Segnalazione: “I limoni e la malvarosa” di Mariantonia Crupi

Segnalazione: “I limoni e la malvarosa” di Mariantonia Crupi

Sono entrata in questo libro come in un tempio.
In silenzio e in punta di piedi.
Poi ho scoperto che era una miniera di operosità, di saggezza e di sapienza.
Di odori e di sapori.
Di insegnamenti tutti sacri. Tutti gelosamente custoditi nei cassetti della memoria dell’autrice, che ha saputo, con la magia della scrittura che ha dentro, aprirli uno ad uno.
In una sorta di intimo pellegrinaggio, con pagine seducenti di dolori e di sogni, di partenze sena ritorni e di nostalgia, ci regala un dolente eppur gioioso affresco corale di un intero paese, per più generazioni, restituendo con dignità piena dignità ad Acquaro, il suo piccolo paese del profondo Sud, dove ogni vita è un messaggio, una storia… e il telaio è come la vita, che spezza i nodi e pretende che siano riannodati…
Menella Potenza

A mio padre,
un piccolo miracolo
che lo avrebbe reso immensamente felice.

A mia madre,
la mia memoria.

A tutta la mia famiglia,
mio bene.


Il giorno in cui Lina morì, il paese salutava con gioia l’arrivo della frescura, dopo un’estate particolarmente torrida che aveva reso tutti sofferenti ed oziosi.
Grazie ad alcune piogge leggere, il fogliame degli alberi aveva ritrovato per un attimo la sua freschezza, sebbene qua e là qualche foglia gialla ne segnasse già il destino autunnale. Negli anfratti più nascosti delle velli, i ciclamini aprivano alla vita piccoli, morbidi petali; dove la terra non era solcata dal lavoro dell’uomo, i castagni e le querce erano già carichi di frutti maturi; le api, in quella umidità che le rendeva nervose, avevano abbandonato il rosso e il bianco del corbezzolo e le chiome dense dell’ erica e persino il vento aveva compiuto al sua fatica, sfibrando le poche nuvole rimaste, riducendoli in mille brandelli, ad ognuno dei quali il sole al tramonto regalava orli di luce dorata.
L’ urlo di dolore della madre squarciò, improvviso, il silenzio, colpì i bambini che si erano attardati in piazza, complici i loro giochi, li bloccò e li fece correre, sgomenti ed impauriti, verso le loro case. Uomini e donne, sulla via del ritorno, dopo una giornata di lavoro, si guardarono esterrefatti, abbandonarono per terra zappe e rastrelli, e corsero verso via Lucifero, le scarpe che schizzavano zolle di terra umida; le massaie smisero le loro faccende.
Fu un attimo, e la casa di don Raffaele Luzza fu circondata: alcuni, i più intimi, entrarono; gli altri rimasero sulla strada, accanto all’ uscio, lungo i muri della casa, gli uomini con le coppole in mano , premute sul petto, e le donne con le mani giunte, in una silenziosa preghiera.
Dentro, Lina giaceva sul letto,bianchissima, il volto giovane indurito dalla sofferenza, un rivolo di sangue le rigava la bocca. La madre gridava tutto il suo dolore, si graffiava il viso, si strappava i capelli, mentre con mani premurose e ferme, sua sorella e le sue comari la trattenevano, l’ abbracciavano, la difendevano da potente baratro della disperazione.
“Dio, non farmi questo! Perchè, mio Dio, perchè. Da mesi vi prego, Madonna mia, prendete me, prendete me, abbiate pietà, me, non mia figlia. Figlia, figlia mia, non mi lasciare, come farò senza di te. perchè non sono riuscita a fare niente per te, figlia sventurata.
Sua sorella riuscì, con affettuosa determinazione, a strappare le sue dita da quelle di Lina, altre mani pietose la aiutarono a sedersi, composero la salma.
Lei si dimenava violentemente, voleva la sua bambina, gliela avrebbero portata via.
“Non così, sorella mia – le disse Mariagiulia – non così, avete fatto tutto che era in vostro potere fare, l’avete curata con tutto il vostro amore, non l’avete mai lasciato sola, avete cresciuto un gioiello, ma questa è la volontà di Dio.”
“Perchè, perchè sorella mia, perchè tutta questa sfortuna, la mia unica figlia. Io dovevo morire, non lei.”
Fu avvisato il medico, poi gli uomini dei paramenti, tutti uscirono, e la casa si preparò, in silenzio: le donne disposero le stanze, una per il lutto degli uomini, spostarono mobili, spinsero le sedie contro le pareti, inzuppando i loro fazzoletti di lacrime; arrivò la bara, facendosi largo fra due ali di folla sgomenta, e il portone fu coperto da due grandi teli neri che apparvero come le spaventose ali della morte.
Nel salone dove fu disposta la bara, recitarono il rosario, e il mortorio suonò, i suoi colpi cupi si abbatterono sul dolore della madre, sugli animi turbati dell’intero paese, sorvolarono le vie e la chiesa , le case e il municipio, e dalla collina di Malamotta si dispersero per i sentieri, oltre le colline, oltre gli ulivi e i querceti, e si arrestarono, indeboliti da un sentimento di pietà, trasportati lontani dal rumore cristallino delle acque del fiume.

