La vita di Maria Judina, grande pianista russa (1899-1970), poco nota in Occidente per il suo essere ribelle verso il regime sovietico, in quanto donna di fede religiosa assoluta e artista di somma libertà intellettuale. Una figura eccezionale, i cui incontri con poeti, musicisti, scrittori (da Gorky a Mandelstam, da Achmatova a Pasternak, a Bachtin a Florenskij, a Shostakovic) aprono uno squarcio sulla vita culturale di quegli anni. Un ritratto tracciato attraverso una rigorosa documentazione storica e un’avvincente libertà narrativa. La storia di un’artista nel periodo buio dello stalinismo, il suo scontro con un dittatore che, pur osteggiandola, ne apprezzava l’arte. Leggendario l’episodio di Stalin che ascolta di notte il concerto per pianoforte e orchestra n. 23 di Mozart ed è così commosso dall’esecuzione di Judina da pretendere il disco il giorno dopo, creando scompiglio e terrore alla Radio dove non era stata fatta nessuna registrazione. In poche ore si dovettero richiamare orchestrali, pianista e direttore per “creare” una falsa prima esecuzione da far recapitare a Stalin. Che quel disco ascolterà fino al giorno della sua morte.

Chi sei tu che avvolto nella notte inciampi nei miei più reconditi pensieri?
WILLIAM SHAKESPEARE

1

Kuncevo, notte tra il 28 febbraio e il 1° marzo 1953

Il fruscio della puntina scava il solco, ormai consunto e muto. Il disco nero gira a vuoto, oscilla sul piatto stancamente, come una trottola arrivata a fine corsa. Dentro il mobile di radica intarsiata, regalo di Churchill, il grammofono tace. Il braccio, tante volte calato con inusuale delicatezza su quello stesso vinile, si affloscia. Come quello dell’uomo riverso sul divano, che diresti addormentato se non fosse per la mano inerte, sinistramente protesa verso il pavimento quasi a cercare un estremo appoggio. Nella dacia di Kuncevo, una manciata di chilometri da Mosca, dentro un bosco di querce e pini, aceri e betulle, tutto è silenzio. La neve cade senza tregua, copre ogni rumore, tranne quell’insistente strofinio sulla gommalacca del 78 giri, Mozart, Concerto per pianoforte e orchestra K 488, edizioni Melodija, e quel rantolo affannoso che strema il respiro, soffoca ogni possibile grido di soccorso.

Del resto, chi lo sentirebbe? La stanza è blindata, le pareti foderate di spesso legno, la porta sbarrata dall’interno, il telefono sulla scrivania, irraggiungibile. Una quiete ovattata che nulla lascia trapelare di quel che accade lì dentro, nella stanza costruita su misura per lui, Iosif Vissarionovič Džugašvili, in arte Stalin. L’Uomo d’Acciaio, il suo nome di battaglia, lì dentro è finalmente solo con se stesso. Una compagnia che non sempre gli piace, ma almeno una compagnia discreta. Usa a sopportare le sue pratiche segrete, le estenuanti veglie notturne, le lunghissime telefonate, i fiumi di vino georgiano tracannato nella speranza di stordirsi, di farsi agguantare da quel sonno che sempre gli sfugge, inseguito invano a furia di bicchieri infranti, impeti di rabbia, imprecazioni, invocazioni.

