vita che ha imparato ad amare.

foto presa dal web

Ruth Druart è cresciuta sull’isola di Wight e ha studiato psicologia alla Leicester University. Vive a Parigi dal 1993, dove ha intrapreso una carriera nell’insegnamento. La lunga notte di Parigi è il suo romanzo d’esordio.

Jenny Citino

Di Jenny Citino

Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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