Comare Ducaria tornò nella sua casa, appena entrata si levò il manto di castorino lasciandolo cadere pesantemente su una sedia, si asciugò le lacrime, e raccolse tutto il suo coraggio, poichè, dopo aver lavato e vestito Lina, l’attendeva il compito,forse ancora più impetuoso, di consolare i vivi.
Uscì nel cortile, il suo piccolo cortile, circondato da quella soffice umidità , con le sue bordure di rosmarino, salvia, alloro e gerani. U limone svettava festoso, guardando le case di fronte e dalle pietre del muro di cinta spuntavano ciuffi di erba punteggiati qua e là da minuscoli fiori di acetosella. Raccolse sedano e prezzemolo, si fermò un attimo a guardare la luna, si interrogò pensierosa sul mistero della morte,benchè sapesse che non avrebbe mai trovato nessuna risposta, e si rifugiò in Dio, gli diede fiducia, consapevole che Egli sapesse sempre cosa fare e, sebbene le sue strade fossero misteriose e irrazionali, sapesse consolare gli afflitti, raccogliere presso di sè le anime innocenti.
Le galline si stavano diligentemente avviando verso il loro recinto e, con movimenti leggeri e guardinghi, per non spaventarle, ne afferrò una e poi un’ altra, tra schiamazzi isterici e una gran profusione di penne svolazzanti, e le portò, calde e impaurite, in cucina.
Prima di entrare, assaporò il buio, solcato da un brivido profondo, il suo piccolo giardino e la siepe di passiflora, le corone di spine al riparo dalle intemperie, saggiamente difese dalla vecchia e robusta armicera.
Legò le zampe alle galline, , le appoggiò su un robusto e navigato tagliere e con l’aiuto di un’accetta, tagliò loro la testa, le immerse in una bacinella di acqua calda, le spennò, le ripulì dalle interiora e le lavò.
Riempì una grande pentola di acqua, vi immerse qualche pomodoro maturo, prezzemolo, accia, cipolla e sale, le galline tagliate a pezzetti, e li mise a cuocere , aumentando la fiamma del focolare con tanti piccoli ceppi.
Ripulì la cucina dalle penne e dal sangue, e controllò la cottura: dalla carne uscivano già piccole incerte chiazze di grasso, e lei si disse che il brodo sarebbe stato eccellente, avrebbe aiutato con il suo calore benefico quelle povere anime afflitte, che Dio le benedica.
Nonostante tutto quel dolore, la sua casa era luminosa, nella notte senza nuvole, resa calda da un bel fuoco che si alzava nel camino, il suo nido sicuro, il suo rifugio dalle intemperie della vita, e desiderò restarci, alimentare le fiamme con altri ceppi, riscaldare il suo corpo teso, dolente, il suo animo sperduto.
Ma doveva preparare quella cena, il ricunsolo, e tornare ancora in quella casa, chiusa nella morsa del dolore…

Mariantonia Crupi, è nata ad Acquaro e vive a Pizzo.
E’ stata docente di Lingua e Letteratura francese presso l’Istituto tecnico Commerciale di Pizzo e l’ Istituto Alberghiero di Vibo Valentia.
“I limoni e la malvarosa” è il suo romanzo d’esordio.

Per acquistare il libro cliccate sul link in basso

Appena il libro sarà disponibile su Amazon metterò il link dove potrete acquistarlo


BLOG Novità