Notti senza fine, che lui cerca di ingannare guardando qualche film sul telone bianco sistemato davanti al divano. Quelli russi lo annoiano o lo mandano in bestia. Meglio gli americani. I western di John Ford, i Tarzan di Johnny Weissmüller, uno yankee dai muscoli tesi e lustri come un contadino di un kolchoz. Il suo urlo lacerante lo affascina e lo angoscia, gli fa venire in mente gli antichi yodel georgiani che tanto piacciono a Stravinskij, ma anche le grida dei maiali scannati nelle campagne di Gori, l’odore del sangue che colava nel secchio, gli occhi vitrei della bestia morente. E Soso, il piccolo Soso debole e malaticcio, a cinque anni già segnato nel volto dal vaiolo, a quel grido correva terrorizzato a rifugiarsi nelle gonne di mamma Keke, che invece di confortarlo gli tirava uno scappellotto affidando il resto al padre, Beso l’ubriacone, che a calci lo spingeva fino alla scena del crimine, la stalla del massacro. Per costringerlo a vedere gli ultimi sussulti del porco, bere una tazza di quel sangue caldo e dolciastro che, a detta di Beso, l’avrebbe reso forte e spavaldo. Un uomo vero, non quella creatura debole e malaticcia oggetto di umilianti canzonature: Soso lamentoso, Soso pauroso, Soso scrofoloso… Nato sbagliato, il piede sinistro palmato, due dita, la seconda e la terza, unite. Una piccola anomalia di cui lui si vergognava moltissimo. Quando il medico del Cremlino veniva a visitarlo, l’uomo più potente della Russia nascondeva il volto sotto la coperta, come fanno i bambini convinti di poter sparire. E poi c’era il braccio, sempre il sinistro, maciullato dalle ruote di un carro quando aveva dieci anni. Destinato a restare floscio per il resto della vita.

Tarzan, con la sua fisicità perfetta, era il suo eroe impossibile. In quell’urlo ferino, il bimbo cagionevole diventato l’Uomo d’Acciaio riconosce il grido di battaglia di un fratello selvaggio che, come sentenzia a ogni proiezione, «sfugge dagli orrori del mondo capitalista riparando nella giungla».

Ma il suo regista preferito resta Chaplin. L’unico capace di strappargli risate di cuore, di farlo commuovere con il vagabondo innamorato di Luci della città, di entusiasmarlo con le piroette de Il grande dittatore, anche se lui non si sarebbe mai fatto sistemare i suoi magnifici baffi da un barbiere ebreo. E poi a volte lo coglieva l’odioso sospetto che l’isterico Adenoid Hynkel potesse alludere non soltanto a Hitler… Tutte buone ragioni per vederseli da solo quei film. Un legame privato, come quello con la musica. Passioni solitarie, da coltivare nel buio.

Per Iosif la notte era il momento dell’ascolto.

2

Mosca, un’altra notte, nove anni prima

Alta e maestosa, l’Ombra si staglia sui muri delle viuzze dell’Arbat. Ombra femminile, che il bagliore giallognolo dei fanali allunga a dismisura, come in un film espressionista. Le mani adunche, da rapace, che per un attimo si levano ad aggiustare la sciarpa, evocano artigli da creatura delle tenebre. Oscillando speditamente l’ampia gonna nera, l’Ombra imbocca via Kačalov, oltrepassa la casa di Gor’kij, si arresta davanti a un portone, lo schiude con un tocco, si fa inghiottire dalla luce che vi trapela. E in un attimo l’oscura sagoma dai misteriosi contorni si dissolve, lasciando affiorare una donna di austero fascino, tutta vestita di nero. Come una suora, non fosse per quelle assurde scarpe da ginnastica bianche che spuntano dalla sottana. O come una contadina, visto il panno grezzo del vestito.

Ma nella sede di Radio Mosca, nessuno fa caso al suo abbigliamento. Tutti si scostano con reverenza al passaggio di quella strana signora che, da come si muove, lì è di casa. «Marija è arrivata», il passaparola sussurrato tra uscieri e impiegati. Marija Veniaminovna Judina, la pianista più straordinaria, l’artista ribelle amica di tutti i ribelli, da Bachtin a Pasternak, da Mandel’štam a Evtušenko. Una fuorilegge della musica, incurante di regole e forme. Anche nel vestire. Un abito nero per il giorno, uno nero per la sera, un impermeabile liso, una cappa per l’inverno. Scarpe di tela per ogni stagione. Il suo armadio è tutto lì. Eppure, quando compare nei teatri, nelle sale da concerto, quella sua divisa spartana, ingentilita alla sera da una rouche di mussola bianca intorno al collo, si tramuta in una veste da sovrana. Così spoglia e sublime da mettere in risalto solo lei, il volto assorto, lo sguardo magnetico, i lunghi capelli neri divisi dalla scriminatura in due bande sontuose, ad accarezzare la fronte alta, l’incarnato liliale.

Chi è? Il secchio in una mano, lo straccio nell’altra, la donna delle pulizie si ferma stupita a guardare la singolare creatura.

«Marija Judina, la regina del pianoforte. Guardala bene, lei è la più grande, la più coraggiosa di tutti, qua dentro» le risponde la collega che è lì da più tempo.

«Anche la più affascinante» aggiunge l’addetto alla sorveglianza, i cui capelli grigi testimoniano una solida esperienza. «Guardala bene, l’ovale perfetto, gli occhi verdi e magnetici… Somiglia alla donna di quel quadro famoso, la Gioconda. Difatti la chiamano la Monna Lisa di Nevel’.»

Marija è nata lì, in quella cittadina di frontiera della Bielorussia, nell’ultimo anno del Diciannovesimo secolo con le stimmate della donna del Novecento, indipendente e forte, seguace della poesia, della filosofia, della musica. Che a diciotto anni si infiamma per la Rivoluzione bolscevica, a venti abbandona la sua religione ebraica, si converte al cristianesimo ortodosso, frequenta la facoltà di Storia e Filologia classica, studia pianoforte al Conservatorio di Pietrogrado, suoi compagni di classe Dmitrij Šostakovič e Vladimir Sofronickij. Diplomata con la medaglia d’oro, subito è chiamata in cattedra. Insegnare, la vocazione che persegue in parallelo con l’attività concertistica. Innamorata di Bach e di Cristo, a diciassette anni scrive sul diario: «Conosco una sola strada che porta a Dio, quella dell’arte». Non verrà mai meno all’impegno.

«Ma cosa si sa di lei, della sua vita privata?» rintuzza curiosa la donna del secchio.

«Ah, se ne dicono tante» ammicca il sorvegliante. «Che sia una sorta di monaca, che dorma in una bara… Secondo me sono tutte balle. Ho parlato con lei più di una volta, è una donna semplice, anche allegra.»

«E bene in carne» aggiunge un po’ malevola la ragazza delle pulizie. «In più si veste malissimo. Quei gonnelloni certo non l’aiutano…»

«Rassegnati, è l’unico abito con cui la vedrai, la sua divisa da lavoro. Marija non bada certo al suo aspetto fisico. Anche perché è una a cui piace mangiare, e senza porsi limiti. È generosissima, tutto quel che ha lo dà ai poveri, spesso si riduce a campare a pane e patate. Però, se le si presenta l’occasione, non si tira indietro. Qui alla Radio, quando facciamo le ore tarde, è usanza offrire ai musicisti uno spuntino. E davanti al buffet lei non si trattiene. Sarà anche una mistica, una con la mania della religione, visto che prima di cominciare a suonare si fa sempre il segno della croce, ma vedessi con che gusto si butta sulle tartine al salmone, sui bliny con la panna…»

foto presa dal web

Giuseppina Manin collabora alle pagine Spettacoli e Cultura del Corriere della Sera. Si occupa di teatro, musica e cinema. Presso Guanda ha pubblicato quattro libri con Dario Fo: Il mondo secondo Fo. Conversazione con Giuseppina Manin, Il Paese dei misteri buffi, Un clown vi seppellirà e Dario e Dio. Sempre per Guanda ha pubblicato Nel giardino della musica. Claudio Abbado: la vita, l’arte, l’impegno, Ho visto un Fo e Complice la notte.

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Jenny Citino

Di Jenny Citino

Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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